Il Centro ISO che accompagna bambini e ragazzi con spettro autistico, e le loro famiglie, lungo tutto il percorso di crescita con il progetto “Artigiani del Sé”
A Pomigliano d’Arco c’è una realtà che da anni rappresenta un punto di riferimento per le famiglie di bambini e ragazzi con disturbo dello spettro autistico. È il Centro ISO Riabilitativo per l’Età Evolutiva, una struttura che ha costruito la propria identità su un approccio multidisciplinare e personalizzato, mettendo al centro non la diagnosi, ma la persona. L’obiettivo non è soltanto quello di offrire terapie riabilitative, ma di accompagnare ogni bambino in un percorso di crescita che tenga conto delle sue caratteristiche, delle sue fragilità e soprattutto delle sue potenzialità.
“La multidisciplinarità per noi è la base del percorso”, spiega il direttore del centro, il dottor Domenico Manna. “Prendere in carico un bambino non significa fargli fare soltanto una o due terapie. Significa accompagnarlo nel mondo reale. Se un altro bambino va in piscina, perché il nostro bambino non dovrebbe farlo? Se canta o suona uno strumento, perché il nostro bambino non dovrebbe fare la stessa esperienza? Attiviamo logopedia, psicomotricità, educazione comportamentale, musicoterapia, danzoterapia, pedagogia e tante altre attività perché il bambino possa crescere senza sentirsi diverso dagli altri”.

Lo spettro autistico e l’importanza di una diagnosi precoce
“Dai due agli undici anni si lavora principalmente sulle attività terapeutiche e sulle autonomie di base. Successivamente iniziamo a sviluppare capacità occupazionali e autonomie sempre più complesse: imparare a rifare il letto, cucinare qualcosa, lavarsi in autonomia, utilizzare il computer. Si cresce passo dopo passo fino all’età adulta”, dichiara il Dott. Domenico Manna, direttore del centro. Per comprendere il lavoro svolto dal Centro ISO bisogna partire da un concetto fondamentale: ogni persona con autismo è diversa dall’altra.
“Oggi si parla di spettro dell’autismo proprio perché esistono tante sfumature diverse”, spiega la coordinatrice, la dottoressa Afrodite Esposito. “Due bambini con la stessa diagnosi e lo stesso livello di gravità possono avere funzionamenti completamente differenti. Per questo motivo è fondamentale non fermarsi all’etichetta diagnostica”. Secondo l’esperta, il primo elemento decisivo è la tempestività. “La precocità della diagnosi, così come indicato dalle linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità, è fondamentale. Una diagnosi fatta in tempi rapidi ci permette di intervenire subito sulle aree che richiedono maggiore supporto e di valorizzare le risorse del bambino”.
Per questo il centro utilizza un’équipe multidisciplinare che non si limita a definire una diagnosi, ma costruisce un vero e proprio profilo di funzionamento. “Analizziamo nel dettaglio le aree di criticità e le risorse di ogni bambino. Da questa valutazione nasce un piano di intervento individualizzato. Non esistono percorsi standardizzati, perché ogni bambino è unico e questa unicità deve guidare il percorso riabilitativo”.
Le risorse dietro la diagnosi
Uno degli aspetti che emerge con forza dal lavoro svolto dal Centro ISO è il rifiuto di una visione esclusivamente clinica dell’autismo. “Abbiamo imparato che l’autismo non è soltanto difficoltà“, sottolinea Esposito. “Dietro ogni diagnosi esiste un patrimonio di risorse che va scoperto, consolidato e valorizzato. Il nostro lavoro consiste proprio nell’esplorare queste potenzialità e trasformarle in strumenti di crescita”. Una visione che guarda oltre la terapia e punta direttamente all’inclusione sociale.“Quando si riesce a sviluppare le autonomie e a valorizzare le capacità di un ragazzo, si costruiscono le basi per un progetto di inclusione sociale prima ancora che lavorativa”.
Il rischio dell’isolamento dopo la scuola
Uno dei problemi più delicati riguarda il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. “Già dai dodici anni”, spiega Esposito, “molti ragazzi vedono ridursi il numero delle terapie. Con il passaggio dalla neuropsichiatria infantile ai servizi per la salute mentale cambiano le modalità di intervento e il rischio è quello dell’isolamento sociale”. Una situazione che coinvolge non soltanto i ragazzi ma anche le loro famiglie. “La terapia non è soltanto trattamento clinico. Consente anche di mantenere un legame con una rete sociale. Quando questa rete si indebolisce, il rischio è che il ragazzo e la sua famiglia si chiudano progressivamente in se stessi”. La coordinatrice utilizza un’espressione molto significativa. “Spesso diciamo che un ragazzo con autismo ha una famiglia autistica, perché piano piano anche la famiglia rischia di isolarsi dal contesto sociale e dalla comunità”.

Come nasce il progetto Artigiani del Sé
È proprio da questa consapevolezza che nasce “Artigiani del Sé”, progetto finanziato dalla Regione Campania e realizzato con il coinvolgimento del Comune di Pomigliano d’Arco, del Piano di Zona, dell‘Istituto Comprensivo D’Acquisto-Leone e di numerose associazioni del territorio. L’iniziativa è rivolta ai giovani tra i 16 e i 24 anni con disturbo dello spettro autistico residenti nell’Ambito N25 e punta a creare percorsi concreti di inclusione sociale e lavorativa.
“Artigiani del Sé è un progetto che porto dentro di me da oltre dieci anni”, racconta Manna. “Mi rendevo conto che, terminato il percorso riabilitativo dell’infanzia e dell’adolescenza, restava scoperta proprio l’età più delicata. Quella in cui spesso si interrompono le attività e si rischia di perdere quanto costruito negli anni precedenti”. L’obiettivo è chiaro: “Aiutare i ragazzi a diventare utili per se stessi e per la società, offrendo loro una formazione concreta che possa trasformarsi in una reale opportunità di lavoro”.
Dai laboratori alla scoperta delle attitudini
Il progetto ha previsto percorsi formativi nei settori della cucina, della pizzeria, del giardinaggio e della logistica. La formazione, però, non serve soltanto a insegnare un mestiere. “Il laboratorio è prima di tutto uno strumento di osservazione”, spiega Manna. “Ci permette di capire le inclinazioni di ciascun ragazzo. Alcuni si trovano meglio in cucina, altri nel giardinaggio, altri ancora nella logistica. Attraverso il lavoro quotidiano comprendiamo quali sono le loro attitudini e li accompagniamo verso il contesto più adatto”.
Anche la Dottoressa Esposito sottolinea l’importanza di questa fase. “Per i nostri ragazzi il bilancio delle competenze non può essere fatto con strumenti standardizzati. Molti non utilizzano la comunicazione verbale, quindi osserviamo il loro comportamento, raccogliamo informazioni dalle famiglie, analizziamo la loro storia clinica e costruiamo situazioni che ci permettono di capire cosa sanno fare e cosa possono imparare”.
Imparare un mestiere per stare meglio con gli altri
Nei laboratori inclusivi si lavora contemporaneamente su più livelli. “Mentre imparano una competenza professionale”, racconta Esposito, “i ragazzi imparano anche a stare insieme agli altri. Imparano a frequentare nuovi ambienti, a rapportarsi con coetanei, tutor e formatori, a gestire situazioni che possono generare ansia e preoccupazione”. Una parte importante del lavoro riguarda anche la sfera sensoriale.
“Molti ragazzi presentano ipersensibilità sensoriali. Persino il contatto con l’impasto di una pizza può risultare difficile. Attraverso un lavoro graduale li aiutiamo ad aumentare la tolleranza verso materiali, ambienti e situazioni nuove”. Ogni esperienza lavorativa diventa così un percorso di adattamento e crescita personale. “Entrare in un nuovo contesto lavorativo significa confrontarsi con nuove figure di riferimento, nuove regole e nuove aspettative. Per molti può sembrare normale, ma per una persona con autismo rappresenta una conquista enorme”.

Il “Dopo di noi” passa dal lavoro
Dietro “Artigiani del Sé” c’è una delle preoccupazioni più diffuse tra le famiglie: il futuro dei propri figli. “La domanda è sempre la stessa”, racconta Manna. “Che cosa succederà quando non ci saremo più?’. È il tema del ‘Dopo di noi’. Noi abbiamo deciso di affrontarlo attraverso il lavoro”. Per il direttore del Centro ISO l’inclusione lavorativa rappresenta oggi la vera sfida. “L’Europa ci invita sempre di più a inserire la disabilità nel mondo del lavoro e noi stiamo percorrendo questa strada. L’obiettivo è evitare che questi ragazzi si sentano inutili o incapaci di sostenersi. Vogliamo renderli il più possibile autonomi, nei limiti delle loro possibilità”. Il Direttore Manna tiene anche a ribadire: “Abbiamo bisogno che le istituzioni siano più presenti, soprattutto nei confronti dei ragazzi con disabilità che sono stati inseriti nel mondo del lavoro, almeno su Pomigliano d’Arco”.
I risultati: cinque contratti di lavoro in un anno
I numeri raccontano già una storia di successo. “In un anno siamo riusciti a far firmare contratti di lavoro a quattro ragazzi e un quinto verrà assunto a luglio”, spiega Manna. Attualmente quattro giovani lavorano con contratto nazionale in attività commerciali tra Pomigliano d’Arco e Sant’Anastasia. “Due ragazzi lavorano al Caffè Internet di Piazza Sant’Agnese, due presso Mabirò in Piazza Giovanni Leone e a luglio un altro ragazzo sarà contrattualizzato presso il Caffè Internet del Centro Commerciale Le Aquile”. Un risultato che ha avuto un forte impatto anche sulle famiglie. “Non vi dico la felicità dei genitori. Per loro significa vedere i propri figli protagonisti, attivi, inseriti nella società e non più seduti tutto il giorno sul divano”.
La risposta delle aziende e della comunità
Secondo Manna, le aziende del territorio hanno dimostrato una sensibilità straordinaria. “Gli imprenditori hanno risposto benissimo, ma anche i dipendenti. Hanno accolto questi ragazzi in modo ammirevole. Oggi sono diventati parte integrante delle aziende”. Intanto, anche la comunità sta mostrando segnali incoraggianti. “Molte persone scelgono di andare a prendere il caffè proprio nei locali dove lavorano i nostri ragazzi. Fanno i complimenti ai titolari e ai dipendenti. È un segnale importante di partecipazione e vicinanza”.
Per la Dottoressa Esposito il cambiamento più importante non riguarda i numeri, ma la cultura. “Questo progetto rappresenta un seme per una vera rivoluzione culturale. L’autismo non deve essere visto come un limite ma come una possibilità”. La differenza è racchiusa in due parole spesso confuse. “L’integrazione mette una persona con autismo dentro un contesto. L’inclusione è qualcosa di più: significa che la comunità si muove verso quella persona, la conosce, la saluta, la chiama per nome e la riconosce come parte della propria rete sociale”. Una sfida che coinvolge tutti perché “senza una comunità che accoglie noi da soli non possiamo farcela. L’inclusione è sempre un lavoro di rete”.
Verso un futuro diverso
Per il Centro ISO il lavoro rappresenta soltanto una tappa di un percorso più ampio: costruire una società capace di riconoscere il valore delle differenze e di trasformarle in opportunità. “Abbiamo sempre creduto che questi ragazzi ce la potessero fare”, conclude Manna. “Quando le persone li vedono lavorare, scoprono la loro gentilezza, la loro attenzione, il loro modo garbato di relazionarsi. E capiscono che avevamo ragione”. È proprio questa la più grande conquista di “Artigiani del Sé”: non soltanto formare lavoratori, ma cambiare lo sguardo di un’intera comunità sull’autismo, dimostrando che l’inclusione non è un obiettivo astratto, ma una possibilità concreta che si costruisce ogni giorno.

