Il professor Carlo Pace Napoleone, direttore della Sc di cardiochirurgia pediatrica e delle cardiopatie congenite dell’ospedale infantile Regina Margherita di Torino, cerca di far luce sulla questione.
Un bimbo di due anni è in coma farmacologico al Monaldi di Napoli dopo il trapianto di un cuore danneggiato. Pare, dal ghiaccio secco e da un trasporto in una box non idonea. Il professor Carlo Pace Napoleone, direttore della Sc di cardiochirurgia pediatrica e delle cardiopatie congenite dell’ospedale infantile Regina Margherita di Torino, cerca di far luce sulla questione. E spiega le criticità del trasporto degli organi. Inoltre, spiega l’efficacia dell’organo artificiale come soluzione ponte per stabilizzare i piccoli pazienti in attesa di un nuovo donatore.
Il cardiochirurgo Carlo Pace Napoleone vanta una lunga esperienza iniziata a Bologna, culminata con l’esecuzione di 74 trapianti di cuore. Avvenuti presso l’ospedale Regina Margherita di Torino, centro d’eccellenza pediatrica.
Lo specialista Carlo Pace Napoleone ha illustrato le delicate fasi iniziali del trapianto. Ha spiegato che, non appena si interrompe la circolazione sanguigna, il cuore è il primo organo a essere espiantato dal donatore. Per garantirne l’integrità, si iniettata nelle arterie coronarie una specifica soluzione fredda a una temperatura di 4 gradi. Questa procedura tecnica è fondamentale per indurre l’arresto del muscolo cardiaco e assicurarne la corretta conservazione durante il trasporto verso il ricevente, preservando la funzionalità cellulare dell’organo.
Cosa succede dopo l’espianto
Una volta espiantato, dice il professore, “L’organo è rimosso e posto in una busta di plastica con questa soluzione dentro, il tutto inserito in un’altra busta con soluzione fisiologica fredda.Questo pacchetto ben chiuso viene inserito in un contenitore di plastica per trasportare gli organi, riempito di soluzione fisiologica. La scatola poi si inserisce nel contenitore per il trasporto pieno di ghiaccio”.
Il dottor Carlo Pace Napoleone ha illustrato l’evoluzione tecnologica dei sistemi di trasporto per i trapianti cardiaci. Il dottor Carlo Pace Napoleone ha riferito che, fino a circa un anno fa, era prassi comune utilizzare box simili a frigoriferi da campeggio. Si trattava di strutture ingombranti, riempite di ghiaccio comune.
Recentemente, però, il mercato ha introdotto soluzioni più avanzate: si tratta di contenitori in polistirolo, caratterizzati da una maggiore leggerezza e praticità. Questi nuovi modelli non utilizzano più il ghiaccio sciolto, ma si avvalgono di specifici panetti di sostanza refrigerante.
Un elemento cruciale di questa innovazione è la presenza di un termometro esterno, che permette ai sanitari di monitorare costantemente la temperatura interna in tempo reale. Questo progresso tecnico è fondamentale per garantire che il cuore rimanga in un ambiente protetto e a temperatura controllata, riducendo drasticamente i rischi di shock termico o congelamento accidentale durante il delicato tragitto verso l’ospedale ricevente.

Trapianti riusciti anche prima delle box tecnologiche
Il dottor Carlo Pace Napoleone ha precisato che il cuore deve essere trasportato a una temperatura di circa 6 gradi. Lo specialista ha osservato che, per un periodo superiore ai trent’anni, i trapianti si eseguivano con successo impiegando frigoriferi privi di tecnologie avanzate. Ha sottolineato come tale prassi consolidata non avesse mai dato luogo, fino a quel momento, a criticità significative o a complicazioni rilevanti nel processo di conservazione degli organi.Ma devo anche dire che sono 30 anni che facciamo trapianti con il frigo non tecnologico senza problemi.
Il problema non è la box ma il ghiaccio secco
Il dottor Carlo Pace Napoleone ha chiarito che la criticità dell’evento non risiederebbe nella tipologia di contenitore impiegato per il trasporto verso Napoli. Bensì nell’utilizzo improprio del ghiaccio secco al suo interno. Lo specialista ha sottolineato che tale materiale non deve mai essere usato per il trasporto di organi solidi, in quanto capace di causare danni irreversibili ai tessuti. “Un materiale che non si usa mai per il trasporto di organi e che non è disponibile nelle sale operatorie: si utilizza solo nel trasporto di valvole e tessuti conservati in azoto liquido.L’obiettivo è farli arrivare nell’ospedale prima di essere sottoposti a una procedura di scongelamento per poi procedere all’impianto.Insomma il ghiaccio secco non è presente abitualmente in una sala operatoria”, sottolinea il professore.
Secondo quanto riportato dal cardiochirurgo, il ghiaccio secco non è nemmeno una sostanza abitualmente disponibile nelle sale operatorie. Il suo impiego è infatti limitato esclusivamente alla spedizione di valvole cardiache e tessuti specifici che richiedono una conservazione estrema in azoto liquido. L’errore procedurale consisterebbe dunque nell’aver confuso i protocolli di conservazione, esponendo il cuore a temperature inadeguate che ne avrebbero compromesso la funzionalità vitale prima ancora dell’impianto nel piccolo paziente.
I dubbi sulla provenienza del ghiaccio secco a Bolzano
Le indagini dovranno chiarire la provenienza del ghiaccio secco e le ragioni del suo utilizzo a Bolzano, dato che non è previsto per il trasporto di organi. Resta da capire perché un cuore “bruciato” dal gelo è stato comunque impiantato. I chirurghi potrebbero non aver rilevato immediatamente i danni tissutali, visibili solo dopo la riperfusione dell’organo nel corpo del piccolo paziente. “Credo che l’organo fosse congelato. Quando si fa il trapianto – chiarisce Pace – i tempi sono fondamentali. Dal momento in cui il cuore si ferma a Bolzano e arriva a Napoli devono passare 4 ore: quindi quando l’organo nuovo entra in sala operatoria il paziente deve essere già in circolazione extracorporea”, afferma.
Cuore impiantato ugualmente come necessità
Il dottor Carlo Pace Napoleone ha ipotizzato che l’equipe medica del Monaldi abbia proceduto con il trapianto poiché l’organo originale del bambino era ormai giunto al limite della sua funzione. Nonostante il cuore arrivato da Bolzano presentasse presumibilmente un danno, in quella fase critica non era tecnicamente possibile eseguire un esame istologico immediato per valutarne l’entità.
L’ipotesi salvavita di un cuore artificiale
In una situazione definita drammatica, lo specialista ha spiegato che il cuore artificiale rappresenta una concreta opzione terapeutica. Tale dispositivo, fungendo da supporto meccanico alla circolazione, permetterebbe di mantenere in vita il piccolo paziente in attesa che si renda disponibile un nuovo organo compatibile. Questa “soluzione ponte” è fondamentale per stabilizzare le funzioni vitali e guadagnare il tempo necessario per una nuova ricerca nella rete nazionale dei trapianti. “Ha la possibilità di rimanere funzionante nel bimbo anche per anni. Per pazienti così piccoli ne esiste un solo tipo: il Berlin Heart”, dice Pace. Il problema è che “essendo il torace molto piccolo, il cuore artificiale di fatto viene appoggiato sulla pancia, collegato con delle cannule che possono essere o due o quattro. Queste cannule tendono a infettarsi, ancor più nel bimbo che è stato sottoposto a terapia immunosoppressiva. Un rischio importante. Inoltre il cuore artificiale richiede che il sangue sia mantenuto completamente fluido e questo può esporre a sanguinamenti e trombosi. Insomma, è una possibilità, ma presenta una serie di effetti collaterali che vanno considerati bene, insieme alla famiglia.”


