Le testimonianze degli infermieri ai pm parlano di un anticipo fino a 14 minuti e del tentativo di scongelare il cuore con acqua calda. Sette medici sono indagati dalla Procura di Napoli
L’espianto del cuore malato di Domenico Caliendo sarebbe avvenuto prima che il nuovo organo arrivasse in sala operatoria. È questo il dato che emerge dalle testimonianze raccolte nell’inchiesta della Procura di Napoli sulla morte del bambino di due anni, deceduto il 21 febbraio dopo un trapianto eseguito all’ospedale Monaldi. Secondo quanto riferito ai magistrati, tra l’asportazione del cuore e l’arrivo dell’organo donato ci sarebbe stato un anticipo variabile tra i quattro e i quattordici minuti. Tra le frasi finite agli atti dell’indagine c’è quella attribuita al caposala Francesco Farinaco, che entrando in sala avrebbe esclamato in dialetto: «Ma comm’é già ha levato o core?». Un’espressione che sintetizza, secondo i testimoni, il momento in cui l’équipe si rese conto della tempistica dell’intervento.
L’orario del clampaggio e l’arrivo del cuore
Le dichiarazioni rese dagli infermieri descrivono un possibile scarto temporale tra il clampaggio dell’aorta, il momento in cui viene interrotto il flusso sanguigno, e l’ingresso in sala del contenitore con il cuore destinato al piccolo Domenico. Una testimone ha riferito che la dottoressa Francesca Blasi comunicava che la collega Gabriella Farina era nei pressi dell’ospedale. Subito dopo, il chirurgo Guido Oppido avrebbe proceduto al clampaggio dell’aorta annunciandolo ad alta voce, come da prassi. In quel momento, però, l’équipe proveniente da Bolzano che trasportava l’organo non sarebbe stata ancora presente in sala operatoria. «Siamo rimasti meravigliati della tempistica del camplaggio», ha dichiarato un’infermiera agli inquirenti, sottolineando che il cuore “nuovo” non era ancora arrivato. Quando il contenitore fece ingresso in sala, secondo la stessa testimonianza, il chirurgo stava terminando la cardioectomia, l’asportazione del cuore malato. Per il penalista Francesco Petruzzi, legale dei genitori del bambino, questa tempistica sarebbe incompatibile con quanto riportato nella cartella clinica. L’avvocato parla di un anticipo fino a 14 minuti e sostiene l’ipotesi di falso. La direzione sanitaria del Monaldi ha invece ribadito che vi erano tutte le indicazioni cliniche per procedere.
Il cuore congelato e il tentativo di scongelamento
Un secondo elemento centrale dell’inchiesta riguarda le condizioni dell’organo donato. Secondo quanto riferito dalla infermiera Cristiana Passariello, il contenitore con il cuore presentava un blocco compatto di ghiaccio che impediva l’estrazione immediata del cestello interno. La teste ha raccontato che, una volta aperto il contenitore, il caposala avrebbe notato lo strato di ghiaccio, dicendo alla dottoressa Farina: «Gabriè ma qua è tutto ghiacciato». La risposta sarebbe stata di sorpresa: «Ma come è che è tutto ghiacciato, che vuol dire?». A quel punto sarebbero iniziate le manovre per liberare l’organo. Secondo le dichiarazioni, per circa venti minuti il personale avrebbe utilizzato acqua fredda, tiepida e calda per sciogliere il ghiaccio. «Ricordo che avevamo i polpastrelli bruciati dal ghiaccio», ha detto Passariello. Il chirurgo Oppido avrebbe poi estratto le tre buste contenenti il cuore, anch’esse congelate, tentando di scongelarle con un siringone riempito di acqua calda. In una chat successiva all’intervento, acquisita agli atti, l’infermiera Teresa Calasciano avrebbe scritto che l’organo era «ghiacciato» e che «questo bambino i chirurghi se lo porteranno sulla coscienza». Sempre secondo le testimonianze, lo stesso Oppido avrebbe commentato: «È una pietra di ghiaccio, durissima» e aggiunto che «questo cuore non farà neanche un battito».

Le chat dopo l’intervento e la riunione interna
Tra gli atti dell’inchiesta ci sono anche le chat scambiate nelle ore immediatamente successive all’operazione tra due infermiere e il caposala. Nei messaggi, Teresa Calasciano scrive che il cuore era «ghiacciato» e che il chirurgo «ha fatto il pazzo», aggiungendo poco dopo, in un altro scambio: «Se lo portano sulla coscienza». Sono frasi riportate nei verbali e acquisite dai magistrati, che fotografano il clima dentro il reparto dopo l’intervento. Nei giorni successivi, mentre la vicenda diventava di dominio pubblico, si sarebbe svolta una riunione interna. L’infermiera Virginia Terracciano ha raccontato ai pm di essere stata convocata nello studio del chirurgo insieme ad altri medici e dirigenti. Al centro del confronto ci sarebbe stato l’orario del clampaggio dell’aorta. Oppido avrebbe contestato la ricostruzione delle 14.18, facendo riferimento a una telefonata delle 14.22 tra due dottoresse. «Tu hai clampato alle 14.18, quando il cuore era ancora fuori dall’ospedale», avrebbe risposto la teste. Sempre secondo il suo racconto, il chirurgo avrebbe reagito con rabbia, colpendo un termosifone e pronunciando un’espressione offensiva nei confronti dei presenti. In seguito avrebbe riunito l’équipe, sostenendo che quanto accaduto non dipendeva da loro e invitandoli a stare tranquilli in vista degli interrogatori.
Il trasporto da Bolzano e il ghiaccio secco
Un ulteriore filone dell’indagine riguarda le modalità di conservazione e trasporto dell’organo. Sono stati ascoltati anche medici e infermieri dell’ospedale San Maurizio di Bolzano, dove il cuore era stato prelevato prima di essere inviato a Napoli. La teste Giorgia Casablanca ha riferito che l’équipe proveniente da Innsbruck disponeva del materiale necessario per il confezionamento, mentre da parte dei sanitari napoletani sarebbero state avanzate richieste aggiuntive di ghiaccio. Il collega Peter Bez avrebbe quindi versato il ghiaccio in una borsa frigo utilizzata per il trasporto. «Ho notato un poco di fumo freddo del ghiaccio e ho chiesto alla dottoressa “va bene così?”», ha dichiarato. La risposta, secondo la sua versione, sarebbe stata: «Mettetelo sotto e di lato al contenitore di plastica». La dottoressa Gabriella Farina, assistita dagli avvocati Dario Gagliano e Anna Ziccardi, ha fatto sapere tramite i suoi legali che «nessuna ricostruzione in questa fase può essere considerata come una verità assoluta». L’inchiesta dovrà chiarire se le modalità di conservazione abbiano inciso sulle condizioni dell’organo e se vi siano state responsabilità nella catena organizzativa del trapianto.
Le riunioni interne e le contestazioni sugli orari
Nei giorni successivi all’intervento, dopo che la vicenda è diventata di dominio pubblico, si sarebbero svolte riunioni interne. Una testimone, Virginia Terracciano, ha raccontato di essere stata convocata nello studio del chirurgo insieme ad altri medici e dirigenti. Secondo la sua versione, le sarebbero stati chiesti chiarimenti sull’orario del clampaggio dell’aorta. Oppido avrebbe contestato l’orario delle 14.18, facendo riferimento a una telefonata intercorsa alle 14.22 tra due dottoresse. La teste ha dichiarato di aver ribadito che il clampaggio era avvenuto quando il cuore proveniente da Bolzano era ancora fuori dall’ospedale. La Procura di Napoli ha iscritto nel registro degli indagati sette medici dell’ospedale partenopeo. L’indagine dovrà chiarire la sequenza esatta degli eventi, la gestione del trasporto dell’organo e la corrispondenza tra quanto accaduto in sala operatoria e quanto riportato nella documentazione clinica. I legali della dottoressa Gabriella Farina, difesa dagli avvocati Dario Gagliano e Anna Ziccardi, hanno dichiarato che «nessuna ricostruzione in questa fase può essere considerata come una verità assoluta».


