Migranti-Immagine di repertorio
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📍 Castel Volturno

16 Luglio 2026

Martina Sarracino

Castel Volturno, oltre 150 giovani per la protesta contro il CPR. La presidente Rispoli: “Luoghi di reclusione e umiliazioni”

A Castel Volturno una catena umana di oltre 150 giovani ha acceso il dibattito sulla costruzione del nuovo CPR, chiedendo allo Stato di investire in diritti, servizi e riqualificazione del territorio

Più di 150 ragazze e ragazzi arrivati da diverse parti d’Italia hanno scelto Castel Volturno, in provincia di Caserta, per manifestare il proprio dissenso alla costruzione del nuovo Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) previsto in località La Piana. La protesta si è trasformata in una grande catena umana promossa dal Comitato “NO CPR né a Castel Volturno né altrove”, insieme alle associazioni impegnate sul territorio. L’iniziativa si è svolta al termine di cinque giorni di incontri, laboratori e percorsi di memoria organizzati presso la cooperativa sociale “Al di là dei sogni”. Una realtà che da anni lavora sui temi dell’inclusione sociale e del recupero dei beni confiscati alla criminalità organizzata.

Trecento mani unite sui terreni destinati alla nuova struttura

Le persone coinvolte hanno stretto simbolicamente trecento mani proprio nell’area dove lo Stato ha previsto la realizzazione del nuovo CPR. Secondo quanto denunciato dagli organizzatori, il progetto prevede una struttura da 120 posti con un investimento di 43 milioni di euro. Sarebbe inoltre destinata a sorgere in una zona umida caratterizzata dal passaggio di uccelli migratori e inizialmente pensata come area per un parco pubblico.

La protesta ha assunto anche un forte valore simbolico perché si è svolta nelle terre legate alla memoria di Don Peppe Diana, sacerdote ucciso dalla camorra, e in un territorio segnato dalla violenza del clan dei Casalesi. Proprio qui, nel settembre 2008, una strage colpì sei giovani immigrati africani. Si tratta di Julius Francis Kwame Anwi, Ibrahim Muslim Alhaji, Kwadwo Owusu Wiafe, Justice Sonny Abu, Karim Yakubu Awanga, Eric Affun Yeboah.

Cpr Castel Volturno

La costruzione di un futuro diverso

I manifestanti hanno voluto ricordare come quelle stesse terre, sottratte alla criminalità organizzata, siano oggi luoghi dove cooperative e imprese sociali cercano di costruire percorsi di legalità, lavoro e integrazione. Per questo, secondo il Comitato, la scelta di realizzare un CPR rappresenterebbe un modello opposto rispetto a quello della rinascita sociale del territorio. La richiesta principale avanzata durante la mobilitazione riguarda un diverso utilizzo delle risorse pubbliche. Sarebbe adeguato scegliere meno strutture di detenzione e più interventi capaci di rispondere ai bisogni reali della comunità.

La denuncia di Libera sui CPR e sulle politiche migratorie

A intervenire durante la protesta è stata Francesca Rispoli, co-presidente nazionale di Libera. Ha criticato il sistema dei Centri di Permanenza per i Rimpatri spiegando: “Nei CPR non si sconta una pena e chi vi entra non ha commesso alcun reato, ma solo un illecito amministrativo: la mancanza di un documento. Per questo si può essere privati della libertà fino a 18 mesi. I dati dimostrano che meno di tre persone su dieci vengono effettivamente rimpatriate. Le altre sette sono senza documenti e senza prospettive, ma con alle spalle mesi di reclusione, psicofarmaci e umiliazioni.

Questa non è politica migratoria: è una macchina che produce sofferenza senza raggiungere gli obiettivi dichiarati. Dopo anni di abbandono, lo Stato non torna a Castel Volturno con una scuola, un ospedale, un ufficio immigrazione efficiente o una bonifica della falda. Torna con 43 milioni di euro per un centro di detenzione che costerà altri 5 milioni all’anno per la gestione.”

La richiesta: diritti, bonifiche e servizi

La mobilitazione ha quindi posto al centro il tema delle priorità nelle scelte pubbliche. Secondo i promotori, Castel Volturno avrebbe bisogno di interventi strutturali sul territorio: dalla tutela ambientale al potenziamento dei servizi, fino alla creazione di opportunità sociali ed economiche. La protesta non riguarda soltanto la costruzione di un singolo CPR, ma apre un dibattito più ampio sul modello di gestione delle migrazioni e sul rapporto tra sicurezza, accoglienza e rispetto dei diritti fondamentali.

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