funerali pubblici negati Avellino
Cimitero di San Martino Valle Caudina
📍 San Martino Valle Caudina

2 Febbraio 2026

Redazione Il Campano

San Martino Valle Caudina, negati i funerali pubblici alla moglie di un ex boss: la famiglia si rivolge a un legale

Il questore vieta le esequie solenni per ragioni di ordine e sicurezza pubblica. I familiari di Rita De Matteo contestano la decisione: «Da anni estranei a dinamiche criminali».

Il divieto di celebrare funerali pubblici riporta al centro un tema delicato, dove sicurezza e diritti individuali si incontrano e spesso entrano in tensione. È quanto sta accadendo a San Martino Valle Caudina, dove la Questura ha negato le esequie solenni a Rita De Matteo, moglie dell’ex boss Gennaro Pagnozzi. Una decisione che la famiglia ha definito «ingiusta e dolorosa» e che ha già aperto la strada a un’azione legale.

Il provvedimento della Questura

Il diniego alle esequie pubbliche sarebbe stato disposto per ragioni legate all’ordine e alla sicurezza pubblica. In contesti segnati da precedenti criminali, provvedimenti di questo tipo vengono adottati con l’obiettivo di evitare che momenti come i funerali possano trasformarsi in occasioni di visibilità. Inoltre, si vuole evitare che tali momenti diventino occasione di aggregazione simbolica ritenuta sensibile sotto il profilo dell’ordine pubblico.

Si tratta di una scelta preventiva, che non entra nel merito della persona scomparsa, ma guarda al contesto e alle possibili ricadute sul territorio.

La reazione dei familiari

La famiglia De Matteo ha però reagito con fermezza. In una nota diffusa nelle ore successive, i parenti hanno annunciato di aver conferito mandato all’avvocato Vittorio Fucci per valutare «le azioni più opportune», non solo sul piano legale ma anche istituzionale. Tra le ipotesi indicate, c’è quella di sottoporre la vicenda all’attenzione del Presidente della Repubblica. Inoltre, si ipotizza di portare la questione davanti alla Commissione parlamentare antimafia.

Nel comunicato, i familiari tengono a precisare che Rita De Matteo avrebbe «vissuto una vita ligia al dovere e alla legalità», circostanza che – sostengono – sarebbe confermata dall’assenza di precedenti nel suo casellario giudiziale. Il divieto di funerali pubblici avrebbe provocato un dolore profondo, in particolare nei nipoti. Questo dolore è stato amplificato anche in ragione della forte fede religiosa che caratterizzava la donna.

primopiano di una croce su una tomba al cimitero
Immagine di repertorio

«Da anni estranei a dinamiche criminali»

Un passaggio centrale della presa di posizione della famiglia riguarda il presente, più che il passato. I parenti ribadiscono di essere «da anni estranei alle dinamiche criminali», sostenendo che il provvedimento finisca per colpire persone che non hanno responsabilità personali nei fatti che hanno segnato altre stagioni.

È un richiamo esplicito al principio della responsabilità individuale, spesso evocato quando misure preventive vengono percepite come una sorta di estensione simbolica della colpa a chi non è mai stato coinvolto in attività illecite.

Il richiamo ai valori costituzionali

Nel testo diffuso, la famiglia richiama anche alcuni principi costituzionali: la dignità della persona, la responsabilità personale e la finalità rieducativa della pena. Secondo questa lettura, negare funerali pubblici equivarrebbe a mantenere una forma di stigma collettivo. Come scrivono, «lo Stato avesse interesse a non dichiarare estinto un clan ormai inesistente».

Un’affermazione forte, che sposta il confronto dal piano amministrativo a quello simbolico e culturale.

Sicurezza e diritti: un equilibrio sempre fragile

Il caso di San Martino Valle Caudina si inserisce in una casistica già nota in Italia. In più occasioni, le autorità di pubblica sicurezza hanno vietato funerali pubblici a persone legate, direttamente o indirettamente, a contesti criminali. In questi casi, si è ritenuta prevalente l’esigenza di prevenzione. Allo stesso tempo, questi provvedimenti vengono spesso contestati dai familiari come lesivi della dignità e del diritto al lutto.

È un equilibrio difficile, che affida a valutazioni preventive un peso enorme e che, inevitabilmente, apre spazi di conflitto sul piano giuridico e umano.

I prossimi sviluppi

Resta ora da capire quali iniziative concrete verranno intraprese dal legale incaricato. Bisognerà anche vedere se il caso potrà approdare a un confronto istituzionale più ampio sui criteri adottati in situazioni analoghe. Intanto, la vicenda continua a far discutere in Irpinia, dove il confine tra memoria, sicurezza e diritti civili resta particolarmente sensibile. Questo confine resta carico di significati che vanno oltre il singolo episodio.

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