L’edificio era destinatario di un’ordinanza di demolizione mai eseguita. L’Ordine degli architetti: “Manutenzioni assenti e controlli mancati“
Il crollo della palazzina di via Zanardelli, ad Arzano, non è stato un evento improvviso. L’edificio, ceduto nel tardo pomeriggio di ieri, era già stato sgomberato anni fa ed era oggetto di un’ordinanza di messa in sicurezza con demolizione che non è mai stata eseguita. Dopo il cedimento sono state allontanate in via precauzionale 14 famiglie, per un totale di 34 persone. Otto sono state ospitate in albergo, le altre hanno trovato una sistemazione autonoma. Non ci sono stati feriti. Ma il punto centrale della vicenda riguarda ciò che non è stato fatto prima del crollo.
Un provvedimento rimasto sulla carta
La circostanza più rilevante emersa durante la riunione del Centro coordinamento soccorsi, convocata in Prefettura a Napoli, è che l’immobile era già considerato pericoloso. La palazzina era stata sgomberata in passato e destinataria di un’ordinanza che ne prevedeva la demolizione. Un atto di questo tipo presuppone verifiche tecniche e l’accertamento di condizioni di rischio. Se non viene eseguito, significa che un edificio formalmente riconosciuto come insicuro resta esposto al degrado strutturale.
Dal sopralluogo dei vigili del fuoco, effettuato dopo il crollo, è emersa la necessità di estendere lo sgombero anche agli edifici circostanti. La gestione dell’emergenza è stata affrontata alla presenza del prefetto di Napoli Michele di Bari, dell’assessora regionale alla Protezione civile, Fiorella Zabatta, della commissaria prefettizia di Arzano Stefania Rodà, del comandante provinciale dei vigili del fuoco Giuseppe Paduano, dei rappresentanti delle forze di polizia, dell’Asl Napoli 2 Nord e della Protezione civile regionale. Ma la sequenza degli eventi indica che il rischio non era sconosciuto.

La manutenzione che non c’è stata
Sul caso è intervenuto l’Ordine degli architetti di Napoli, con Antonio Cerbone, tesoriere dell’Ordine e coordinatore per la Campania della Struttura tecnica nazionale della Protezione civile. “Non è fatalità”, ha spiegato. “I crolli ripetuti segnalano un patrimonio edilizio lasciato senza cura. Edifici abbandonati, sgomberi in extremis, manutenzioni mai fatte”. Secondo Cerbone, attribuire il cedimento a fattori contingenti, come la pioggia, significa ignorare un processo di deterioramento che si accumula negli anni. “La pioggia non è il colpevole: è solo l’ultima sollecitazione che scopre fragilità accumulate”. Nel caso di via Zanardelli, la presenza di un’ordinanza non eseguita rafforza l’ipotesi di una gestione che si è interrotta prima dell’intervento necessario. La manutenzione straordinaria, se prevista, non è stata completata; la demolizione, se disposta, non è stata attuata.
Controlli e responsabilità
Il tema posto dagli architetti riguarda anche la catena delle responsabilità. “Condomini senza vera governance tecnica”, ha osservato Cerbone, facendo riferimento a proprietà frammentate e decisioni spesso bloccate da conflitti o inerzie. In questi casi la mancanza di controlli periodici e di figure tecniche incaricate stabilmente della sicurezza degli edifici può trasformare un problema strutturale noto in un rischio concreto per chi abita nelle vicinanze. L’Ordine degli architetti sostiene la necessità di distinguere tra immobili recuperabili e strutture compromesse in modo irreversibile, proponendo un approccio che parta dalla sicurezza prima che dalla riqualificazione estetica. “Prima delle facciate e dei rendering vengono stabilità strutturale e verifiche”, ha dichiarato Cerbone.
La gestione dell’emergenza è ora sotto il coordinamento delle istituzioni. Resta però la questione strutturale sollevata dagli architetti: quando le verifiche esistono ma non producono interventi, il rischio non è imprevedibile. È un rischio che si accumula nel tempo, fino a diventare un crollo.


