L'intervista a Gianluigi Signoriello
L'intervista a Gianluigi Signoriello
📍 Napoli

19 Luglio 2026

Martina Sarracino

Gianluigi Signorello, il regista coraggioso di Miano: “Non volevo spiegare la mafia, volevo mostrare cosa lascia dietro di sé”

Il giovane regista napoletano che mostra la realtà nuda e cruda attraverso i suoi occhi



Un ragazzo davanti alla macchina da presa. Un monologo che cresce lentamente. Una scena finale che cambia completamente il significato di tutto ciò che è stato ascoltato fino a quel momento. È questa la forza del video scritto e diretto da Gianluigi Signoriello, regista napoletano conosciuto sui social anche come Gianluigi Mr Yellow, interpretato dall’attore Luigi Cardone.

Un contenuto nato per i social, ma capace di interrompere il ritmo veloce della piattaforma sulla quale è stato pubblicato. Nessun effetto spettacolare o ricerca di immagini costruite per impressionare. Solo parole, un volto e una scelta registica precisa: non mostrare subito la conseguenza finale della violenza, ma accompagnare lo spettatore fino a quel momento.

Il video non prova a spiegare la mafia con le solite definizioni o discorsi istituzionali. Racconta, invece, quello che rimane quando la violenza ha già compiuto il suo percorso: una persona a terra, una comunità che continua a vivere, un dolore che rischia di diventare abitudine. È proprio da questa idea che nasce il lavoro di Gianluigi Signoriello.

Gianluigi Signoriello, il monologo nato “da una rabbia che avevo dentro”

Il monologo nasce da un momento preciso della vita del regista. “Io stavo lavorando. Faccio il cameriere come lavoro per sostenere la mia passione per la regia e il cinema” racconta Gianluigi. Quel giorno aveva appena terminato un turno: “Avevo finito un lavoro per un catering e stavo tornando a Casoria”. Durante il viaggio il pensiero torna ai fatti di cronaca avvenuti recentemente e alla morte di Lorenzo Spasiano. “Dopo i fatti avvenuti ultimamente di un ragazzo che è stato ucciso qui, Lorenzo Spasiano, dentro di me è salita una rabbia”.

Un sentimento legato anche a un’esperienza personale. “Io ho un fratello più piccolo e avevo visto le interviste dei fratelli. Questa cosa mi ha colpito molto. Stavo ascoltando un brano dei The Verve, “Bitter Sweet Symphony” e a un certo punto è arrivata tutta questa rabbia”. Tornato a casa, Gianluigi racconta l’idea al fratello. “Gli ho detto: secondo me dobbiamo fare questo monologo, se lo giriamo può essere una cosa molto bella”. La risposta arriva senza esitazioni. “Lui mi ha detto: scrivilo”. Da lì nasce il testo. “Sono corso in cucina, mi sono messo al computer e ho iniziato a scrivere”.

Il quartiere Miano
Il quartiere Miano

La nascita del progetto: Luigi Cardone e il collettivo 56K

Appena iniziata la scrittura, Gianluigi pensa immediatamente a chi avrebbe potuto dare voce alle sue parole. “Mentre lo stavo scrivendo ho chiamato Luigi Cardone, che è un attore amico, un fratello”. La proposta arriva direttamente. “Gli ho detto: senti Gio, questo monologo ti va se lo facciamo insieme?”. La risposta dell’attore è immediata. “Mi ha detto: non lo voglio nemmeno leggere, accetto subito”.

Dopo il primo incontro iniziano le prove. “Ci siamo visti, abbiamo fatto delle prove”. Alla realizzazione partecipano anche alcuni ragazzi del collettivo 56K. “Mi sono fatto aiutare da due ragazzi del collettivo 56K. Quando li ho contattati per chiedere una mano, loro senza nemmeno sapere cosa volessi fare avevano già accettato” Solo successivamente hanno scoperto nel dettaglio il progetto. “Quando sono andato nel loro ufficio e gli ho spiegato cosa volevo realizzare, hanno deciso comunque di supportarmi”. Per Gianluigi il processo creativo nasce soprattutto dall’urgenza. “È nato da una canzone. A me la musica ispira molto”.

Non spiegare la mafia, ma mostrare ciò che lascia

Nel video la persona che cade a terra non rappresenta soltanto una vittima specifica. “Non rappresenta una persona singolare, ma tutte quelle che sono le vittime cadute in questa guerra che non gli appartiene”. Una guerra nella quale molte persone vengono coinvolte senza averla scelta. “Sono persone che non hanno scelto di intraprendere un percorso criminale, ma hanno scelto di fare tutt’altro nella vita”.

Il messaggio di Gianluigi è rivolto anche a chi sceglie quella strada. “Io credo di parlare anche a quelle persone che hanno scelto di fare questa vita”. Il suo auspicio è che possa esistere una possibilità diversa. “Mi auguro che ci sia sempre una forma di pentimento quando si sceglie una strada particolare, quella della mafia e della camorra in generale”. Il punto centrale del video non è però la spiegazione del fenomeno criminale. “Io non volevo spiegare cosa fosse la mafia. Volevo raccontare le conseguenze”. La conseguenza è una persona lasciata sola, una vita interrotta. È una società che rischia di abituarsi anche davanti alla morte.

Alcuni luoghi dei corti di Gianluigi Signoriello
Alcuni luoghi di Miano, scelti per i corti di Gianluigi Signoriello

La scelta del finale: la morte che diventa normalità

Uno degli elementi più forti del video è il modo in cui viene utilizzato il finale. La persona a terra non viene mostrata subito. Prima lo spettatore ascolta, immagina, costruisce dentro di sé una scena, poi arriva la rivelazione. Gianluigi racconta che inizialmente aveva immaginato qualcosa di ancora più duro. “Io lo volevo fare ancora più crudo. Con Luigi Cardone avevamo pensato di sporcarlo in volto con il sangue. Avevamo fatto anche delle prove”.

La scelta è stata poi modificata. “Siccome siamo purtroppo costretti a stare agli algoritmi dei social, questa cosa poteva essere una lama a doppio taglio e poteva impedire la diffusione del video”. Non è stata solo una scelta tecnica. “Alla fine abbiamo deciso di non mettere il sangue anche perché tecnicamente avrebbe portato altri problemi”. La vera forza doveva essere altrove. “La scelta di farlo morire e lasciare i ragazzi seduti a fare quello che è la loro vita, giocare a carte, nasce dal fatto che oggi sembra che ci stiamo abituando alla morte come spettacolarizzazione del male”.

Gianluigi parla anche della rappresentazione della violenza sui social. “Spesso mi imbatto in video dove la gente fa video mentre qualcuno viene ucciso. Non è più una tragedia che si sta consumando, sembra quasi qualcosa da guardare”. Il contrasto che voleva raccontare è proprio questo. “Mi sembra drammatico come la leggerezza con cui si commette un gesto del genere venga poi alleggerita con un gesto come giocare a carte oppure aprire uno champagne per festeggiare la fine di una vita”.

La storia di un ragazzo cresciuto tra strada e pellicole

Prima di diventare regista, Gianluigi Signoriello è stato un ragazzo cresciuto in un quartiere di Napoli dove le dinamiche che oggi racconta attraverso il cinema non sono mai state soltanto immagini viste sullo schermo. Sono state esperienze vissute, osservate, conosciute. “Io sono nato e cresciuto in questo quartiere (Miano ndr)”, racconta. “La gente del quartiere mi conosce, anche quella parte di persone che comunque hanno commesso degli errori nella vita. Mi conoscono tutti qua”.

È proprio questa conoscenza diretta del territorio uno degli elementi che secondo lui permette a un autore di raccontare determinate realtà. “Ci sono molti registi che arrivano da Roma e raccontano storie di Napoli. Però io credo che nessun regista possa riuscirci quanto uno che certe cose le ha vissute realmente, perché certe dinamiche, certe cose, le senti in maniera diversa”.

Lo zio, il cinema e il conflitto tra due mondi

La passione per il cinema nasce grazie a una figura fondamentale: lo zio. “Questo lo devo a mio zio, che abitava con me e mi bombardava di cinema”. Da bambino viveva due dimensioni completamente opposte. Da una parte il quartiere, la strada, i giochi e le esperienze quotidiane, dall’altra il cinema d’autore. “Io non vedevo l’ora di scendere giù al quartiere a fare i guai. Da un muretto buttavamo le uova alle persone quando era Carnevale”. Poi però tornava a casa e trovava un altro mondo. “Mio zio mi metteva davanti al televisore e mi faceva vedere il cinema di Elio Petri o i film di Nanni Loy”.

Un contrasto che è rimasto dentro di lui. “Avevo sempre questo conflitto tra il cinema che mi bombardava lui, tra musica e cinema, e quello che era il quartiere, dove facevo le mie stronzate”. Due realtà apparentemente lontane che nel tempo hanno trovato un punto d’incontro. Oggi sono proprio quelle due esperienze a convivere nel suo modo di raccontare. Il primo approccio artistico di Gianluigi non era la regia. “Io nasco come quello che vuole fare l’attore. E ancora oggi lo faccio”.

Il rapporto con la recitazione nasce anche da un desiderio condiviso con la madre. “Nel 2011 ho perso mia mamma. Lei voleva che io cominciassi a fare l’attore”. “Io le avevo detto: mamma, forse voglio fare l’attore. Sentivo questo bisogno”. Così inizia il suo percorso. “Ho cominciato il mio primo corso di recitazione”. Arrivano spettacoli, esperienze teatrali e anni di formazione. Il passaggio decisivo però arriverà più avanti.

Gianluigi Signoriello a Miano con Martina Sarracino
Gianluigi Signoriello a Miano con la giornalista Martina Sarracino

Da attore a regista: il momento in cui cambia prospettiva

L’idea della regia nasce nel 2019, quando Gianluigi incontra la regista Annalisa D’Amato. “Ho iniziato a lavorare con una regista che mi ha dato tanto da un punto di vista artistico. Iniziavo a girare i primi video con il cellulare e a montarli”. Ed è proprio osservando quel materiale che Annalisa vede qualcosa. “Lei mi diceva: guarda, secondo me tu dovresti fare il regista. Hai una visione, hai qualcosa”. Gianluigi inizialmente non riesce a riconoscersi in quel ruolo. “Io sono una persona molto insicura e non volevo farlo”.

Il motivo era legato all’idea che aveva del regista. “Pensavo: un regista deve avere una visione, deve conoscere tutto. Io ancora oggi sbaglio i congiuntivi, figuriamoci se posso fare il regista”. La risposta di Annalisa è stata un incoraggiamento. “Lei mi diceva: queste sono soltanto insicurezze. Devi continuare”. Il percorso verso la regia trova una svolta nel 2023. È l’anno dell’incontro con Carla Borrelli e con un gruppo di persone che diventeranno fondamentali per il suo percorso.

Il primo corto e la nascita di una squadra

“Faccio l’incontro con Carla Borrelli e con degli amici che stimo molto e a cui voglio bene: Alessio Galati, Alessia Bergamene e Andrea Papa”. Con loro nasce la possibilità di realizzare un progetto che Gianluigi aveva dentro da anni. “Era un’idea che avevo in testa almeno da dieci anni”. Quando racconta loro la storia, la risposta è immediata. “Mi hanno detto: secondo noi dobbiamo fare un corto. Io ho detto: ok, facciamolo”.

All’inizio Gianluigi immagina una produzione molto semplice. “Io gli dicevo: però basta che lo giriamo col cellulare. Mi hanno chiesto: perché? Pensavo: se sbagliamo qualcosa, con il cellulare si nota meno. Non c’è bisogno di troppo tecnicismo”. Ma grazie al contributo della squadra il progetto cresce. “Alessio mi ha aiutato tantissimo dal punto di vista tecnico. Ha tirato su una squadra e mi ha fatto conoscere tantissime persone”.

Da quel momento cambia anche il suo modo di vedere il cinema. “Quando abbiamo girato il primo corto ho detto: forse la regia è molto più bella della recitazione. Quando fai l’attore sei vincolato all’idea del regista. Se il regista ti dice che la battuta è così, tu devi farla così. Quando sei regista racconti quello che tu vuoi raccontare”.

“Il mio cinema nasce dai miei occhi, voglio raccontare la mia verità”

Dopo aver raccontato il percorso che lo ha portato dalla recitazione alla regia, Gianluigi Signoriello prova a spiegare cosa cerca davvero attraverso il cinema. Non soltanto una tecnica, non soltanto una storia da raccontare, ma soprattutto un punto di vista. “Io in realtà credo di voler ricercare e mostrare una verità. Forse la mia verità, attraverso i miei occhi. Li immagino sempre come la più bella macchina da presa. La più bella cinepresa, con il più bel obiettivo che inquadra tutto”. “Quello che vorrei fare è raccontare la mia verità, quello che io sento, quello che io vorrei raccontare”. “Per me è importante questo: l’autenticità”.

Luigi Cardone: il volto che poteva raccontare rabbia e fragilità

La forza del video nasce anche dall’incontro tra la scrittura di Gianluigi e l’interpretazione di Luigi Cardone. Una scelta precisa, non frutto di un casting. “Luigi io lo conosco da un bel po’ di anni, dal 2014, quando ho iniziato ‘Arrevuoto’. È un progetto di teatro che si fa a Napoli da molti anni, capitanato da uno strepitoso Maurizio Braucci, che si occupa della direzione artistica”.

Da allora i due hanno condiviso un percorso di crescita artistica. “Con Luigi siamo cresciuti artisticamente. Lui ha fatto il suo percorso, ha fatto Gomorra. Quando ho scritto questo monologo avevo bisogno di un volto che riuscisse a raccontare quella rabbia, ma anche quella tenerezza. Secondo me sposava entrambi questi fattori. Io non ho provato nessuno per questa cosa. Ho deciso direttamente di farglielo fare a lui”. Una scelta che, secondo il regista, si è rivelata vincente.

“Questo corto sta facendo un po’ di rumore, sta scuotendo le persone”. In un momento storico in cui i social sono pieni di contenuti veloci e spesso superficiali, il video ha trovato uno spazio diverso. “Siamo bombardati sui social da spazzatura di ogni tipo, da contenuti più simpatici. Però a volte arriva un contenuto diverso”. Per Gianluigi, Luigi rappresentava esattamente il sentimento che voleva trasmettere. “Lui rappresentava quella parte di Napoli che è caduta, ma anche una rabbia. La mia rabbia”.

Una scrittura nata di getto: “Prima devo sentirlo”

Il monologo non nasce da un metodo tradizionale di sceneggiatura. Gianluigi racconta di aver scritto seguendo soprattutto l’urgenza del momento. “Io ho ancora le note sul cellulare. Ci sono ancora dei refusi“. Il testo originale è rimasto quasi intatto. “Qualcosa l’ho tagliato, però il monologo è tutto qui”. “Quando scrivo, scrivo di getto. Non seguo delle regole ben precise come fanno gli sceneggiatori. Io non sono uno sceneggiatore, non sono un drammaturgo. Faccio quello che sento. Fregandomene delle regole grammaticali, delle regole drammaturgiche e di quelle che riguardano una sceneggiatura classica”.

Raccontare Napoli senza sfruttare il dolore

Parlare di Napoli, delle sue ferite e delle sue contraddizioni significa anche affrontare una domanda difficile: dove finisce il racconto e dove inizia lo sfruttamento del dolore? È un confine delicato, soprattutto quando si parla di criminalità, vittime e tragedie personali. Per Gianluigi Signoriello questo rischio esiste. “Sì, secondo me c’è questa tendenza”, ma precisa: “Io non l’ho pensato per sfruttare questo dolore. Anzi, io volevo colpire al cuore tutte quelle persone che forse stanno rischiando di sbagliare, per farle riflettere. Io questa cosa l’ho sempre immaginata come se la facessi a un pubblico di persone che forse hanno fatto qualcosa di sbagliato, per non farle più sbagliare”.

Il regista riconosce però che il dolore spesso viene utilizzato per ottenere visibilità. “Sicuramente c’è uno sfruttamento del dolore per fare consensi, soldi. Ma questo è sempre avvenuto e avverrà sempre” Per questo ha scelto una strada precisa: non trasformare il suo lavoro in un prodotto da vendere. “Quando mi contatti puoi scegliere un video, prenditelo, condividilo, fai quello che vuoi. Basta che ci lasci i crediti. Non vogliamo soldi“. Il suo obiettivo è che il messaggio possa arrivare dove serve. “Chiunque mi chiede il video per proiettarlo in una scuola, in un istituto, il video è lì”.

La forza del video: arrivare anche a chi pensa di aver scelto la strada giusta

Tra le reazioni ricevute dopo la pubblicazione del video ce n’è una che per Gianluigi ha avuto un significato particolare. È arrivata attraverso il fratello Ivan, che racconta di aver visto il progetto coinvolgere anche persone che hanno vissuto direttamente determinate realtà. “Mio fratello mi ha raccontato di storie di personaggi che hanno commesso degli errori e mi ha raccontato che stavano veramente male alla visione di questo video”. Per Gianluigi quel momento è diventato una conferma. “Allora mi sono detto: forse qualcosa siamo riusciti a fare”. Il senso del monologo, infatti, non è soltanto ricordare chi ha perso la vita. “Il monologo nasce dal fatto che comunque queste persone devono sapere a cosa vanno incontro”.

Il fratello Ivan Signoriello: “L’importante è salvare i ragazzi”

Anche per il fratello Ivan, che ha partecipato come attore nel corto, il messaggio deve arrivare soprattutto ai ragazzi. “Le parole del corto servono a far avere un risveglio di coscienza alle persone che intraprendono questo tipo di strada. Oggi sui social vediamo spesso spazzatura e non informazione. Questo secondo me è uno dei monologhi e dei corti più belli ai quali io abbia mai potuto partecipare”.

Il motivo è legato alla responsabilità verso il territorio. “È una tematica molto importante alla quale tengo perché sono uno di quei ragazzi che lavora con i giovani, sto facendo un lavoro importante sul territorio”. Il messaggio finale è straordinario: “Fin quando un ragazzo si può ancora salvare, per me e per tutti credo che sia una cosa importantissima”. Il lavoro di Gianluigi Signoriello nasce quindi da un’urgenza personale, ma finisce per parlare a una comunità più ampia, che va oltre anche la Campania.

Il suo video non offre soluzioni semplici e non pretende di spiegare un fenomeno complesso come la criminalità organizzata in pochi minuti. Fa qualcosa di diverso, ma ancora più d’impatto: mostra una conseguenza, una persona a terra. Il silenzio che arriva dopo e il rischio peggiore di tutti: quello di abituarsi, alla violenza, ai racconti, alle vite spezzate trasformate solo in numeri.

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