La giunta regionale della Campania sta lavorando a una possibile misura di sostegno al reddito, una sorta di “Reddito di cittadinanza regionale” che punta a integrare politiche sociali e lavoro
La giunta regionale della Campania guidata da Roberto Fico sta elaborando un progetto di legge per introdurre una misura di sostegno al reddito di livello regionale. L’iniziativa, ancora in fase preliminare, mira a integrare politiche sociali e del lavoro in un unico strumento di inclusione. L’obiettivo è rafforzare i percorsi di formazione, occupazione e presa in carico delle situazioni di fragilità, intervenendo sui vuoti lasciati dalle attuali misure nazionali di contrasto alla povertà.
La bozza e i possibili beneficiari
La proposta, seguita direttamente dal governatore, si basa su una bozza già esistente che sarà perfezionata nei prossimi mesi. Le tempistiche vengono indicate in una mozione del M5S come un “termine congruo” entro cui “predisporre” il testo normativo. Il cuore dell’intervento è “una misura regionale integrativa di sostegno economico e inclusione attiva correlata a percorsi di formazione-lavoro certificati”. La platea dei beneficiari comprende “i nuclei familiari residenti in Campania che, pur trovandosi in condizioni di povertà o vulnerabilità sociale, risultino esclusi dall’Assegno di Inclusione o dalle altre misure nazionali di sostegno al reddito”. L’impianto punta a intercettare chi oggi resta fuori dai principali strumenti di welfare.

Il contesto nazionale e la povertà in Campania
La proposta di Fico si colloca nel quadro delle recenti riforme nazionali. “L’abrogazione del Reddito di Cittadinanza e la sua sostituzione con l’Assegno di Inclusione (Adi), il Supporto per la Formazione e il Lavoro (Sfl) hanno modificato profondamente il sistema nazionale di contrasto alla povertà, lasciando escluse numerose persone e nuclei familiari che, pur versando in condizioni di disagio economico, non rientrano nei nuovi requisiti previsti dalla normativa statale”. Proprio in questo contesto, la Regione Campania “continua a registrare uno dei più elevati livelli di povertà assoluta, povertà relativa e rischio di esclusione sociale del Paese, con un’incidenza particolarmente elevata tra famiglie numerose, giovani, disoccupati di lunga durata e nuclei monoparentali”. Il quadro sociale giustifica interventi integrativi.
Struttura, controlli e finanziamenti
La definizione operativa prevede criteri di accesso, controlli e monitoraggio. Ancora, si legge: “Opportuno definire criteri uniformi di accesso, modalità di controllo e strumenti di monitoraggio della misura”. Per quanto riguarda i servizi sociali si evidenzia che “tale programma non prevede un sostegno economico continuativo assimilabile ad una misura regionale di integrazione al reddito”. Resta centrale, dunque, il tema dei finanziamenti, tra fondi europei e risorse regionali integrate. La base giuridica richiama la Costituzione, che “attribuisce alle Regioni competenze legislative in materia di servizi sociali e politiche di inclusione, mentre l’articolo 118 valorizza il principio di sussidiarietà nell’organizzazione dei servizi alla persona”. Su questa cornice si fonda la possibilità di intervento regionale.
Un ‘contratto di cittadinanza attiva’ e le prospettive
La misura viene immaginata come “come un ‘contratto di cittadinanza attiva’ individuale, evitando duplicazioni di spesa o erogazioni puramente assistenziali”. La sfida sarà bilanciare sostegno economico e attivazione lavorativa, evitando sovrapposizioni con gli strumenti nazionali e garantendo efficacia amministrativa. Se da un lato cresce la domanda di protezione sociale, dall’altro resta aperto il nodo delle risorse e della capacità di governance regionale nel trasformare un principio politico in uno strumento realmente operativo.

