Vinicio Capossela porta “Ovunque proteggi” a Pompei: un concerto che dialoga con le rovine nell’anfiteatro del Parco Archeologico.
Non è un concerto celebrativo né un’operazione nostalgia. La scelta di portare “Ovunque proteggi” a Pompei, a vent’anni dalla sua pubblicazione, è un atto artistico che usa il luogo come parte integrante del senso dell’opera. Il 13 luglio, nell’anfiteatro del Parco Archeologico, Vinicio Capossela tornerà a eseguire integralmente uno dei dischi più significativi della sua carriera all’interno della rassegna B.O.P. – Beats of Pompeii 2026, in un contesto che non fa da semplice cornice, ma entra nel racconto.
Beats of Pompeii e il dialogo tra contemporaneo e antico
“Ovunque proteggi”, pubblicato nel 2006, è un album che nasce da un dialogo profondo con l’antico, con il sacro e con l’idea di finitezza umana. Non a caso Capossela ha chiarito che l’esecuzione dell’album a Pompei non risponde a una logica museale, né a un’operazione di repertorio. È, nelle sue parole, un “intervento a cuore aperto”, una convocazione di canzoni che continuano a essere vive e che trovano nelle rovine un’eco naturale.
Pompei, in questo senso, non è evocata come mito turistico o come luogo spettacolare, ma come spazio simbolico. La città sepolta ricorda la grandezza e la precarietà dell’esistenza, la quotidianità improvvisamente sospesa in un’eternità immobile. È su questo piano che il concerto si colloca: non un evento da calendario estivo, ma un confronto diretto tra un’opera musicale e un luogo che parla di tempo, di perdita e di memoria.

“Ovunque proteggi” vent’anni dopo, tra musica e memoria
“Ovunque proteggi” rappresentò un punto di svolta nella carriera di Capossela. Sesto album in studio, radicalmente diverso dal precedente “Canzoni a manovella”, segnò un passaggio verso una scrittura più stratificata, capace di fondere folk, rock e musica popolare mediterranea in un impianto colto ma mai distante. Il disco fu riconosciuto come miglior album dell’anno dalla Targa Tenco e ottenne un riconoscimento internazionale significativo, venendo votato dalla rivista britannica Mojo come secondo miglior album “world” del 2006.
L’esecuzione a Pompei arriva dunque come rilettura, non come replica. Il luogo condiziona il gesto artistico, lo orienta, lo carica di ulteriori significati. Capossela stesso richiama il Qohelet, il “vanitas vanitatum”, la riflessione sulla vacuità delle cose umane che a Pompei trova una delle sue rappresentazioni più potenti. Qui il disco non viene semplicemente suonato, ma rimesso in tensione con il presente e con uno spazio che ne amplifica il senso.
Il concerto si inserisce all’interno di una rassegna, Beats of Pompeii, che negli anni ha costruito la propria identità proprio su questa idea: non portare grandi nomi in un sito archeologico, ma far dialogare linguaggi contemporanei con un contesto che impone rispetto, misura e consapevolezza. Il cartellone 2026 conferma questa impostazione, alternando generi e pubblici diversi, dal progressive al jazz, dal pop alla classica contemporanea, senza mai ridurre Pompei a semplice location.
Pompei come spazio simbolico e non come semplice cornice
In questo quadro, la presenza di Capossela assume un valore particolare. La sua ricerca artistica, che attraversa musica, letteratura e teatro, è da sempre legata a un immaginario arcaico e mediterraneo. L’anfiteatro diventa così uno spazio coerente, quasi necessario, per un’opera che parla di protezione, di caducità e di resistenza simbolica.
La rassegna B.O.P. è promossa dal Ministero della Cultura e dal Parco Archeologico di Pompei, in collaborazione con il Comune di Pompei e la Regione Campania. Un progetto che punta a tenere insieme valorizzazione culturale e fruizione contemporanea, evitando l’effetto evento fine a se stesso. In questo equilibrio tra spettacolo e senso, il concerto del 13 luglio si colloca come uno dei momenti più significativi dell’intero cartellone.
Non è dunque solo la celebrazione di un anniversario discografico. È un’operazione culturale che usa la musica per interrogare il luogo e il luogo per restituire profondità alla musica. A vent’anni dalla sua uscita, “Ovunque proteggi” torna a vivere non come oggetto del passato, ma come opera che continua a parlare, proprio perché messa in dialogo con uno dei simboli più forti della fragilità umana.


