L’attrice e scrittrice romana, oggi casertana d’adozione, racconta in un’intervista esclusiva per ilcampano.it il viaggio intimo che ha dato vita al suo libro “Cuore senza culla”. Un dialogo profondo sul dolore, la rinascita e la resilienza.
“Cuore senza culla” nasce da una ferita personale molto profonda. Cosa l’ha spinta a trasformare quel dolore in parole e a condividerlo con il pubblico?
La spinta principale è stata proprio la necessità di dare voce a un’esperienza che, per troppo tempo, è stata vissuta nel silenzio. Non è stato un atto di “condivisione” immediata, ma una ricerca di comprensione per me stessa. Scrivere è stato il mio modo per superare il vuoto, la sofferenza, e per dare un significato a qualcosa che non aveva senso. Quando ho capito che la mia storia poteva toccare anche altre donne, ho deciso di condividerla. È stato un passo difficile, ma necessario, perché mi sono resa conto che il silenzio che sentivo attorno era lo stesso che vivevano tante altre persone.
Nel libro parla di un “silenzio che pesa più delle parole”. Quanto è difficile, oggi, dare voce a un dolore che la società tende ancora a ignorare?
È molto difficile, infatti. Il dolore, in particolare quello legato alla perdita di un bambino, viene ancora considerato un tema “tabù”, qualcosa di cui non si parla apertamente. C’è una grande solitudine in questo silenzio, e per molto tempo mi sono sentita quasi in colpa per il dolore che provavo, come se fosse qualcosa di “indesiderato” o troppo pesante da condividere. La società, in genere, fatica a riconoscere questa sofferenza, e questo rende ancora più difficile esprimerla. Però credo che il cambiamento passi anche dalla parola, dal raccontarsi e dal trovare, insieme, una comunità che comprenda senza giudicare.

Molte donne vivono esperienze simili ma non riescono a parlarne. Cosa direbbe a chi si sente sola o in colpa dopo una perdita?
A chi si sente sola, vorrei dire che non è sola, anche se in certi momenti sembra che il mondo intorno non capisca. La solitudine è uno dei sentimenti più difficili da affrontare, ma è fondamentale non lasciare che il dolore diventi una gabbia. A chi si sente in colpa, vorrei dire che il dolore non è una colpa. La perdita non è mai colpa di nessuno, ed è importante permettersi di sentire senza dover giustificare la propria sofferenza. È normale e umano piangere, soffrire, e non dover dare spiegazioni per ogni emozione.
La scrittura per lei è stata una forma di terapia o un atto di testimonianza? Quando ha capito che quel racconto non apparteneva più solo a lei?
Inizialmente, la scrittura è stata una forma di terapia, una sorta di sfogo per mettere in ordine i miei pensieri e il mio dolore. Ma col tempo, ho capito che quel racconto non era solo mio. Diventava ogni giorno più universale, più collettivo. Era come se avessi iniziato a scrivere per qualcun altro, per tutte quelle donne e quegli uomini che affrontano un dolore simile. La scrittura è diventata, quindi, anche un atto di testimonianza. Ho capito che quella storia doveva uscire dal mio vissuto personale per diventare parte di un discorso più ampio.
Da Roma a Caserta: quanto ha influito il Sud nella sua nuova dimensione umana e artistica?
Il Sud ha avuto un impatto molto profondo sulla mia vita e sulla mia scrittura. Caserta, con la sua calma, la sua lentezza e la sua umanità, mi ha dato la possibilità di ritrovare me stessa, lontano dal caos di Roma. La distanza fisica mi ha anche dato una distanza emotiva che mi ha permesso di rielaborare meglio il mio dolore e di dare una nuova forma alla mia espressione artistica. Il Sud, poi, è un mondo che vive di tradizione e di comunità, e credo che questo mi abbia aiutato a riconoscere il valore del legame tra le persone, la solidarietà e la speranza, che sono temi che affronto anche nel mio libro.
Il suo percorso unisce cinema, recitazione e letteratura. In che modo questi linguaggi si intrecciano quando racconta emozioni così intime?
Cinema, recitazione e letteratura sono linguaggi che mi appartengono in modo diverso, ma che si intrecciano continuamente. La recitazione mi ha insegnato a comunicare attraverso il corpo, a trasmettere emozioni senza necessariamente usare le parole, e la scrittura mi ha dato la possibilità di esplorare quelle emozioni più in profondità. Il cinema, con il suo potere visivo, mi aiuta a tradurre quelle sensazioni in immagini che raccontano storie senza bisogno di parlare troppo. Tutti questi strumenti mi permettono di raccontare in modo completo il dolore e la speranza, due temi che nel mio libro si mescolano continuamente.
“Cuore senza culla” è anche un messaggio di speranza. Cosa rappresenta per lei la parola “resilienza” dopo tutto ciò che ha vissuto?
La resilienza, per me, è la capacità di piegarsi senza spezzarsi. Non si tratta di non cadere mai, ma di avere la forza di rialzarsi dopo ogni caduta. Dopo tutto quello che ho vissuto, ho imparato che la resilienza non è solo sopravvivenza, ma anche trasformazione. È un percorso lungo, fatto di momenti di fragilità e di forza, e credo che alla fine di questo percorso ci sia una nuova forma di bellezza, una bellezza che nasce proprio dalla ferita. La resilienza è la capacità di trovare, in ogni situazione dolorosa, la possibilità di rinascere.
C’è una pagina del libro che la emoziona ancora ogni volta che la rilegge? Se sì, perché?
Sì, c’è una pagina che mi emoziona sempre. È quella in cui parlo della solitudine che accompagna la perdita e della difficoltà di trovare parole che possano colmare quel vuoto. Quella pagina è il cuore del libro, perché descrive il momento in cui ho preso coscienza che il dolore non si può mai realmente colmare, ma solo accogliere e convivere con esso. Ogni volta che la rileggo, mi rendo conto che quella solitudine non è mai solo mia, ma di tutti coloro che affrontano una sofferenza simile.

Come reagiscono le lettrici e i lettori che si riconoscono nella sua storia? Ha ricevuto messaggi che l’hanno colpita particolarmente?
Ogni messaggio che ricevo è un regalo, perché mi fa capire che non sono sola e che la mia storia ha trovato una casa nei cuori di molte altre persone. Ho ricevuto lettere di donne che mi hanno scritto dicendo che, grazie al mio libro, hanno trovato il coraggio di parlare del loro dolore, di confrontarsi, di cercare aiuto. Questo per me è stato un segno che la scrittura ha un potere enorme, un potere di cura. Ci sono stati anche messaggi che mi hanno commosso profondamente, come quelli di madri che mi hanno raccontato la loro esperienza di perdita e di speranza, e questo mi ha fatto capire che il nostro dolore può diventare un legame, una forza condivisa.
Dopo “Cuore senza culla”, cosa sente di voler raccontare ancora? Ci sono nuovi progetti artistici o personali che sente già in cammino?
Dopo “Cuore senza culla”, sento il bisogno di raccontare ancora, ma forse da una prospettiva diversa. Ho iniziato a lavorare su un nuovo progetto che esplora la resilienza, ma anche la bellezza della vita e delle sue contraddizioni. È un progetto che vuole parlare di speranza, ma anche di perdono, di perdono verso se stessi e verso gli altri. Non so ancora dove mi porterà, ma mi sento pronta a dar voce a nuove storie, a nuovi temi. Personalmente, credo che la scrittura sarà sempre una parte di me, una forma di espressione che mi permette di esplorare il mondo e di capire meglio me stessa.
Le parole di Federica Santuccio ci ricordano che anche dal dolore più profondo può nascere una forma di amore nuova, silenziosa ma tenace. Cuore senza culla non è solo un libro: è una testimonianza, un atto di coraggio che dà voce a chi troppo spesso resta in silenzio.


