Premio Fausto Rossano 2025, “UMANAmente”: il racconto di Marco Rossano e Sergio Sivori sul festival che mette al centro la persona e la cura attraverso il cinema.
C’è un filo invisibile che lega ogni fotogramma del Premio Fausto Rossano a un atto di amore verso l’essere umano.
Da undici anni questo festival napoletano racconta la salute mentale, la fragilità, la diversità e la cura attraverso lo sguardo del cinema.
Quest’anno, con il tema “UMANAmente”, la manifestazione rinnova la sua promessa: rimettere al centro la persona prima della diagnosi, la voce prima del silenzio, lo sguardo prima dello stigma.
Ne abbiamo parlato con Marco Rossano, figlio di Fausto Rossano e direttore del Premio, e con Sergio Sivori, direttore artistico, in un dialogo che scava nel significato più profondo del cinema sociale, restituendo a Napoli — e al mondo — la sua forza di guarigione.
Intervista a Marco Rossano
Quest’anno il titolo “UMANAmente” sembra voler riportare al centro la persona prima della malattia. Cosa rappresenta per lei questa parola?
Per me “UMANAmente” significa tornare a guardare l’altro negli occhi, riconoscendo che dietro ogni difficoltà c’è una persona che ha bisogno non solo di aiuto, ma di essere ascoltata, accolta, rispettata. Fin dalla prima edizione del Premio Fausto Rossano abbiamo cercato di raccontare proprio questo: non la cura come intervento tecnico, ma il prendersi cura come gesto profondamente umano.
Il titolo nasce anche dalla consapevolezza del periodo difficile che stiamo attraversando, in cui spesso sembra smarrirsi il senso stesso dell’essere umani. Non penso soltanto ai conflitti che tornano a insanguinare il mondo, ma anche alla violenza quotidiana, al crescente disagio giovanile, alle derive istituzionali che rischiano di trasformare alcune strutture psichiatriche in nuove forme manicomiali di esclusione e di vessazioni. E penso alle tante forme di sopraffazione che colpiscono i più vulnerabili: gli anziani nelle RSA, chi vive una disabilità fisica o mentale, chi non ha voce, i giovani più fragili come gli ultimi casi di cronaca dimostrano.
Il festival nasce dal ricordo di suo padre, Fausto Rossano. In che modo il suo approccio umano e professionale continua a ispirare la manifestazione oggi?
Il Premio è dedicato a Fausto Rossano, scomparso prematuramente nel 2012, che nel suo lavoro seppe coniugare la psichiatria con la psicologia analitica junghiana, ponendo al centro la dignità della persona e il riconoscimento dell’altro nella sua interezza. La sua opera, profondamente etica e politica, è stata guidata da un principio fondante: restituire visibilità e dignità a chi ne è privato, a chi resta ai margini o è reso invisibile dai pregiudizi della società. Il suo pensiero poneva al centro l’umanità della persona, nella sua interezza di corpo e spirito, dall’inizio alla fine della vita, al di là di età, condizioni o malattie, in una prospettiva che rifiuta ogni visione riduttiva e normativa dell’essere umano. Con il festival cerchiamo di portare avanti questa idea culturale per cercare anche di formare una nuova opinione pubblica che si batta per la salvaguardia dei diritti civili che non dobbiamo dare per scontati.

“Partiamo dalle nostre radici per costruire ponti di umanità“
Oltre 400 film arrivati da tutto il mondo: cosa raccontano, secondo lei, questi sguardi internazionali sulla fragilità e sulla cura?
Questi film ci ricordano che tutti abbiamo bisogno di raccontare e di essere ascoltati. Ogni storia che ci arriva, da Paesi e culture diversissime, porta con sé lo stesso desiderio di condividere una parte di sé, di trovare uno spazio dove il proprio dolore, la propria paura o la propria speranza non restino invisibili. La fragilità è universale: cambia il contesto, cambiano i volti, ma il bisogno profondo di essere riconosciuti nella nostra umanità è identico ovunque. E allo stesso modo è universale il gesto del prendersi cura.
Napoli e la Campania sono protagoniste del festival: quanto è importante per voi radicare un progetto come questo in una città che da sempre sa trasformare il dolore in arte?
Il Premio nasce con il duplice intento di essere profondamente radicato nella nostra città e nella nostra cultura, e allo stesso tempo mantenere quel respiro internazionale che da sempre caratterizza l’identità napoletana. Napoli è una città che non ha mai nascosto le sue ferite: le ha raccontate, cantate, messe in scena, trasformandole in una forza creativa unica. È un luogo dove il dolore non viene negato, ma rielaborato, condiviso, restituito al mondo come arte e come possibilità di riscatto. Napoli è sempre stata una città-ponte, capace di dialogare con culture lontane, di ospitare e accogliere storie che arrivano da ogni parte del mondo. Partiamo dalle nostre radici per costruire ponti di umanità.
L’ntervista a Sergio Sivori
“Il cinema che cura” è un’espressione che accompagna da sempre il Premio Fausto Rossano. Da direttore artistico, come si traduce concretamente questa idea nella selezione dei film?
Per noi “il cinema che cura” non significa offrire soluzioni, ma creare ascolto. Cerchiamo film che accolgano la complessità umana, che generino empatia e consapevolezza. Ogni opera scelta è un atto di cura: verso chi racconta, verso chi guarda e verso le verità che spesso restano taciute. Il cinema, in questo senso, diventa uno strumento terapeutico collettivo.
Quest’anno i temi centrali sono Parkinson, disturbi alimentari e la tragedia in Palestina. Come avete costruito questo equilibrio tra salute, società e attualità internazionale?
L’equilibrio nasce da una convinzione: non esiste salute senza contesto sociale. Le malattie e i conflitti sono espressioni diverse di una fragilità condivisa. Il Parkinson e i disturbi alimentari parlano del corpo come campo di battaglia e di resistenza, mentre la Palestina ci richiama al diritto fondamentale alla vita e alla libertà. Mettere in dialogo queste dimensioni significa cercare un senso comune: quello della dignità umana.
C’è un film o un momento di questa edizione che, secondo lei, racchiude lo spirito più autentico del Premio?
Credo che tutti i film selezionati, ciascuno a suo modo, racchiudano lo spirito autentico del Premio. Non c’è un titolo che rappresenti più degli altri il nostro percorso, perché ogni storia scelta è parte di un discorso corale. È proprio nella diversità dei linguaggi, dei temi e delle prospettive che il Premio Fausto Rossano trova la sua verità: nella pluralità delle voci che, insieme, raccontano la stessa urgenza di comprendere e di umanizzare il reale.

“Un invito a guardare la fragilità non come debolezza, ma come possibilità di incontro“
Nel panorama italiano dei festival, il vostro resta uno dei pochi davvero dedicati al sociale. Quanto è difficile oggi mantenere viva una manifestazione indipendente come questa?
È una difficoltà reale, ma anche una ricchezza. L’indipendenza significa libertà di visione, scelta etica, autenticità. Lavoriamo con mezzi limitati ma con grande passione. Il Premio vive grazie a una rete di artisti, operatori, psicologi, psichiatri e collaboratori che credono nel cinema come strumento di bene comune. Finché ci sarà questa energia, il Premio continuerà a esistere.
Se dovesse sintetizzare in una frase il messaggio che “UMANAmente” vuole lasciare al pubblico, quale sarebbe?
Capire l’altro è il primo atto di cura. Questa edizione invita a guardare la fragilità non come debolezza, ma come possibilità di incontro. Solo riconoscendoci nelle ferite dell’altro possiamo restare davvero umani.
In un tempo che corre, dimenticando spesso la lentezza dell’ascolto, il Premio Fausto Rossano resta una bussola preziosa. Un luogo dove il cinema non è solo arte, ma gesto d’amore, memoria, terapia collettiva.
“UMANAmente” non è soltanto il titolo di un festival — è un invito. A restare umani, a riconoscere la fragilità come spazio d’incontro, a credere che ogni storia, se accolta con rispetto, può curare.


