Dopo il rigetto regionale dell’AIA, la società ribadisce la volontà di investire e restare in Campania ma segnala ostacoli tecnici nel percorso autorizzativo
Le Fonderie Pisano tornano al centro del confronto tra impresa e istituzioni in Campania. Nei giorni scorsi la Regione ha notificato il decreto di rigetto dell’autorizzazione integrata ambientale (AIA), un passaggio decisivo per la continuità produttiva dello stabilimento di Salerno. L’azienda, pur confermando la volontà di investire sul territorio, esprime preoccupazione per quello che definisce un “muro tecnico” incontrato durante l’iter.
Il rigetto dell’autorizzazione e la posizione dell’azienda
Il punto di partenza è il provvedimento regionale che nega l’autorizzazione all’esercizio dell’impianto di via dei Greci. Una decisione che, secondo l’azienda, non sarebbe coerente con le dichiarazioni istituzionali orientate alla tutela simultanea di ambiente, occupazione e continuità produttiva. L’amministratore delegato Ciro Pisano ha sottolineato come l’azienda condivida questi obiettivi e sostenga da anni investimenti rilevanti proprio in questa direzione. Tuttavia, evidenzia una “apparente contraddizione” tra l’apertura al dialogo espressa dalla Regione e i provvedimenti già adottati, che di fatto bloccano l’attività. La conseguenza immediata è il ricorso alle vie legali: l’azienda afferma di essere costretta a difendere le proprie ragioni in tribunale, pur ritenendo che la vicenda avrebbe potuto trovare una soluzione attraverso il confronto istituzionale.
Il nodo della delocalizzazione e della continuità produttiva
Uno degli elementi centrali della vicenda è il progetto di trasferimento dell’impianto in un nuovo sito. La delocalizzazione viene indicata come un obiettivo condiviso, già avviato dall’azienda attraverso l’opzione su suoli e capannoni. Esiste un vincolo economico fondamentale: la costruzione di un nuovo stabilimento può avvenire solo se viene garantita la continuità produttiva di quello attuale. “Un’industria spenta”, è il ragionamento, non dispone delle risorse né del mercato necessari per ripartire altrove. In questa prospettiva, l’azienda propone una pianificazione congiunta con la Regione per individuare un’area industriale adeguata dove realizzare il nuovo impianto. Una soluzione che, nelle intenzioni, permetterebbe di superare il conflitto attuale.
Le criticità tecniche e i tempi dell’iter
Il passaggio più critico riguarda la conferenza dei servizi, durante la quale l’azienda sostiene di aver incontrato un “muro tecnico”. In particolare, viene contestata la richiesta di adeguare i limiti emissivi in un arco temporale di soli 20 giorni. Secondo la società, tali limiti sarebbero stati fissati a valori inferiori al minimo previsto dalle normative, mentre in altre regioni italiane verrebbero concessi tempi più lunghi, fino al 2028, per l’adeguamento. L’azienda afferma inoltre che lo stabilimento attuale rispetta già i nuovi limiti europei, come dimostrato da cinque anni di controlli regionali. Nonostante ciò, sostiene di aver comunque presentato un progetto di revisione impiantistica in tempi rapidi per ridurre ulteriormente l’impatto ambientale.
Le proposte dell’azienda per ridurre l’impatto
Tra le misure avanzate c’è una proposta definita “immediata e drastica”: la riduzione del 50% della produzione durante la fase di adeguamento degli impianti. Una scelta che comporterebbe un costo significativo per l’azienda ma che, nelle intenzioni, consentirebbe di raggiungere subito gli obiettivi ambientali richiesti. Questa proposta, però, non è stata accolta. Il mancato via libera all’autorizzazione ha quindi interrotto il percorso, alimentando lo scontro tra le parti. Parallelamente, l’azienda dichiara di aver recepito la richiesta della Regione di fornire ulteriori dettagli tecnici sul nuovo stabilimento, segnale di un possibile riavvio del dialogo almeno sul piano progettuale.

Il progetto del nuovo stabilimento
Il piano per il nuovo sito industriale prevede un impianto basato su tecnologie considerate a basso impatto ambientale. Tra gli elementi indicati ci sono l’abbandono dei combustibili fossili, l’utilizzo di forni elettrici alimentati da pannelli fotovoltaici e l’introduzione di macchinari di ultima generazione. Il progetto include anche simulazioni delle emissioni e delle ricadute ambientali su diverse distanze (500, 1000 e 2000 metri), oltre a previsioni occupazionali e di mercato. L’obiettivo dichiarato è mantenere in Campania un patrimonio di competenze industriali, evitando la delocalizzazione verso aree a basso costo. Un punto su cui l’azienda insiste, richiamando sia la tutela dei lavoratori sia il valore del know-how accumulato nel territorio.
Una vicenda ancora aperta
La situazione resta quindi in una fase di stallo. Da un lato, la Regione ha già adottato un provvedimento restrittivo; dall’altro, l’azienda continua a chiedere un percorso condiviso che consenta di conciliare produzione e sostenibilità ambientale. Il confronto si sposta ora su due piani: quello giudiziario, già avviato, e quello tecnico-amministrativo, che potrebbe riaprirsi attraverso ulteriori approfondimenti sul nuovo progetto industriale.


