La Corte d’Appello di Napoli ribalta la sentenza di primo grado: scambio elettorale politico-mafioso e corruzione al centro del processo
La Corte d’Appello di Napoli ha riformato la sentenza di primo grado nel procedimento che riguarda presunti intrecci tra politica, imprenditoria e camorra a Melito. Tra i condannati figurano l’ex sindaco Luciano Mottola, l’imprenditore Emilio Rostan e l’ex presidente del Consiglio comunale Rocco Marrone. Le accuse, a vario titolo, riguardano lo scambio elettorale politico-mafioso e la corruzione.
La sentenza della Corte d’Appello di Napoli
La decisione dei giudici di secondo grado segna un passaggio significativo nel procedimento nato dall’indagine della Direzione distrettuale Antimafia di Napoli. La Corte ha condannato l’ex sindaco di Melito Luciano Mottola a quattro anni e mezzo di reclusione per scambio elettorale politico-mafioso, ribaltando l’esito del primo grado.
Stessa pena è stata inflitta a Rocco Marrone, ex presidente del Consiglio comunale, che in primo grado era stato assolto. Per l’imprenditore Emilio Rostan, padre della consigliera regionale Michela Rostan, la condanna è invece di sette anni e quattro mesi di reclusione per corruzione. Il collegio giudicante ha quindi ridisegnato il quadro processuale, confermando l’impianto accusatorio per alcuni imputati e modificando radicalmente le valutazioni del primo grado.
L’inchiesta della Direzione distrettuale Antimafia
L’indagine è stata coordinata dalla Direzione distrettuale Antimafia di Napoli, con il sostegno operativo della Direzione Investigativa Antimafia. L’attività investigativa aveva portato, nell’aprile 2023, all’esecuzione di misure cautelari nei confronti di amministratori pubblici, imprenditori e presunti appartenenti a contesti camorristici.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, al centro dell’inchiesta vi sarebbero stati presunti rapporti tra alcuni esponenti della politica locale e il clan Amato-Pagano. Le ipotesi di reato contestate a vario titolo comprendevano scambio elettorale politico-mafioso, corruzione, concorso esterno in associazione mafiosa, tentata estorsione e attentato ai diritti politici del cittadino. Nel complesso, erano stati emessi 16 arresti in carcere e due ai domiciliari. L’inchiesta aveva già suscitato forte attenzione mediatica per il coinvolgimento di figure istituzionali e imprenditoriali del territorio.

Le posizioni degli imputati e il quadro delle condanne
Oltre alle posizioni principali, la sentenza d’appello ha riguardato anche altri imputati coinvolti nel procedimento. Tra questi risultano condanne per Vincenzo Marrone a cinque anni e quattro mesi, Salvatore Chiariello a dodici anni e mezzo, Luigi Ruggiero a cinque anni e otto mesi, Giuseppe Siviero a undici anni e quattro mesi e Antonio Cuozzo a cinque anni e quattro mesi. Il procedimento ha visto la presenza di un ampio collegio difensivo, composto tra gli altri dagli avvocati Raffaele Pucci, Andrea Di Lorenzo, Leopoldo Perone e Mario Griffo, impegnati nella difesa degli imputati nelle diverse fasi del processo.
La complessità del caso riflette l’intreccio tra livelli amministrativi, interessi imprenditoriali e presunti condizionamenti esterni, su cui si è concentrata l’azione della magistratura inquirente. La sentenza della Corte d’Appello rappresenta un passaggio rilevante, ma non necessariamente conclusivo del percorso giudiziario, che potrà proseguire nei successivi gradi di giudizio. Le motivazioni della decisione non sono state ancora rese note nel dettaglio, ma saranno decisive per comprendere l’impianto giuridico che ha portato alla riforma della sentenza di primo grado.


