L'intervista a Nicola Ricci
L'intervista a Nicola Ricci
📍 Napoli

4 Luglio 2026

Martina Sarracino

Emergenza caldo in Campania, stop al lavoro nelle ore più a rischio. Il segretario Cgil Nicola Ricci: “Serve una legge nazionale, non basta demandare tutto alle Regioni”

L’ordinanza contro il caldo e sicurezza sul lavoro: il segretario della Cgil Napoli e Campania, Nicola Ricci, chiede una legge nazionale e maggiori tutele



Dal 21 giugno al 31 agosto in Campania è vietato svolgere attività lavorative nei settori agricolo, edile e affini nelle ore più calde della giornata, dalle 12.30 alle 16, quando le mappe del sistema Worklimate dell’Inail indicano un livello di rischio “alto” per l’esposizione prolungata al sole. Lo prevede l’ordinanza n. 1 del 17 giugno 2026 firmata dal presidente della Regione Campania, Roberto Fico. L’obiettivo è quello di tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori maggiormente esposti agli effetti delle elevate temperature estive.

Il segretario Nicola Ricci: “Manca una legge nazionale”

L’ordinanza campana è arrivata dopo analoghi provvedimenti adottati da altre Regioni, tra cui Lombardia, Lazio ed Emilia-Romagna. Una tempistica che, secondo il segretario generale della Cgil Napoli e Campania Nicola Ricci, non rappresenta il vero nodo della questione. “Non parlerei di un ritardo. C’è un tema più importante: manca una legge nazionale. Non può questo Governo, ma nemmeno quelli precedenti, continuare a demandare alle Regioni una materia che ormai riguarda un’emergenza nazionale. I cambiamenti climatici peggiorano ogni anno e sono diventati un fenomeno strutturale. Per questo serve una normativa valida per tutto il Paese”.

Per Ricci il punto centrale è individuare con precisione tutti i comparti maggiormente esposti al rischio. “Bisogna capire, soprattutto nelle Regioni più esposte, quali sono i lavori più a rischio. È evidente che esiste un sito istituzionale, quello richiamato anche dall’ordinanza, che permette di monitorare il livello di rischio. Ma è altrettanto evidente che occorre ampliare le tutele”.

Secondo il presidente della Cgil, infatti, il provvedimento dovrebbe riguardare anche altre categorie di lavoratori. “Posso anticipare che abbiamo chiesto al presidente Fico di estendere l’ordinanza anche a una particolare categoria che riguarda il mondo dei trasporti e della logistica delle merci. Insieme a Cgil, Cisl e Uil, sia a livello confederale che di categoria, abbiamo avanzato questa richiesta. Gli uffici legali della Regione e lo stesso presidente stanno facendo le valutazioni necessarie”. Una richiesta che, spiega Ricci, nasce proprio dalla necessità di superare interventi frammentati. “La nostra osservazione va nella direzione di tante altre organizzazioni sindacali e associazioni: serve una legge nazionale che stabilisca regole chiare e uniformi”.

“L’ordinanza è un punto di partenza, ma può essere migliorata”

L’ordinanza regionale vieta il lavoro nelle ore più calde soltanto nei giorni in cui il sistema Worklimate dell’Inail segnala un livello di rischio elevato. Un criterio che, secondo Ricci, rappresenta un primo passo, ma che dovrà essere affinato attraverso l’esperienza maturata sul campo. “Attualmente siamo in presenza di una normativa regionale perché, come ripeto, manca una legge nazionale. È evidente però che queste ordinanze, insieme all’esperienza che maturiamo ogni anno, possono diventare un serbatoio di idee per costruire una normativa migliore. Le condizioni climatiche cambiano continuamente e anche la legislazione deve essere aggiornata. Ogni provvedimento può essere migliorato prevedendo correttivi e modifiche in corso d’opera, sia alle ordinanze sia alle leggi“.

Per il segretario della Cgil è fondamentale costruire regole condivise tra istituzioni, imprese e parti sociali. “Abbiamo ormai certezze sugli effetti dei cambiamenti climatici e sui punti più critici nel mondo del lavoro. Proprio per questo bisogna intervenire con politiche attente, condivise con lavoratrici e lavoratori, con le associazioni datoriali e con il sindacato”. Un malore provocato dalle alte temperature può essere riconosciuto come infortunio sul lavoro. Una responsabilità che, molte aziende hanno ormai compreso, anche se continuano a esistere realtà nelle quali prevale la logica del risparmio. “Per fortuna esiste una grande percentuale di imprese attente alle condizioni dei propri lavoratori. Sono aziende che investono nella formazione, nella sicurezza e che sottoscrivono accordi con le organizzazioni sindacali anche migliorativi rispetto ai contratti nazionali”.

Accanto a queste realtà, però, continua a esserci chi cerca di eludere le norme. “Purtroppo esiste anche un mondo fatto di furbi, di chi riesce a evitare i controlli e di chi non ha alcun senso di responsabilità“. Per Ricci torna quindi centrale il concetto di responsabilità sociale dell’impresa. “Quando ho iniziato a fare il sindacalista si parlava molto di responsabilità sociale dell’impresa. È un valore che considero ancora fondamentale. Nessuno mette in discussione il diritto delle imprese a produrre utili, ma questi non possono mai essere ottenuti sacrificando la dignità e la sicurezza dei lavoratori. C’è ancora tanto da fare, non solo sull’emergenza caldo, ma anche sulla salute, sulla sicurezza e sul tema della precarietà”.

La paura di denunciare

Tra gli ostacoli più difficili da superare c’è anche il timore, da parte di molti lavoratori, di perdere il posto se decidono di denunciare situazioni di irregolarità. “Il problema è proprio questo. Molti cittadini hanno perso fiducia nelle istituzioni e pensano che denunciare non serva a nulla. Ma una rete di tutela esiste. Quando i lavoratori si rivolgono alle nostre sedi, anche mantenendo l’anonimato, noi interveniamo”. Per Ricci, tuttavia, il cambiamento deve partire anche dalla cultura della legalità. “Occorre un lavoro che inizi già dalle scuole. Oltre all’istruzione bisogna trasmettere i valori della legalità, del contrasto alla criminalità, alle mafie, al lavoro nero. Sono temi che riguardano la crescita civile del Paese”.

Anche la politica, inoltre, deve fare la sua parte: “Molte volte lo Stato arretra e dove arretrano le istituzioni trovano spazio fenomeni di illegalità o situazioni al limite del rispetto delle regole. Alla fine a pagarne le conseguenze sono sempre i lavoratori, cioè l’anello più debole della filiera”. L’aspetto economico pesa enormemente sulle scelte dei lavoratori, molti dei quali continuano a lavorare anche in condizioni estreme pur di non perdere una giornata di paga. “Questo ha un nome preciso: si chiama ricatto”. Per Ricci il fenomeno è strettamente legato alla precarietà che caratterizza il mercato del lavoro, soprattutto nel Mezzogiorno. “La disoccupazione resta elevata e nel Sud continua a essere a due cifre. Molti giovani trovano soltanto lavori precari, di poche ore, mentre il lavoro femminile continua a essere penalizzato”.

Il segretario della Cgil cita anche alcuni dati per descrivere la situazione campana. “In Campania operano oltre 422 mila imprese e ci sono circa un milione e settecentomila lavoratori dipendenti. Di questi, oltre il 60 per cento ha contratti precari: somministrazione, part-time involontario, lavoro discontinuo e altre forme di occupazione instabile”. Per Ricci è quindi necessario invertire la rotta. “Servono leggi che garantiscano stabilità occupazionale e che rendano il lavoro più sicuro. L’Italia deve affrontare una competizione internazionale completamente cambiata, ma non può farlo comprimendo i diritti dei lavoratori”.

Interventi rapidi contro le ondate di calore

Per il segretario della Cgil non basta fissare regole valide per tutta l’estate. Occorre anche poter intervenire rapidamente quando le condizioni meteorologiche cambiano improvvisamente. “Rispetto alle previsioni meteo e ai dati del sito istituzionale bisogna avere elasticità e tempestività. Nessuno ha la sfera di cristallo per prevedere gli eventi, ma è evidente che oggi tutta l’Europa, dalla Spagna alla Francia, sta vivendo condizioni climatiche insopportabili. Per questo bisogna avere strumenti legislativi che consentano di intervenire immediatamente, con provvedimenti che abbiano efficacia nell’immediato”.

L’agricoltura e l’edilizia rappresentano i comparti più esposti, ma secondo Ricci il problema riguarda un numero molto più ampio di lavoratori. “Oggi ci sono tante lavorazioni che si svolgono all’aperto. Penso ai rider, a tutto il settore della movimentazione delle merci, ai piazzali logistici, alle grandi piattaforme di smistamento”. Il rischio, però, non riguarda esclusivamente chi opera sotto il sole. “Ci sono anche i metalmeccanici e tanti lavoratori impiegati nei grandi capannoni industriali, dove spesso le condizioni strutturali rendono difficile lavorare. In molti casi anche le piccole imprese hanno oggettive difficoltà”.

La contrattazione come strumento di tutela

Secondo Ricci il ruolo del sindacato è quello di costruire soluzioni condivise con le aziende. “La Cgil, insieme alle altre organizzazioni sindacali, è disponibile a fare accordi che abbiano valore situazione per situazione, luogo di lavoro per luogo di lavoro”. Tra le ipotesi ci sono accordi territoriali o aziendali che consentano di modificare gli orari durante le giornate più calde.

“Si possono immaginare accordi quadro nelle aree industriali per anticipare o interrompere i turni quando le condizioni climatiche lo rendono necessario. Il sindacato è un soggetto negoziale: si siede al tavolo, cerca accordi e cerca soluzioni per tutelare lavoratrici e lavoratori, ma anche per consentire alle imprese di proseguire la propria attività”. Ricci respinge l’idea che le richieste sindacali puntino a bloccare i settori produttivi.

“Non immaginiamo affatto di fermare l’agricoltura o l’edilizia. Si tratta semplicemente di lavorare in condizioni dignitose e sopportabili, evitando ciò che purtroppo sta già accadendo: malori, lavoratori che si sentono male e cadono dalle impalcature. Anche in agricoltura stiamo registrando casi analoghi dovuti proprio al caldo”. Per questo “l’intervento deve essere legislativo, ma serve anche la disponibilità di tutte le parti a riorganizzare orari e tempi di lavoro”.

Il rischio che l’ordinanza resti solo sulla carta

Uno degli aspetti più delicati riguarda l’effettiva applicazione dell’ordinanza. Alla domanda se esista il rischio che il provvedimento rimanga soltanto sulla carta, Ricci allarga il ragionamento al tema più generale della sicurezza sul lavoro. “C’è un tema in questo Paese che riguarda più in generale la sicurezza nei luoghi di lavoro e, purtroppo, le morti sul lavoro. Per quello che possiamo sapere, nelle aziende dove il sindacato è presente e ha una propria rappresentanza, i casi di mancato rispetto delle norme sono ridotti all’eccezione”.

Il problema, osserva il segretario della Cgil Napoli e Campania, riguarda invece tutte quelle realtà produttive nelle quali manca una rappresentanza sindacale. “Esiste però un mondo dell’impresa nel quale noi non siamo presenti. Non abbiamo la presunzione di essere diffusi ovunque per una questione di rapporti di forza. Noi vogliamo essere presenti nei luoghi di lavoro sulla base della libera scelta delle lavoratrici e dei lavoratori di aderire al sindacato. Dove siamo presenti monitoriamo costantemente la situazione e interveniamo quando la controparte o gli imprenditori non vogliono applicare le leggi”.

Le maggiori criticità, secondo Ricci, emergono nei comparti storicamente più fragili. “In settori complicati come l’agricoltura, dove esiste ancora il fenomeno del caporalato e persistono condizioni di lavoro molto difficili, è evidente che sono poche le aziende con cui riusciamo a interloquire. Lo stesso discorso vale per una parte dell’edilizia”. Per il sindacalista il problema è culturale oltre che normativo. “C’è ancora molto lavoro da fare sul modo in cui si lavora e sul modo in cui si fa impresa in questo Paese. Le anomalie e le illegalità, quando emergono, noi le denunciamo sempre, indipendentemente dal fatto che ci sia o meno una presenza sindacale”.

Le denunce dei lavoratori

Molte delle situazioni irregolari arrivano direttamente agli sportelli della Cgil. “Sono spesso gli stessi lavoratori a rivolgersi ai nostri uffici, al patronato o agli sportelli dedicati alla tutela della legalità, denunciando condizioni di lavoro non conformi alle norme. In quei casi valutiamo insieme ai nostri uffici legali e ai sindacalisti se intervenire direttamente, cercando di individuare soluzioni che riportino le aziende al rispetto delle leggi”.

“La vita non ha prezzo”

Molte imprese sostengono che interrompere le attività nelle ore centrali della giornata comporti costi economici significativi. Per Ricci, però, la priorità resta la tutela della salute. “La vita non ha prezzo. L’economia deve certamente andare avanti, così come la ripresa economica del Paese, ma non possiamo nasconderci dietro l’aumento dei costi di produzione o del costo del lavoro”. Secondo il segretario della Cgil, il problema riguarda un modello produttivo che deve evolversi.

“Abbiamo già un mercato del lavoro caratterizzato da molto precariato. Continuare a sostenere che fermarsi nelle ore più calde comporta soltanto costi significa difendere un modello di impresa che non vuole discutere una nuova organizzazione del lavoro”. Per Ricci il sindacato non propone di bloccare le attività produttive, ma di organizzarle in maniera diversa.

“Il sindacato serve anche a questo: a ragionare, a trovare accordi. È impensabile lavorare nelle ore centrali della giornata, dalle undici del mattino fino alle quattro o alle cinque del pomeriggio, con temperature percepite che arrivano a 43 o 44 gradi”. E aggiunge: “Non esiste alcuna ragione per mantenere un sistema che mette a rischio la dignità e la sicurezza dei lavoratori”.

Investire anche nei luoghi di lavoro al chiuso

Il problema delle alte temperature non riguarda soltanto chi lavora all’aperto. Anche molti ambienti chiusi possono diventare insostenibili durante l’estate. “Bisognerebbe intervenire anche con aiuti pubblici. Penso ai luoghi di lavoro chiusi che avrebbero bisogno di impianti di climatizzazione, di sistemi di ventilazione, di spogliatoi adeguati e di tutte quelle strutture materiali e organizzative che possano migliorare le condizioni di lavoro”.

Per le attività svolte all’esterno, invece, le soluzioni sono inevitabilmente diverse. “Per chi lavora all’aperto non esistono molte alternative. Bisogna redistribuire gli orari di lavoro e programmare le attività nei giorni meno caldi. Ormai parliamo di quattro o cinque mesi all’anno caratterizzati da condizioni climatiche molto pesanti, soprattutto nel Mezzogiorno”.

Il nodo del lavoro nero

Un ulteriore problema riguarda quei lavoratori che operano senza un contratto regolare e che, di fatto, rischiano di restare esclusi dalle tutele previste dall’ordinanza. “Occorrono più operazioni di prevenzione, più vigilanza e soprattutto più ispettori. Non mi sembra di chiedere la luna quando dico che servirebbe un grande investimento nelle assunzioni del pubblico impiego”.

Secondo il segretario della Cgil, gli enti preposti ai controlli lavorano oggi con organici insufficienti. “Inps, Inail, Ispettorato del lavoro, Guardia di Finanza, Carabinieri e tutti gli organismi che devono vigilare lamentano una grave carenza di personale, anche qualificato. È difficile pensare di contrastare davvero il lavoro nero senza rafforzare questi organici”.

Le ispezioni come deterrente

Ricci cita anche alcune esperienze già avviate sul territorio. “Penso, ad esempio, alle task force istituite da alcuni prefetti. Magari vengono autorizzate trenta ispezioni a campione, che possono sembrare poche, ma ogni mese quei controlli producono risultati concreti”. “Quando si interviene nei grandi e nei piccoli cantieri o nelle aziende, si crea un effetto deterrente. Il messaggio si diffonde rapidamente tra le imprese e aumenta il rispetto delle regole”.

Per questo la richiesta della Cgil resta la stessa. “Serve un piano straordinario di assunzioni nel pubblico impiego, destinato proprio agli organi di vigilanza. Solo così si potranno garantire controlli efficaci e continui, dalla piccola impresa fino alle grandi realtà produttive”. Secondo Ricci, sarebbe questa “una delle azioni più concrete che il Governo potrebbe mettere in campo per rafforzare davvero la sicurezza sul lavoro e contrastare le situazioni di illegalità”.

Più ispettori e un piano straordinario di assunzioni

Per Nicola Ricci, il rafforzamento degli organi di controllo rappresenta il primo passo per garantire il rispetto delle norme e contrastare il lavoro sommerso. “Ci vuole un grande piano di assunzioni negli enti che hanno il compito di vigilare. Servono più ispettori e personale qualificato perché l’attività di prevenzione, vigilanza e ispezione è la principale forma di deterrenza. I controlli devono riguardare tutti, dai piccoli cantieri alle grandi aziende”. Secondo il segretario della Cgil Napoli e Campania, investire negli organi ispettivi significherebbe non solo migliorare la sicurezza sul lavoro, ma anche rafforzare il rispetto della legalità. “Sarebbe un intervento concreto sull’occupazione pubblica e darebbe finalmente il senso che oggi manca: nessuna impresa deve sentirsi impunita”.

Le proposte della Cgil

Ricci ricorda poi l’impegno della Cgil nella raccolta firme per due proposte di legge di iniziativa popolare. “Come Cgil stiamo raccogliendo firme per due leggi di iniziativa popolare. Una riguarda la salute e il rafforzamento del sistema sanitario pubblico; l’altra interviene sul tema degli appalti e delle condizioni di lavoro”. Per il sindacalista, il sistema degli appalti continua infatti a produrre profonde disparità.

“Nel nostro Paese esistono ancora lavoratrici e lavoratori che svolgono lo stesso identico mestiere, fianco a fianco, ma hanno contratti diversi, salari diversi, diritti diversi. Non è più accettabile in un Paese democratico e tra le principali economie industrializzate del mondo”. Una situazione che, aggiunge, favorisce anche chi decide di competere abbattendo il costo del lavoro. “Abbiamo una legislazione che presenta ancora molte lacune. Chi vuole risparmiare sui diritti dei lavoratori o aggirare i contratti riesce troppo spesso a farlo”.

Il caldo accentua le disuguaglianze

L’emergenza climatica rischia, inoltre, di ampliare le differenze tra chi svolge un lavoro in ambienti climatizzati e chi, invece, opera quotidianamente all’aperto o in luoghi privi di adeguati sistemi di raffrescamento. “Sì, esiste una disuguaglianza evidente. È una riflessione che può sembrare forte, ma il cambiamento climatico sta accentuando differenze molto concrete nelle condizioni di lavoro. Oggi esistono lavoratori che affrontano temperature estreme mentre altri operano in ambienti protetti”.

Per il segretario della Cgil il tema non riguarda soltanto il caldo, ma più in generale l’organizzazione del lavoro. “Bisogna ripensare il modo in cui si lavora. È una discussione che non può essere separata da un altro grande tema, quello dell’intelligenza artificiale”. Secondo Ricci, la transizione tecnologica non può diventare un ulteriore fattore di precarizzazione del lavoro. “Non vorremmo che l’intelligenza artificiale sostituisse interi cicli produttivi senza alcuna tutela per i lavoratori. Il rischio è che, nel tentativo di trovare scorciatoie rispetto ai problemi organizzativi, si finisca per aumentare il numero dei lavoratori sottopagati oppure, nella peggiore delle ipotesi, espulsi dal mercato del lavoro”.

Per questo, sottolinea, anche l’innovazione deve essere governata attraverso il confronto tra istituzioni, imprese e parti sociali. “Guardiamo con interesse all’intelligenza artificiale, ma va governata, regolata e contrattata. Serve un vero piano sociale che accompagni questa transizione, perché molte professionalità rischiano di essere messe in discussione”. Poi, ancora, dichiara: “Molte figure professionali che fino a pochi anni fa erano centrali nel sistema produttivo stanno già pagando il prezzo della trasformazione del lavoro. Se questi cambiamenti non verranno governati, le disparità aumenteranno ancora e, ancora una volta, saranno soprattutto i lavoratori a pagarne le conseguenze”.

La sicurezza come priorità

L’ordinanza della Regione Campania rappresenta dunque un primo strumento per fronteggiare l’emergenza caldo, ma secondo la Cgil non può bastare. Per Nicola Ricci occorre un intervento strutturale che affianchi ai divieti nelle ore più calde una legge nazionale, maggiori controlli, investimenti negli organi ispettivi, una diversa organizzazione dei turni di lavoro e un confronto costante tra istituzioni, imprese e sindacati. “La vita non ha prezzo“, ribadisce. Un principio che, di fronte all’aumento delle temperature e ai rischi sempre più frequenti per chi lavora, sintetizza la richiesta del sindacato, ossia garantire che la tutela della salute resti il punto di partenza di ogni scelta organizzativa e produttiva.

Lascia un commento