Lo scrittore Roberto Saviano e la giornalista Rosaria Capacchione. Foto Ansa.
Lo scrittore Roberto Saviano e la giornalista Rosaria Capacchione. Foto Ansa.

20 Marzo 2026

Chiara Imbimbo

Minacce a Saviano: la Cassazione conferma l’aggravante mafiosa e rende definitive le condanne

Sentenza definitiva per il boss del clan dei Casalesi Bidognetti e l’avvocato Santonastaso. Il sigillo sulla vicenda arriva quasi dopo 20 anni.

La Cassazione ha reso definitive le condanne per il boss Francesco Bidognetti e l’avvocato Michele Santonastaso, responsabili di minacce mafiose contro Roberto Saviano e Rosaria Capacchione. I giudici hanno confermato l’aggravante del metodo mafioso, premiando la resistenza dello scrittore e della FNSI. Questo verdetto sancisce una vittoria cruciale per la legalità e la protezione della libertà di stampa.

Messo il sigillo sulle condanne

La Corte di Cassazione ha scritto la parola fine su una vicenda giudiziaria durata quasi vent’anni, confermando ufficialmente le condanne per le minacce rivolte a Roberto Saviano e la giornalista Rosaria Capacchione. I supremi giudici hanno respinto i ricorsi presentati dai legali degli imputati, rendendo esecutiva la sentenza nei confronti del capoclan dei Casalesi, Francesco Bidognetti, e dell’avvocato Michele Santonastaso. La massima corte ha stabilito che Bidognetti dovrà scontare un anno e mezzo di reclusione. Mentre per il legale la pena definitiva ammonta a un anno e due mesi di carcere. Questo verdetto conferma l’impianto accusatorio che vedeva nei due protagonisti i responsabili di un atto intimidatorio senza precedenti.

La decisione degli ermellini ribadisce la gravità delle azioni compiute, rigettando ogni tentativo della difesa di sminuire la portata delle affermazioni pronunciate durante il celebre processo Spartacus. Con questa sentenza, lo Stato riafferma la tutela della libertà di stampa contro le pressioni mafiose.

L’episodio delle minacce nell’aula bunker

I fatti risalgono al 2008, quando il clima intorno alla lotta alla camorra appariva estremamente teso a causa dell’enorme risonanza mediatica del libro “Gomorra”. Durante un’udienza del processo d’appello Spartacus, che si teneva presso l’aula bunker di Napoli, l’avvocato Michele Santonastaso lesse pubblicamente una proclamazione a nome dei suoi assistiti, tra cui figuravano i boss Francesco Bidognetti e Antonio Iovine.

In quel documento, i mittenti accusavano esplicitamente i giornalisti Roberto Saviano e Rosaria Capacchione, insieme ai magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia, di condizionare l’esito del giudizio attraverso i loro scritti. Gli inquirenti hanno interpretato immediatamente quella lettura non come una legittima istanza difensiva, ma come un vero e proprio proclama intimidatorio volto a isolare e spaventare i cronisti.

La magistratura ha sottolineato come l’uso del palcoscenico processuale per veicolare tali messaggi costituisse una strategia mirata a ribadire il potere del clan. Le indagini hanno dimostrato che quella sortita verbale mirava a delegittimare il lavoro di chi denunciava quotidianamente gli affari illeciti dei Casalesi sul territorio.

Lo scrittore Roberto Saviano e la giornalista Rosaria Capacchione. Foto Fanpage.
Lo scrittore Roberto Saviano e la giornalista Rosaria Capacchione. Foto Fanpage.

A luglio confermata la condanna in primo grado. Oggi verdetto ribatido

La Corte di Appello di Roma ha confermato lo scorso luglio la condanna di primo grado, validando ufficialmente l’aggravante del metodo mafioso per le minacce indirizzate ai giornalisti. Durante l’udienza odierna, il sostituto procuratore generale Perla Lori ha sollecitato i giudici a dichiarare inammissibili i ricorsi che gli imputati avevano presentato per ribaltare il verdetto.

La FNSI parte civile nel processo

Parallelamente, la Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI) ha assunto un ruolo attivo nel processo costituendosi parte civile. Attraverso l’assistenza legale dell’avvocato Giulio Vasaturo, l’organismo sindacale ha scelto di agire concretamente per garantire la massima tutela ai cronisti finiti nel mirino della criminalità. La decisione della magistratura capitolina ribadisce dunque la gravità delle intimidazioni volte a silenziare il diritto di cronaca, riconoscendo la natura mafiosa delle pressioni esercitate contro i professionisti dell’informazione.

L’azione legale conferma dunque un principio fondamentale: le intimidazioni contro l’informazione non restano impunite. Grazie alla fermezza della Procura e al supporto della FNSI, lo Stato riafferma la propria presenza. La sentenza definitiva protegge non solo i singoli cronisti, ma il diritto dei cittadini a ricevere una libera informazione senza condizionamenti mafiosi.

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