1 Febbraio 2026

Angela Capasso

Prima che sia sempre troppo tardi

Una fragilità che non possiamo più ignorare

I dati diffusi nelle scorse ore dalle procure campane, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, non raccontano soltanto un aumento dei reati. Raccontano qualcosa di più profondo e più difficile da accettare: una fragilità sociale che attraversa territori, generazioni e relazioni.

Femminicidi raddoppiati, violenza di genere diffusa, età delle vittime e degli autori che si abbassa, minorenni – persino infraquattordicenni – coinvolti in episodi sempre più gravi. Letti uno alla volta, questi fatti sembrano emergenze distinte. Guardati insieme, compongono un quadro unico, coerente e inquietante.

La parola che li tiene insieme non è “criminalità”. È fragilità.

Questa fragilità non nasce oggi e non nasce per caso. È il risultato di anni in cui interi pezzi di territorio sono rimasti sospesi: tra marginalità e retorica del rilancio, tra abbandono e narrazioni rassicuranti. È cresciuta nelle periferie fisiche e in quelle educative, nei vuoti lasciati da adulti assenti, istituzioni intermittenti, comunità che hanno smesso di riconoscersi come tali.

Una fragilità che prende forma prima del reato e molto prima del tribunale. Nasce da una scarsa educazione sociale, dall’assenza di riferimenti stabili, dalla difficoltà crescente di riconoscere limiti, responsabilità e conseguenze. Quando non viene intercettata, la violenza diventa un linguaggio possibile: un modo brutale per affermarsi, per dominare, per esistere.

La sicurezza, in questo contesto, non può essere ridotta a una questione esclusivamente repressiva. È evidente che servano corpi adeguati, strumenti, controllo del territorio. Ma è altrettanto evidente che senza educazione, senza prevenzione, senza una presenza sociale reale, la risposta arriva quasi sempre dopo. Dopo una donna uccisa, dopo un ragazzo armato. E dopo una vita spezzata.

Lo Stato, la giustizia, le forze dell’ordine svolgono un lavoro enorme, spesso in condizioni difficili e con risorse limitate. Ma continuare a intervenire solo quando il danno è già compiuto significa accettare una logica emergenziale permanente. Una logica che non risolve, ma rincorre.

La Campania non ha bisogno di essere raccontata soltanto come una terra violenta. Ha bisogno di essere guardata per quello che sta diventando: una società in cui le fratture educative, sociali e relazionali stanno producendo conseguenze sempre più estreme. Dove la violenza non esplode all’improvviso, ma cresce nel silenzio, nell’abitudine, nella normalizzazione.

Riconoscere questa fragilità non significa arrendersi né indulgere nel pessimismo. Significa smettere di fingere che ogni fatto sia isolato. Significa comprendere che sicurezza ed educazione non sono ambiti separati, ma parti dello stesso patto sociale.

C’è ancora uno spazio in cui intervenire prima che la cronaca diventi tribunale e prima che il tribunale resti l’unico luogo in cui il territorio si racconta. È lo spazio della responsabilità quotidiana: delle famiglie, della scuola, delle istituzioni, dell’informazione.

Non è una speranza facile, né immediata. Ma è l’unica credibile: quella di una comunità che sceglie di non arrivare sempre troppo tardi.

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