Nel suo nuovo libro “Quando Napoli le dava a tutti”, il giornalista Franco Esposito rivive la Napoli sportiva e appassionata degli anni ’60. Un viaggio nella memoria collettiva di una città che sapeva sognare e vincere.
C’è una Napoli che non smette mai di vivere nei ricordi di chi l’ha conosciuta: una città luminosa, entusiasta, capace di trasformare ogni traguardo sportivo in un gesto d’amore collettivo.
È la Napoli degli anni ’60, quella dei campioni di rugby, pallanuoto e basket, dei trionfi condivisi come feste popolari e delle strade che profumavano di futuro. Una città che, tra boom economico e passione, seppe alzare la testa e mostrarsi al mondo.
A raccontarla oggi è Franco Esposito, voce storica del giornalismo sportivo, nel suo nuovo libro “Quando Napoli le dava a tutti – Quei favolosi anni ’60 di sport e di vita fino ai tempi di Diego Maradona” (LeVarie Editore).
Tra ricordi, cronache e poesia, Esposito restituisce l’immagine di una Napoli viva e orgogliosa, specchio di un’Italia che cambiava e cresceva.
L’intervista
Com’è nata l’idea di raccontare la Napoli sportiva degli anni ’60 in “Quando Napoli le dava a tutti”? C’è stato un momento preciso o un ricordo personale che ha acceso la scintilla per questo libro?
Nasce l’idea al tavolo di un bar a piazza dei Martiri. Un caffè per Marco Lobasso, orzo in bicchiere per me, fermamente intenzionato ad onorare una promessa. Scrivere un libro per la giovane casa editrice di Marco, Le Varie, già lanciata e assistita da fresca credibilità.
Propone Marco, gli piacerebbe se io scrivessi un libro di rugby. Qualcosa sullo scudetto della Partenope che compie sessant’anni.
Dico di no per vari motivi, ma un’idea alternativa ce l’avrei. Salverebbe pure la celebrazione dello scudetto di Napoli nel rugby. Metto fuori la penna, stendo sul tavolo un tovagliolino di carta del bar, e scrivo. Il titolo del libro e il sottotitolo: “Quando Napoli le dava a tutti. Quei favolosi anni Sessanta di vita e di sport fino a Diego Maradona”.
Il commento di Marco è una frase, soltanto una. “Anche se il libro non lo faremo, questo è un ricordo straordinario. Guarda come è venuta bene la foto”.
Faremo il libro, lo abbiamo fatto. È un piccolo gioiello, un cammeo, mi sembra sia venuto molto bene. Marco e il suo staff hanno portato a compimento un lavoro eccellente. Un piacere grande per me aver lavorato con loro. Lunga vita e buon tutto a Le Varie.
Lei ha seguito da vicino molti degli eventi e dei campioni di cui scrive. Quanto contano l’esperienza diretta e la memoria personale nel modo in cui racconta quella Napoli?
Esperienza e memoria sono fondamentali. Direi essenziali. Senza non si fa va da nessuna parte. Esperienza e memoria sono l’atrio e il ventricolo anche di questo lavoro. Diversamente non sarei mai nella condizione di poter raccontare. Mi piace scrivere di eventi e personaggi da me visti, incontrati, vissuti.
Gli anni ’60 furono un periodo d’oro, di entusiasmo e boom economico. Quanto questa energia si rifletteva nello sport e nella vita quotidiana della città?
Ne furono linfa buona. Benzina di qualità. Dinamo e motore per sentirci migliori, meno incompleti. Il periodo d’oro dello sport e il boom economico si intrecciarono fino a sovrapporsi addirittura. Furono specchio l’uno dell’altro.
C’è un episodio o un campione che, secondo Lei, rappresenta più di tutti lo spirito di quella Napoli vincente?
Un campione, soltanto uno? Un simbolo rappresentativo dello spirito di quella Napoli? Parlerei piuttosto di un gruppo di grandi atleti e di squadre irripetibili. Il nuotatore e pallanuotista Fritz Dennerlein, il judoka Nicola Tempesta, i rugbisti bicampioni d’Italia, la Fides Partenope di basket, la Canottieri Napoli di pallanuoto. Ma soprattutto dei quattro napoletani pallanuotisti d’oro ai Giochi Olimpici di Roma 1960: Geppino D’Altrui, Maurizio Mannelli, Rosario Parmeggiani, Amedeo Ambron.
L’episodio caratterizzante. Tanti anch’essi. Quello che mi prese più di tutti? Quattro giovanotti pallanuotisti di Napoli lacrimanti gioia sul gradino più alto del podio ai Giochi di Roma.

Nel libro troviamo anche un ponte con il passato e con il futuro: dai pionieri del primo Novecento fino a Maradona. In che modo queste stagioni dialogano tra loro?
Il dialogo tra stagioni passate e future è venuto fuori in maniera facile, limpida. Lo sport è un meraviglioso collante, in grado di appiccicare epoche e costruire ideali ponti. Secondo me, lo sport è magia. Può quasi tutto, quando ci si mette. Ovvero se praticato e gestito in maniera corretta. Una ricca miniera di emozioni nuove e continue. Proprio il legame che traspare nella tua domanda.
Da cronista sportivo ha vissuto decenni di cambiamenti. Cosa è andato perduto – e cosa invece è migliorato – nel modo di raccontare lo sport?
Quasi tutto è andato perduto, e lo dico con sincero rammarico e immenso dispiacere. Al netto di qualche caso, qua e là presente anche a Napoli, è del tutto sparito il gusto di raccontare lo sport come esso avrebbe diritto di essere raccontato. É scomparsa l’esigenza/necessità di andare, vedere, domandare, verificare, capire.
Perdona la durezza, non vedo miglioramenti. Io ammalato di nostalgia? Escluso nella maniera più assoluta. Il peggioramento generale ha molti padri e molte madri. È figlio della profonda paurosa crisi che ha investito e divora i giornali, costretti a tagliare giornalisti e servizi. I viaggi degli inviati ridotti al minimo, il prodotto viene confezionato in pratica dal racconto della televisione.
Un vero peccato.
Ai giovani di talento – a Napoli non mancano, ci sarebbero e anche in grado di fare ottime cose e buone carriere – non viene più data l’occasione. Quale? Quella di viaggiare, documentarsi, migliorare, acquisire esperienza. Il cane che si morde la coda.
L’abbassamento generale del livello nel racconto sportivo trova precisa motivazione nel cambiamento ai vertici dei giornali. Non esistono più maestri, quelli che a noi hanno insegnato come si fa il mestiere e come si sta al mondo. Abbiamo imparato tutto da loro, in quella che è stata l’epoca d’oro del giornalismo sportivo. I giovani giornalisti non hanno oggi la stessa fortuna che abbiamo avuto noi.
Oggi Napoli vive un nuovo momento di entusiasmo sportivo. Ritrova qualche eco di quella stagione “magica” degli anni ’60?
Facile da ascoltare e da registrare, l’eco è rappresentato dalla squadra di calcio del Napoli. Sinonimo imperituro di fede e passione, sistema da anni la città al centro dell’interesse del mondo. Ma la magia totale che attraversò gli anni Sessanta, scandendone quei meravigliosi tempi, non mi sembra ripetibile. Qualche speranza me la dà il basket, buon catalizzare di entusiasmo e passione.
Mio sport preferito, la pallanuoto è causa di sofferenze e pene personali. Il pugilato? Quel poco che ho fatto nella mia vita, lo devo soprattutto alla boxe. Pene e sofferenze anche qui.
Cosa spera che resti al lettore dopo aver chiuso l’ultima pagina del libro?
Non spero; vorrei. Penso alla partecipazione sincera e appassionata alle mie emozioni. La condivisione con ciò che il lettore ha letto. Come se avessimo vissuto insieme gli eventi, i personaggi, le situazioni raccontati e rappresentati in questo mio viaggio nel tempo.
Ci sono libri che si leggono e libri che si respirano.
“Quando Napoli le dava a tutti” appartiene a questa seconda categoria: non si sfoglia soltanto, si vive.
Franco Esposito ci accompagna dentro la memoria di una città che non era solo sportiva, ma profondamente umana — una Napoli che lottava, sognava e vinceva con la stessa intensità con cui amava la vita.
Le sue parole fanno riaffiorare l’orgoglio di un popolo che si riconosceva nei propri campioni, che credeva nella bellezza del riscatto e nella potenza dell’appartenenza. È un libro che parla di sport, sì, ma anche di emozioni, di amicizie, di passione civile e giornalismo autentico. E, tra le righe, di una verità che vale ancora oggi: Napoli sa sempre rialzarsi — e quando lo fa, torna a dare a tutti.



