Ospedale - Immagine di repertorio
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21 Marzo 2026

Cristina Siciliano

Epatite A, 51 ricoveri tra Napoli e Caserta: cresce la curva dei contagi. Il medico del Cotugno: “Non è epidemia”

La maggior parte dei pazienti ha consumato frutti di mare crudi; i medici invitano alla cottura e alla vaccinazione

Sono 51 i pazienti ricoverati per epatite A all’ospedale Cotugno di Napoli, a cui si aggiungono altre 9 persone attualmente in pronto soccorso. I casi, segnalati anche in altre strutture sanitarie della provincia e nel Casertano, hanno portato a un aumento rispetto ai livelli abituali. Secondo i medici, tuttavia, non si tratta di un’epidemia.

I numeri e la situazione negli ospedali

Il dato è stato comunicato da Raffaele Di Sarno, responsabile del pronto soccorso infettivologico e pneumologico del Cotugno, struttura di riferimento per le malattie infettive. I ricoveri riguardano pazienti con epatite A non complicata, quindi senza condizioni cliniche gravi. L’età media dei pazienti è compresa tra i 30 e i 40 anni. Oltre ai 51 ricoverati, altre 9 persone sono in fase di valutazione al pronto soccorso. Segnalazioni analoghe arrivano anche da altri ospedali della zona, segno di una diffusione ampia ma non anomala secondo gli specialisti. Di Sarno ha spiegato che un aumento dei casi in questo periodo dell’anno è atteso: dopo le festività natalizie, infatti, si registra spesso un picco legato alle abitudini alimentari locali.

Il legame con il consumo di frutti di mare crudi

Un elemento ricorrente nelle anamnesi dei pazienti riguarda il consumo di frutti di mare crudi, in particolare ostriche e cozze. Tutti i ricoverati, secondo quanto riferito dai medici, hanno dichiarato di aver mangiato alimenti di questo tipo. Questo dato rafforza un collegamento già noto tra epatite A e consumo di prodotti ittici non adeguatamente trattati. I molluschi, se provenienti da acque contaminate o non controllate, possono infatti veicolare il virus. La diffusione geografica dei casi (tra Napoli e il Casertano) suggerisce una circolazione ampia ma non riconducibile a un singolo focolaio identificato.

“Non è un’epidemia”: cosa significa

Nonostante l’aumento dei casi rispetto alla norma, Di Sarno ha escluso che si possa parlare di epidemia. La distinzione, in ambito sanitario, riguarda soprattutto la presenza di una diffusione anomala e non prevedibile. In questo caso, invece, i medici sottolineano che un incremento stagionale è previsto, anche se i numeri attuali risultano più alti del solito. Il medico del Cotugno sottolinea che la situazione viene quindi monitorata, ma senza elementi che indichino una perdita di controllo della diffusione. Le condizioni cliniche dei pazienti, tutte non complicate, contribuiscono a ridurre il livello di allarme.

Medici in ospedale - immagine repertorio
Medici in ospedale – immagine repertorio

Come si trasmette il virus

L’epatite A si trasmette principalmente per via oro-fecale. Questo significa che il contagio può avvenire sia attraverso il consumo di alimenti contaminati sia tramite contatto diretto tra persone. Le mani rappresentano un veicolo importante di trasmissione. Se una persona infetta non adotta un’adeguata igiene e manipola cibo, può trasmettere il virus ad altri. Oltre ai frutti di mare, anche altri alimenti possono essere coinvolti, soprattutto se non lavati o trattati correttamente.

Le raccomandazioni: cottura e vaccinazione

Le indicazioni dei medici sono principalmente due: evitare il consumo di frutti di mare crudi e ricorrere alla vaccinazione. Per quanto riguarda l’alimentazione, il consiglio è di consumare questi prodotti solo dopo una cottura adeguata, con bollitura di almeno quattro minuti. Questo processo è considerato sufficiente a eliminare il virus. Sul fronte della prevenzione, viene indicata come “importantissima” la vaccinazione contro l’epatite A. Il vaccino è disponibile sia per i bambini a partire da un anno di età sia per gli adulti. Si tratta di un vaccino con virus inattivato, quindi privo di rischi legati alla replicazione del virus, e garantisce una copertura già entro circa 15 giorni dalla somministrazione. È previsto inoltre un richiamo dopo sei mesi per consolidare la protezione.

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