La violenza sulle donne in Campania non è un caso isolato: l’aggressione di Somma Vesuviana racconta un dolore collettivo che non possiamo più ignorare
Non è un fatto di cronaca.
Non lo è mai, quando una donna viene picchiata, inseguita, umiliata, terrorizzata da chi diceva di amarla.
Quello che è accaduto a Somma Vesuviana, a quella pompa di benzina, è un altro colpo inferto alla libertà delle donne campane.
Una ferita che non è solo sua, ma di tutte noi.
Una scena che non dimenticheremo
L’immagine è chiara: una donna che fa rifornimento, un’auto che arriva, un uomo che scende, la violenza che esplode in pochi secondi.
Lei — 46 anni, vita normale, lavoro, routine — si ritrova a combattere per salvarsi. Lui — 49 anni, ex compagno già denunciato per maltrattamenti — trasforma un luogo comune in un teatro di paura.
Siamo a Somma Vesuviana, ma potremmo essere a Caserta, a Benevento, a Napoli, a Salerno.
Perché ovunque, in Campania, la violenza sulle donne continua a respirare nelle pieghe delle nostre giornate, nei silenzi, nei “non pensavo potesse arrivare a tanto”, nei “aveva già denunciato”.

La Campania e le sue ferite nascoste
In Campania, ogni anno, centinaia di donne chiedono aiuto. Migliaia affrontano in silenzio ciò che non hanno più il coraggio di chiamare amore.
Secondo l’Osservatorio regionale, nel 2024 sono state oltre 15.000 le richieste di sostegno ai centri antiviolenza.
Dietro a quei numeri ci sono nomi, volti, madri, figlie, colleghe, amiche.
E poi ci sono i femminicidi, quelli che finiscono sui giornali, quelli che scuotono per un giorno la coscienza collettiva e poi scompaiono.
I molteplici casi in Campania – non solo statistiche, ma vite spezzate
In Regione Campania la violenza di genere non è un fenomeno distante o rarefatto: si manifesta ogni giorno, nelle pieghe silenziose della quotidianità, nelle relazioni che finiscono male, negli ex partner che non accettano la separazione, negli adolescenti che non riescono a gestire un “no”. Ogni volta che leggiamo di un’aggressione, di una minaccia, di un omicidio di una donna, dobbiamo ricordare che quel “caso” fa parte di un tessuto più ampio: decine di richieste di aiuto, centinaia di segnalazioni, troppe morti. Anche se i dati ufficiali (per quanto riguarda femminicidi con classificazione precisa) sono ancora frammentari e non aggiornati in modo omogeneo, i singoli casi confermano che la Campania non è esente. Occorre dare volto e nome a queste vittime, per non trattarle come numeri, ma riconoscerle come donne, figlie, madri, sorelle. Di seguito, cinque casi “segnalati” e confermati nella regione che rendono drammaticamente concreto questo fenomeno.
Le donne della Campania uccise nel 2025: storie che non possiamo dimenticare
La Campania, nel solo 2025, ha già pianto troppe vittime.
Dietro ogni numero c’è un volto, una storia, una vita che si è spezzata dentro il silenzio e la violenza. Non si tratta di casi isolati, ma di un filo tragico che unisce province e generazioni diverse: donne che amavano, che lavoravano, che vivevano la loro quotidianità finché qualcuno ha deciso che non dovevano più farlo.
Cinque nomi, tra i tanti, raccontano la realtà più crudele del nostro tempo. Sono nomi che non devono essere dimenticati.
Martina Carbonaro – Afragola (Napoli), maggio 2025
Aveva solo 14 anni. Martina era una ragazzina piena di sogni, di scuola, di amicizie e di quella leggerezza che appartiene all’adolescenza. È stata uccisa a colpi di pietra dal suo ex fidanzato di appena 18 anni, in un edificio abbandonato di Afragola.
Un femminicidio che ha sconvolto non solo la provincia napoletana ma l’intero Paese: la sua morte ha costretto tutti a guardare in faccia la radice più terribile della violenza — quella che nasce già nei rapporti tra adolescenti.
Martina aveva denunciato, aveva chiesto aiuto, ma non è bastato. Oggi il suo nome è diventato simbolo, la sua storia una ferita che chiede giustizia e consapevolezza.

Assunta “Tina” Sgarbini – Montecorvino Rovella (Salerno), agosto 2025
Quarantasette anni, madre di tre figli, una vita intera dedicata alla famiglia.
Assunta Sgarbini, per tutti “Tina”, è stata trovata senza vita nella sua abitazione di Montecorvino Rovella. Ad ucciderla, secondo le indagini, l’ex compagno, che non accettava la fine della relazione.
L’uomo l’avrebbe strangolata, in un gesto lucido e premeditato. Un delitto maturato nel silenzio domestico, dove troppe volte la violenza si consuma lontano dagli occhi del mondo.
Dietro il volto di Tina si nascondono decine di donne che ogni giorno affrontano minacce, ricatti, controllo psicologico. E che ancora oggi non trovano sufficiente protezione.

Elisa Polcino – Paupisi (Benevento), settembre 2025
Elisa aveva 49 anni e viveva a Paupisi, un piccolo comune del Beneventano.
È stata uccisa dal marito, in un contesto di follia familiare: lui, accecato dalla gelosia e da un delirio di possesso, ha colpito lei e il figlio con una pietra, togliendo la vita a entrambi.
Un dramma che ha scosso una comunità tranquilla, facendo emergere ancora una volta la violenza che si nasconde dietro le mura domestiche.
Elisa era una donna come tante, e la sua storia dimostra che nessun luogo è immune, che la violenza può esplodere anche dove regnava, almeno in apparenza, la normalità.

Zinoviya Knihnitska – Forio d’Ischia (Napoli), agosto 2025
Zinoviya, 63 anni, di origini ucraine, è stata uccisa a Forio d’Ischia in una sparatoria che aveva come obiettivo sua figlia e il compagno di lei.
A sparare è stato l’ex della ragazza, deciso a vendicarsi dopo la fine della loro relazione.
La madre è intervenuta per difendere la figlia e il suo nuovo compagno, ma è stata colpita mortalmente.
La storia di Zinoviya parla di coraggio e di amore materno, di quella forza istintiva che porta una madre a proteggere la propria figlia anche a costo della vita.
Un gesto estremo che ci ricorda come la violenza colpisca a cerchi concentrici, distruggendo famiglie intere.
Vincenza Russo – Afragola (Napoli), luglio 2025
Vincenza aveva 56 anni. Viveva ad Afragola, la stessa città dove pochi mesi dopo sarebbe stata uccisa la giovane Martina Carbonaro.
Era una madre, una donna semplice. È morta tra le fiamme della sua abitazione, bruciata viva dal figlio, accecato dalla gelosia per la nuova relazione della madre.
Per settimane si era pensato a un incidente, poi la verità è emersa: omicidio.
Un femminicidio che fa ancora più male perché arriva da dentro le mura di casa, dal sangue stesso, da quell’amore che si trasforma in odio.
La sua morte è il simbolo più estremo della distorsione affettiva che alimenta la violenza di genere.

Un filo rosso che unisce tutte queste storie
Da Afragola a Paupisi, da Montecorvino Rovella a Forio d’Ischia, la Campania intera è attraversata da un filo rosso che non è più solo una metafora: è sangue, è silenzio, è dolore.
Queste donne non appartengono solo alla cronaca, ma alla memoria collettiva.
Ognuna di loro racconta una sfumatura della stessa tragedia: la violenza come cultura del possesso, la mancanza di protezione, la paura di denunciare, la lentezza delle risposte.
E ricordarle tutte, nominarle una per una, è il primo passo per dire — davvero — basta.
Una società che deve guardarsi allo specchio
Non possiamo più fingere che la violenza sia un episodio, un’eccezione, una “lite familiare”.
La violenza è un fenomeno sociale, è radicata in mentalità antiche che ancora oggi sopravvivono nelle parole, nei gesti, nei giudizi.
È quel “se l’è cercata”, quel “ma perché non se n’è andata prima?”, quel “sono cose di coppia”.
È la cultura del possesso, quella che in Campania — terra di passioni e di contraddizioni — diventa spesso una prigione.
Abbiamo bisogno di educare i nostri figli maschi alla libertà delle donne, e le nostre figlie al diritto di dire no senza paura.
Abbiamo bisogno che ogni uomo si chieda non “perché lei non se n’è andata”, ma “perché io non ho detto basta a chi la stava ferendo”.
La responsabilità delle istituzioni
In Campania esistono centri antiviolenza, case rifugio, fondi regionali, sportelli di ascolto.
Eppure troppo spesso arrivano tardi.
L’uomo che ha aggredito la donna di Somma Vesuviana era già stato denunciato.
E allora ci chiediamo: quanto vale una denuncia se non segue una protezione vera?
La legge c’è, le risorse ci sono, ma il sistema a volte è lento, confuso, burocratico.
Non si può chiedere a una donna di attendere mentre teme per la propria vita.
Le istituzioni devono essere rapide, coordinate, presenti.
Ogni giorno di ritardo è una possibilità in meno di salvezza.
Il coraggio di denunciare, la fatica di ricominciare
Denunciare non è facile. Non lo è in una società dove la paura del giudizio pesa più del dolore subito. Non lo è in una terra dove tutti sanno tutto, e il silenzio è spesso la prima regola. Chi denuncia in Campania compie praticamente un atto eroico. Eppure, quel coraggio deve trovare un sostegno, non un muro. Serve che la rete di protezione sia reale, capillare, accessibile. Serve che chi tende la mano trovi una mano, non un modulo da compilare.
Le donne della Campania non vogliono più sopravvivere, vogliono vivere
Le donne di questa terra hanno già sopportato abbastanza.
Sanno cosa significa resistere, ricominciare, ricucire le ferite.
Ma oggi chiedono di più: chiedono di vivere, non di sopravvivere.
Di poter camminare per strada senza voltarsi indietro.
Di poter amare senza paura.
Di poter dire “basta” e sentirsi credute, protette, rispettate.
E finché anche una sola donna verrà colpita, umiliata, ridotta al silenzio, nessuna potrà dirsi libera davvero.
Un appello che parte da Somma Vesuviana e arriva a tutta la Campania
Non possiamo restare spettatori. Ogni volta che leggiamo una notizia come questa, dobbiamo ricordare che dietro c’è una società intera che deve cambiare. Somma Vesuviana è solo una tappa, l’ennesimo allarme di una lunga catena di violenze che attraversa la Campania da Napoli a Benevento, da Avellino a Caserta.
Serve un movimento culturale, civile, umano. Serve che uomini e donne insieme si alzino in piedi e dicano: basta. Perché non vogliamo più leggere di donne aggredite, non vogliamo più dire “poteva essere mia sorella, la mia amica, mia madre”. Vogliamo poter dire “è finita”. E che lo sia davvero.
Questo non sono solo parole.
È un grido, un richiamo, una promessa.
Per tutte le donne campane che ogni giorno resistono.
Per quelle che non ci sono più.
Per quelle che oggi, come quella donna a Somma Vesuviana, hanno trovato la forza di salvarsi.
E per quelle che domani dovranno ancora lottare per farlo.


