Rapporto SVIMEZ 2025: nel Sud cresce l’occupazione ma dilaga il lavoro povero. Campania tra le più colpite per fuga dei giovani e precarietà.
Il Rapporto SVIMEZ 2025 mostra un Mezzogiorno attraversato da una contraddizione profonda. La crescita economica degli ultimi anni — alimentata da PNRR, edilizia e incremento dei servizi — ha generato quasi mezzo milione di nuovi occupati tra il 2021 e il 2024, di cui circa 100.000 giovani.
A questo dato positivo, però, si contrappone l’altra faccia della medaglia: contratti precari, salari stagnanti o in calo, aumento dei lavoratori poveri, cioè persone con un impiego regolare ma incapaci di condurre una vita dignitosa.
La grande fuga: 175mila giovani via dal Sud in tre anni
L’emorragia giovanile è il vero epicentro dell’allarme SVIMEZ: tra il 2022 e il 2024, il Mezzogiorno ha perso circa 175.000 giovani tra i 25 e i 34 anni, diretti verso il Centro-Nord o all’estero.
La Campania da sola ha registrato 48.489 partenze. Sono soprattutto donne, e sette laureate su dieci tra quelle che lasciano la regione.
SVIMEZ sottolinea come il mercato del lavoro meridionale non riesca a offrire sbocchi coerenti con studi e competenze: i giovani finiscono spesso in settori a bassa specializzazione, con scarso valore aggiunto e prospettive minime di carriera.

La “trappola del capitale umano” e il rischio declino
Questo squilibrio produce un effetto perverso:
- il Sud forma competenze,
- ma non riesce a trattenerle,
- e quindi perde innovazione, know-how e potenziale di crescita.
SVIMEZ definisce questo meccanismo una “trappola del capitale umano” da cui diventa ogni anno più difficile uscire.
Per la provincia di Caserta, con la sua economia fatta di PMI, manifattura, agricoltura e servizi, il fenomeno è particolarmente rischioso: alla “ripresa numerica” dell’occupazione si affianca uno svuotamento del tessuto sociale e produttivo.
Palumbo (CISAL Caserta): “Non è destino, ma frutto di scelte sbagliate”
Il segretario generale della CISAL Caserta, Ferdinando Palumbo, commenta con toni severi e diretti, offrendo una chiave di lettura marcatamente politica e autocritica:
«Il Mezzogiorno non è vittima del destino, ma delle scelte sbagliate di chi ha amministrato la cosa pubblica; di governi che hanno promesso sviluppo e poi tagliato risorse; di una classe dirigente che ha preferito la gestione dell’emergenza alla costruzione di un futuro. Paghiamo decenni di politiche miopi, di burocrazie che hanno soffocato l’iniziativa privata, di imprese che hanno accettato il ricatto di salari bassi pur di sopravvivere, di apparati istituzionali incapaci di bonificare la corruzione e le zone d’ombra».
Una diagnosi dura, che Palumbo completa indicando una direzione precisa:
«Serve un cambio di rotta radicale. Occorre restituire dignità al lavoro, stabilire contratti seri e ben pagati, valorizzare le competenze e creare opportunità professionali stabili e qualificate sul territorio. Il Mezzogiorno deve tornare ad essere spazio di merito, non di sfruttamento; deve restituire speranza ai giovani, non spingerli via. Chi ha determinato il declino — politica, classi dirigenti, imprenditori pigri o cinici — deve assumersi la responsabilità della ricostruzione. Perché il Sud non è un’appendice: è una risorsa strategica del Paese. E non possiamo più permetterci di voltare lo sguardo altrove».
Una crisi che non è solo economica, ma sociale e generazionale
Il quadro delineato da SVIMEZ ha un’implicazione chiara: la crisi del Sud non è solo una questione di dati economici, ma riguarda cultura, coesione e identità.
Senza investimenti veri nel lavoro di qualità, nelle infrastrutture sociali e nella capacità produttiva locale, il rischio è uno: che il Mezzogiorno perda non solo i suoi giovani, ma la propria ragione di essere.


