Ansia, depressione, ritiro sociale e dipendenze compaiono sempre più precocemente. Il direttore scientifico del Centro Noesis: «La prevenzione arriva ancora troppo tardi. Senza investimenti rischiamo una generazione di adulti emotivamente fragili»
Ogni generazione produce i propri indicatori di fragilità. Per quella che oggi frequenta le scuole medie il segnale più evidente è l’anticipo della sofferenza psichica. Per anni la psichiatria ha collocato l’esordio dei principali disturbi mentali nella tarda adolescenza, quasi fosse una soglia biologica relativamente stabile. Oggi quella geografia si è spostata: depressione, disturbi d’ansia, ritiro sociale, dipendenze e, nei casi più complessi, vere e proprie patologie psichiatriche compaiono sempre più spesso quando l’adolescenza deve ancora iniziare. Dodici anni stanno diventando un’età clinica prima ancora che anagrafica. Dietro questo abbassamento dell’età di esordio c’è l’accumularsi di cambiamenti che hanno modificato il contesto della crescita: le reti familiari più fragili, la povertà educativa, le nuove pressioni sociali, l’esposizione continua agli stimoli digitali e servizi territoriali ancora insufficienti nella capacità di intercettare precocemente il disagio.
Il fenomeno emerge dall’osservazione quotidiana dei servizi di salute mentale ed è confermato dai dati raccolti dall’Osservatorio nazionale per la salute emotiva e comportamentale. A delineare il quadro è Vincenzo Barretta, psichiatra, psicoterapeuta, specialista in Medicina delle Dipendenze e direttore scientifico del Centro Noesis, che descrive un cambiamento ormai strutturale nel profilo della sofferenza psicologica delle nuove generazioni.

L’età dell’esordio continua ad abbassarsi
«Quella era l’età in cui si cominciava a manifestare la maggior parte dei disturbi psichici. Oggi assistiamo a un abbassamento dell’età di esordio. Vediamo ragazzi di 11, 12 e 13 anni che presentano già una condizione di disagio emozionale o un vero e proprio disturbo psichico strutturato», spiega Barretta. Una trasformazione che, secondo lo specialista, non può essere attribuita a una sola causa. Alla base c’è l’intreccio di cambiamenti sociali, educativi e culturali che negli ultimi anni hanno modificato profondamente il percorso di crescita. «È cambiata la struttura della famiglia. Abbiamo molte famiglie disfunzionali, una scuola che fatica a rispondere ai nuovi bisogni educativi e un mondo digitale che esercita un impatto sempre più forte sulla salute mentale dei ragazzi». La dimensione digitale rappresenta uno degli elementi più incisivi. L’esposizione continua ai social network, al flusso costante di informazioni e alla pressione del confronto permanente produce effetti che un cervello ancora in formazione fatica a elaborare. «Chi è più sensibile elabora in maniera non adeguata questi stimoli e può sviluppare condizioni di disagio. Oggi sappiamo inoltre che il processo di maturazione cerebrale può proseguire fino ai trent’anni. Questo significa che tutto ciò che un ragazzo vive durante la crescita lascia un’impronta molto più profonda».
Il peso dell’ambiente in cui si cresce
Il fenomeno assume contorni ancora più complessi in Campania. Il recente rapporto Cesvi colloca la regione all’ultimo posto in Italia per capacità di prevenire il maltrattamento infantile e per disponibilità di servizi territoriali dedicati ai minori. Per Barretta il contesto sociale rappresenta un fattore determinante. «La povertà economica, quella culturale e quella educativa sono veri e propri fattori di rischio per l’insorgenza dei disturbi psicologici. In Campania questi fattori sono più presenti rispetto ad altre aree del Paese e, nello stesso tempo, i servizi di salute mentale e quelli dedicati alle dipendenze sono cronicamente sottofinanziati» .Il risultato è un doppio svantaggio: aumentano le condizioni che favoriscono il disagio e diminuisce la capacità del sistema sanitario di intercettarlo precocemente. «Ci sono sempre meno professionisti e le strutture fanno uno sforzo enorme per garantire risposte adeguate».

Sei ragazzi su dieci presentano fragilità emotive
L’Osservatorio nazionale per la salute emotiva e comportamentale ha fotografato una realtà che va ben oltre la percezione diffusa. Una ricerca condotta negli ultimi anni ha rilevato che circa sei giovani su dieci presentano una fragilità emotiva compatibile con un rischio di sviluppare disturbi ansiosi o depressivi.
«Abbiamo osservato che il 59% dei giovani presenta una condizione di fragilità emotiva oppure elementi che possono indicare disturbi d’ansia, depressione o altre forme di disagio. Più recentemente abbiamo individuato fattori di rischio in quasi il 70% dei ragazzi sotto i diciotto anni». Secondo Barretta questi numeri raccontano due fenomeni paralleli. «Da una parte c’è un reale aumento del disagio emotivo e comportamentale. Dall’altra siamo diventati più capaci a riconoscerlo. La pandemia ha contribuito ad aumentare la consapevolezza collettiva, ma il problema era presente già da molti anni».
Separare una fisiologica crisi evolutiva dall’inizio di una psicopatologia resta uno degli aspetti più delicati. «Bisogna osservare i bruschi cambiamenti dell’umore, le alterazioni del ritmo sonno-veglia, i cambiamenti improvvisi dell’appetito, il ritiro sociale. Non bisogna allarmarsi davanti a ogni segnale, ma attivarsi e chiedere una valutazione specialistica». Proprio per questo, sottolinea, la prevenzione dovrebbe concentrarsi sull’individuazione precoce dei fattori di rischio, coinvolgendo famiglie, scuola e operatori.
Prevenzione ancora insufficiente
La Campania è stata la prima regione italiana a introdurre la figura dello psicologo di base. Un’esperienza che Barretta considera importante ma ancora lontana dagli obiettivi originari. «L’idea è sicuramente valida, ma il numero dei professionisti è troppo basso rispetto ai bisogni. Molto spesso lo psicologo di base finisce per fare attività clinica perché le persone arrivano quando il problema è già presente». È proprio questo, secondo lo psichiatra, il limite principale dell’intero sistema. «Fare prevenzione significa arrivare prima. Noi ancora non riusciamo a farlo. Molte iniziative che definiamo preventive sono, in realtà, soltanto informative».
Nel frattempo crescono anche altri fenomeni preoccupanti. «In Campania registriamo un aumento del binge drinking già tra i giovanissimi e continuiamo a essere tra le regioni con i livelli più elevati di gioco d’azzardo patologico tra i minori».
Il rischio per la prossima generazione
Il giudizio sulle politiche dedicate alla salute mentale è netto. «Quello che si fa è assolutamente insufficiente. La salute mentale nel nostro Paese riceve finanziamenti inferiori rispetto a quelli destinati negli altri Stati europei e la Campania investe ancora meno». Per Barretta la posta in gioco supera il presente. «Se non mettiamo in campo misure concrete, efficaci e strutturali, tra dieci o quindici anni rischiamo di avere una popolazione con grandi problemi dal punto di vista emotivo e comportamentale. Dobbiamo imparare a individuare precocemente i ragazzi più fragili e intervenire prima che la sofferenza diventi una malattia. È questa la vera prevenzione».


