La presidente della Corte d’Appello di Napoli, all’inaugurazione dell’anno giudiziario, lancia l’allarme su coltelli, paranze e povertà educative: «Servono politiche strutturate per intercettare il disagio prima che diventi criminalità»
Il raddoppio dei procedimenti penali a carico di minorenni nel distretto giudiziario di Napoli non è solo un dato statistico. È un segnale che impone una risposta immediata e strutturata. A sottolinearlo è Maria Rosaria Covelli, presidente della Corte d’Appello di Napoli, intervenuta durante la cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario. Un intervento che mette al centro la necessità di investire in prevenzione, educazione e intervento precoce per contrastare una violenza giovanile sempre più diffusa e trasversale.
Il dato sui minori e l’urgenza di intervenire prima
Nel corso della relazione sull’andamento della giustizia nel 2025, Covelli ha evidenziato come l’aumento dei procedimenti a carico di minorenni richiami «con urgenza la necessità di investire in politiche strutturate di prevenzione, educazione e intervento tempestivo». Il punto, nella sua analisi, non è solo reprimere, ma tutelare il minore e favorirne il recupero sociale, evitando che l’ingresso nel circuito penale diventi l’inizio di un percorso criminale stabile.
Il quadro che emerge è quello di una realtà complessa, in cui la risposta giudiziaria, da sola, non è sufficiente se non accompagnata da strumenti sociali ed educativi capaci di intercettare il disagio prima che si trasformi in violenza.
Coltelli tra i giovanissimi e violenza normalizzata
Uno degli aspetti più allarmanti riguarda la diffusione, tra i minorenni, dell’abitudine a uscire di casa armati di coltelli. Secondo Covelli, queste armi vengono talvolta detenute con finalità dichiaratamente difensive, ma finiscono per abbassare la soglia di utilizzo della violenza e alimentare una spirale di pericolo.
È una normalizzazione che rende più frequenti episodi gravi anche tra giovanissimi e che segnala un cambiamento culturale profondo, in cui l’arma diventa una presenza ordinaria nella quotidianità di adolescenti sempre più esposti a modelli violenti.

Due forme diverse di devianza minorile
Nel suo intervento, la presidente della Corte d’Appello ha invitato a distinguere con chiarezza due grandi aree della devianza minorile. Da un lato, i minori coinvolti direttamente nella criminalità organizzata di stampo camorristico. Dall’altro, una platea più ampia di ragazzi segnati da povertà educative, fragilità familiari e contesti sociali degradati, particolarmente diffusi in alcune aree del distretto campano.
Questa seconda componente, ha sottolineato Covelli, è numericamente più rilevante. Ed è anche quella che, se non intercettata in tempo, rischia di finire per intrecciarsi con circuiti criminali strutturati, trasformando il disagio sociale in vera e propria criminalità.
Le paranze e l’uso delle armi da fuoco
Nel primo caso, quello legato alla criminalità organizzata, si registrano episodi sempre più frequenti che vedono protagoniste le cosiddette paranze: gruppi di giovanissimi spesso in contatto con soggetti maggiorenni, che circolano armati non solo di coltelli, ma anche di armi da fuoco.
Non si tratta esclusivamente di minori legati ai clan da vincoli familiari. Sempre più spesso emergono adolescenti che, pur senza una discendenza diretta, aspirano a imporsi come nuovi leader criminali, replicando modelli di potere e violenza già noti. Una dinamica che produce un forte allarme sociale e rende ancora più urgente spezzare questi percorsi sul nascere.
Il protocollo sulle armi bianche e l’intervento immediato
Sul piano operativo, Covelli ha ricordato l’esistenza di uno specifico protocollo promosso dalla Presidenza del Tribunale per i minorenni di Napoli, siglato con la Procura minorile e i servizi sociali. Il protocollo consente la celebrazione delle procedure giudiziarie nell’immediatezza del sequestro di un’arma bianca.
Uno strumento che permette all’autorità giudiziaria di intervenire subito, dialogando in tempi rapidissimi con i minori indagati e con le loro famiglie. L’obiettivo è chiarire immediatamente il disvalore delle condotte e interrompere precocemente i percorsi di devianza, prima che si consolidino.
La pena come parentesi, non come destino
L’idea di fondo è evitare la cronicizzazione del comportamento antisociale. La pena, nella visione espressa dalla presidente della Corte d’Appello, deve rappresentare una parentesi circoscritta nella vita del minore, non un marchio permanente.
Da qui la centralità di percorsi personalizzati di studio, formazione e lavoro, capaci di accompagnare il giovane verso un reale reinserimento sociale. Senza queste alternative, il rischio è che il sistema penale finisca per certificare l’esclusione, invece di contrastarla.
Una sfida che va oltre i tribunali
Le parole di Covelli delineano una sfida che va ben oltre le aule di giustizia. La violenza giovanile nel distretto di Napoli non può essere affrontata solo con l’inasprimento delle risposte penali. Serve una strategia integrata che coinvolga scuola, famiglie, servizi sociali e istituzioni.
La giustizia resta un presidio fondamentale, ma non può essere lasciata sola a gestire un’emergenza che nasce molto prima del reato. È in questo spazio, tra prevenzione e responsabilità, che si gioca una delle partite più decisive per il futuro del territorio.


