Dallo stalking ai maltrattamenti familiari, la vicepresidente dell’Osservatorio Maria Ludovica Genna smonta l’alibi dell’emergenza: «Un fenomeno secolare che si combatte solo con l’educazione affettiva»
Sei donne al giorno. È questo il numero, nudo e tragico, che emerge dall’ultimo report dei carabinieri di Napoli. Questo dato squarcia il velo su una realtà che troppo spesso preferiamo confinare nella fredda cronaca nera. Oltre duemila storie in un anno, tra maltrattamenti, stalking e violenze sessuali, dimostrano come la casa sia, oggi, il luogo più pericoloso per una donna. Dietro questa statistica ci sono madri, figlie, lavoratrici che ogni mattina cercano di emanciparsi da uno sguardo maschile che le vuole ancora subalterne. Esse sono sospese tra il ricatto economico e il terrore psicologico. Per capire come si sopravvive al naufragio degli affetti, Maria Ludovica Genna, vicepresidente dell’Osservatorio Regionale sulla violenza di genere, offre una lettura lucida e amara delle contraddizioni italiane. Un Paese che procede a due velocità: da un lato leggi avanzate, dall’altro un’arretratezza culturale ostinata, che continua ad alimentare discriminazioni e violenza
I maltrattamenti tra le mura domestiche e il peso del retaggio culturale
La statistica ufficiale rivela che il 61% dei casi registrati sul territorio napoletano, oltre 1.300 episodi, avviene all’interno del nucleo familiare. Ciò indica la casa come il luogo di maggiore pericolo. Maria Ludovica Genna invita a scardinare la retorica della contingenza. «Il modo di guardare le donne che c’è stato nel corso di secoli, nel corso di anni va cambiato, iniziando da tutto quello che è l’idea dello stereotipo che ci siamo da sempre portato. La violenza di genere non è un’emergenza purtroppo, è connaturata a quella che è la storia dell’uomo, della donna all’interno delle società».
La famiglia si trasforma così nel microcosmo in cui si riflettono le arretratezze di una società che si professa moderna. Tuttavia, resta aggrappata a storici squilibri di potere. Le donne subiscono ancora molestie sui posti di lavoro e scontano la carenza di tutele pubbliche per la genitorialità o la cura degli anziani. Il peso di questa cura grava quasi interamente sulle loro spalle come caregiver. Questa subalternità economica e psicologica alimenta i dissidi domestici. Essa lascia le vittime isolate. Come sottolinea la vicepresidente dell’Osservatorio: «Se le donne non si emancipano nel senso che devono comunque portare avanti quello che è un concetto di distacco dalla figura di un uomo forte che può tutelarle nella conduzione della vita personale e non si emancipano dal discorso che il loro modo di essere deve essere sempre soggetto allo sguardo maschile, noi siamo anche in posizione di arretratezza culturale che non ci permette di fronteggiare il fenomeno».

I limiti degli strumenti di protezione e la necessità di una cabina di regia
I dati descrivono un panorama complesso. Comprende anche 610 casi di stalking e 41 violazioni delle misure cautelari già disposte. Questi numeri interrogano direttamente l’efficacia dei sistemi di tutela statali. Essi interrogano anche la reale percezione del rischio quando una donna trova la forza di denunciare. Secondo l’esperta, la risposta istituzionale non può limitarsi a interventi parcellizzati: «Attualmente secondo me andrebbe ribadito che la violenza ha più volti, noi mettiamo lo stalking come discorso di violenza psicologica che viene effettuato, però la violenza di genere è un mostro dalle mille teste e da mille tentacoli, per cui non basta un braccialetto elettronico, non bastano delle misure cautelari, bisogna avere delle azioni che devono essere ferme e congiunte e ci deve essere una grossa cabina di regia per poter pensare di eradicare un fenomeno che purtroppo è secolare all’interno delle società».
La giustizia, quando interviene unicamente a valle del crimine, sancisce di fatto un fallimento collettivo. Per questa ragione, l’accento si sposta dalla mera punizione alla prevenzione attiva. Inoltre, si sottolinea la digitalizzazione dei flussi informativi tra le forze dell’ordine per azzerare i tempi di reazione. Al contempo, diventa prioritario il potenziamento dei Cuav (Centri per uomini autori di violenza). «Non basta secondo me l’inasprimento delle pene perché quando il violento ha l’ergastolo, noi purtroppo siamo comunque sconfitti perché abbiamo perso una vita, allora noi dobbiamo fare in maniera che non perdiamo vite – spiega -. Io mi batto molto sul fatto che si dovrebbero potenziare i Cuav, quei centri che servono per rieducare i uomini violenti, perché ce ne sono troppo pochi in Italia, allora è troppo facile buttare in una cella un individuo e chiudere la porta».
Il ruolo dei mass media e l’urgenza dell’educazione affettiva nelle scuole
Il cambiamento culturale profondo appare rallentato anche dai modelli antropologici riprodotti dai mezzi di comunicazione e dall’industria culturale. La figura femminile viene troppo spesso relegata a ruoli di subalternità o schiacciata su canoni puramente estetici e stereotipi duri a morire. Esiste un sommerso normativo, radicato persino nel patrimonio folkloristico e nei testi di alcune canzoni popolari. Qui lo schiaffo o la gelosia possessiva vengono distorti e narrati come prove d’amore. Per destrutturare questa grammatica della violenza, la via indicata dall’Osservatorio è “l’introduzione sistematica e intergenerazionale dell’educazione all’affettività nelle scuole, affinché la parità diventi una condizione sostanziale e non solo un enunciato di legge”.

Il sospetto del dopo denuncia e la cultura dell’omertà
Molte donne raccontano che l’ostacolo più alto non è l’atto di denunciare, ma l’abisso che si spalanca subito dopo. Si tratta di un limbo fatto di diffidenza, isolamento sociale e continue domande sulla propria credibilità. In un sistema culturale che tende a mettere sotto processo la vittima quasi quanto l’accusato, il peso del giudizio collettivo diventa una seconda violenza. A volte risulta più subdola e paralizzante della prima. La dottoressa Genna individua la radice di questo isolamento in un retaggio antico, mai del tutto superato. «Io penso che la nostra società sia basata sull’omertà, ancora, e ci sia nelle contraddizioni questo: che i panni sporchi si lavano ancora in famiglia».
Questo muro di silenzio protettivo nei confronti del partner, o della stabilità fittizia del nucleo familiare, si traduce in un blocco psicologico ed economico. Spesso le donne sono frenate dal timore di non trovare alternative reali o risposte concrete da parte della comunità. Se una donna non possiede gli strumenti materiali e culturali per rendersi autonoma, la denuncia viene percepita come un salto nel vuoto. Questo rischio è amplificato da un contesto sociale che troppo spesso si gira dall’altra parte o, peggio, colpevolizza chi sceglie di parlare.
Sebbene la Regione Campania sia attiva dal 2012 con reti territoriali concrete e l’impegno di professionisti sul campo, i tempi della sociologia restano distanti dall’urgenza della cronaca. “Il traguardo di un cambiamento radicale richiederà ancora decenni di lavoro istituzionale e sociale. Di fronte alle immagini globali di sopraffazione e alle sacche di omertà domestica che impongono di lavare i panni sporchi in famiglia, l’unica alternativa rimane la costruzione di una comunità diffusa di sentinelle. Cittadini capaci di riconoscere i primi segnali di abuso (dalle svalutazioni verbali alle prime aggressioni fisiche) devono intervenire. In questo modo si può congelare quei modelli distruttivi prima che si trasformino nell’ennesima tragedia irreparabile“.

