L’intervista
📍 Napoli

4 Maggio 2026

Cristina Siciliano

La Campania dei corpi pesanti, il marchio della povertà e il divario tra Nord e Sud. Annamaria Colao: «È un problema culturale. Le borse dello Stato non sono infinite»

Dallo stigma del “pigro” alla rivoluzione dei nuovi farmaci negati: la denuncia della neuroendocrinologa della Federico II



I numeri non mentono mai, ma in Campania gridano. Siamo di fronte alla prima regione al mondo per eccesso ponderale infanto-giovanile, un primato che si traduce in una ipoteca drammatica sul futuro del sistema sanitario. Ma dietro le tabelle dell’indice di massa corporea si nasconde una verità più politica. Annamaria Colao, neuroendocrinologa e docente all’Università Federico II di Napoli, smonta pezzo dopo pezzo la retorica della pigrizia, restituendo alla politica e alla medicina la responsabilità di una patologia che pesa come un macigno sul futuro del Sud. “Scontiamo un divario culturale oltre che economico. Bisogna lavorare e investire su questo”.

L’alterazione della macchina biologica

L’equivoco di fondo, spiega Annamaria Colao, risiede innanzitutto nella percezione della malattia. “L’obesità identifica un’alterazione della massa adiposa, un’eccedenza che supera la capacità di sopportazione della macchina biologica. Non è pigrizia, è un calcolo matematico: quanto una persona è alta, quanto pesa, si fa un calcolo e si dice che se questo indice, si chiama indice di massa corporea, è tra 18 e 25, la persona è normopeso, fra 25 e 30 è in sovrappeso, sopra 30 è obeso. Quindi vuol dire avere un rapporto tra l’altezza e il peso che crea questo indice superiore a 30”.

La complessità del quadro clinico supera però la fredda aritmetica dell’IMC. “Il rapporto tra peso e altezza cambia con l’età e, nelle donne, con la ciclicità mestruale o la menopausa. Oggi l’Italia si è finalmente dotata di una legge per dire che questa è una patologia. La diagnosi deve essere fatta dal medico. Dire che uno ha un eccesso di tessuto non significa solo essere malati, significa prendere coscienza che c’è qualcosa da aggiustare”.

Il Sud e il retaggio degli anni Sessanta

Perché proprio qui? La risposta è in un cortocircuito storico. “Il Sud è sempre stato più povero, e l’aumento di peso era considerato positivo perché indicava risorse economiche”. Quel concetto, retaggio di un’epoca di privazioni, non è mai stato rimosso. Al contrario, si è fuso con un deserto infrastrutturale. Mentre al Nord i bambini crescono nelle palestre, al Sud “l’ora di ginnastica si spiega teoricamente, seduti al banco”. È qui che nasce la disparità: “la salute non può essere studiata, deve essere praticata”. Contro chi accusa i malati di immobilità, la professoressa Colao lancia una provocazione fisica: “Sfido chiunque a mettersi otto chili sulla testa e otto per mano e provare a correre. Ti guarderebbero come se fossi matto”. Eppure, chiediamo a pazienti con 80 chili di eccesso di fare esercizio come se nulla fosse. È una crudeltà clinica che ignora l’involuzione naturale causata dal peso.

Lo stigma e la condanna del “pigro”

C’è un velo di ipocrisia che avvolge la percezione pubblica di questa malattia, una sorta di moralismo che colpevolizza chi ne soffre. “Intanto dovremmo rimuovere lo stigma che tutti noi abbiamo, anche i medici hanno nei confronti di questa condizione, se è una patologia non si stigmatizza un malato per essere malato, non lo faremmo mai nei confronti di chi ha avuto un infarto, un ictus, un cancro, perché lo facciamo nei confronti dell’obeso? Perché è colpevole perché è goloso ed è pigro? In realtà è completamente falso tutto questo, il paziente certamente mangia addirittura meno del normo peso”.

Farmaci d’élite e scelte tragiche

L’arrivo dei nuovi farmaci agonisti recettoriali ha aperto una breccia, ma solo per chi ha il portafoglio gonfio o il diabete già conclamato. “Il divario sociale esiste già”, ammette la Colao. Lo Stato non può pagare per tutti. “Le borse non sono infinite. Se copriamo tutti, smettiamo di curare i tumori”. È una scelta politica brutale che ricade sulla pelle di chi vive in periferie senza alternative alimentari, dove il cibo ultra-processato è l’unica via d’uscita alla fame nervosa e alla disperazione.

L’innovazione medica ha portato i farmaci agonisti del GLP-1, molecole che stanno rivoluzionando la cura, ma che al momento sono rimborsate solo per i diabetici. Per tutti gli altri, l’obesità è una cura per ricchi. “Diciamo che è già una realtà questa, non è che c’è il pericolo, siamo già all’interno di un divario ovviamente sociale. Purtroppo il paziente con obesità che non è diabetico deve acquistare questi farmaci per conto suo. E questo induce già una differenza di percorso di terapia”.

Ospedale - Immagine di repertorio
Ospedale – Immagine di repertorio

L’ultima trincea: la scuola

La proposta della professoressa è un ultimatum culturale: la salute deve diventare una materia curricolare come l’italiano o l’aritmetica. Bisogna imparare i determinanti della propria biologia fin dai banchi, smettendo di credere ai miti degli integratori o alle diete fai-da-te. La battaglia inizia dalla gravidanza. “La mamma non deve mangiare per due, deve mangiare solo le cose giuste”.  Nonostante il quadro spietato, Annamaria Colao chiude con un ottimismo basato sulla scienza. “Oggi abbiamo farmaci che cambiano il destino. Ho visto persone perdere ottanta chili senza bisturi. Bisogna  smettere di cercare miracoli e iniziare a cercare i centri d’eccellenza”.

Nonostante le liste d’attesa e i farmaci costosi, la professoressa della Federico II vede la luce in fondo al tunnel. “Ottanta chili in un anno significa cambiare completamente la propria vita senza intervento chirurgico. Il mio suggerimento ai pazienti è cercare il centro che li ascolti e li aiuti.  Nella nostra regione ci sono tanti colleghi che sono bravissimi. La soluzione è possibile”.

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