Caffè napoletano al Gambrinus di Napoli
Il Gran Caffè Gambrinus celebra la Giornata Internazionale del Caffè con l’iniziativa #BaristaPerUnGiorno.
📍 Napoli

30 Settembre 2025

Redazione

Napoli celebra la sua bevanda storica nella Giornata Internazionale del Caffè: al Gambrinus per imparare a preparare l’espresso

Il 1° ottobre, dalle 10 alle 13, lo storico Gran Caffè Gambrinus apre i banconi al pubblico per #BaristaPerUnGiorno: clienti e curiosi potranno preparare gratuitamente un vero espresso su macchina professionale, guidati da esperti del settore. Non serve prenotazione: si entra, si attende il proprio turno e si prova l’emozione di “fare il caffè” come al bar.
L’iniziativa rientra nel programma nazionale delle Comunità del Rito del Caffè Espresso d’Italia a sostegno della candidatura UNESCO del rito dell’espresso.

Napoli e il caffè: rito, storia, lessico

A Napoli il caffè è un linguaggio condiviso. Si beve bollente, in tazzina calda, con miscele dalla tostatura scura e una quota di robusta che dà corpo e intensità. Ha anche un numero nella Smorfia: il 42, ’o cafè.
Nel dolore, il caffè accompagna e consola: quando c’è un lutto si porta alle famiglie del defunto, un gesto chiamato “cuonzolo”, perché la caffeina aiuta ad affrontare la veglia.
La tradizione, racconta la memoria cittadina, ha origini nobili: fu Maria Carolina d’Asburgo, consorte di Ferdinando di Borbone, a volerlo come bevanda ufficiale del Regno di Napoli, spingendone la diffusione a corte e poi tra il popolo.

Il caffè a teatro e al cinema

Il caffè è protagonista di scene indimenticabili. Totò lo trasforma spesso in gag e metafora (celebre il suo “Questo caffè è una ciofeca!” e la lezione del caffè “senza zucchero” in La banda degli onesti).


In Questi fantasmi (versione cinematografica), Sofia Loren accorcia la distanza con Vittorio Gassman proprio attraverso il rito della preparazione, seducente e familiare.

Sophia Loren

Il monologo di Eduardo sul caffè (Questi fantasmi, Atto II)

All’inizio del secondo atto della celebre commediaPasquale Lojacono (Eduardo De Filippo) siede al balcone di casa, parla con il prof. Santanna e prepara il caffè con la cuccuma. È una sintesi perfetta della cultura napoletana del caffè: simbolo, ritualità, gioia quotidiana.

“…A noialtri napoletani, toglierci questo poco di sfogo fuori al balcone… Io, per esempio, a tutto rinunzierei tranne a questa tazzina di caffè, presa tranquillamente qua, fuori al balcone, dopo quell’oretta di sonno che uno si è fatta dopo mangiato. E me la devo fare io stesso, con mani. Questa è una macchinetta per quattro tazze, ma se ne possono ricavare pure sei, e se le tazze sono piccole pure otto per gli amici… il caffè costa così caro… Mia moglie non mi onora queste cose, non le capisce. È molto più giovane di me, sapete, e la nuova generazione ha perduto queste abitudini che, secondo me, sotto un certo punto di vista sono la poesia della vita; perché, oltre a farvi occupare il tempo, vi danno pure una certa serenità di spirito. Neh, scusate, chi mai potrebbe prepararmi un caffè come me lo preparo io, con lo stesso zelo… con la stessa cura. Capirete che, dovendo servire me stesso, seguo le vere esperienze e non trascuro niente… Sul becco… lo vedete il becco? (Prende la macchinetta in mano e indica il becco della caffettiera) Qua, professore, dove guardate? Questo… Vi piace sempre di scherzare…. No, no… scherzate pure… Sul becco io ci metto questo coppitello di carta… Pare niente, questo coppitello ha la sua funzione… E già, perché il fumo denso del primo caffè che scorre, che poi e il più carico, non si disperde. Come pure, professo’, prima di colare l’acqua, che bisogna farla bollire per tre o quattro minuti, per lo meno, prima di colarla dicevo, nella parte interna della capsula bucherellata, bisogna cospargervi mezzo cucchiaino di polvere appena macinata, piccolo segreto! In modo che, nel momento della colata qua, in pieno bollore, già si aromatizza per conto suo. Professo’ voi pure vi divertite qualche volta, perché, spesso, vi vedo fare al vostro balcone a fare la stessa funzione. E io pure. Anzi, siccome, come vi ho detto, mia moglie non collabora, me lo tosto da me… Pure voi, professo’? E fate bene… Perché, quella, poi, è la cosa più difficile: indovinare il punto giusto di cottura, il colore… A manto di monaco… Color manto di monaco. È una grande soddisfazione ed evito pure di prendermi collera, perché se, per una dannata combinazione, per una mossa sbagliata, sapete… ve scappa ‘a mano o’ piezz’ ‘e coppa, s’aunisce a chello ‘e sotto, se mmesca posa e ccafè… insomma, viene una zoza… siccome l’ho fatto con le mie mani e nun m’ ‘a pozzo piglia’ cu nisciuno, mi convinco che è buono e me lo bevo lo stesso. Professo’, è passato. State servito? Grazie. (Beve) Caspita, chesto è cafè… è ciucculata. Vedete quanto poco ci vuole per rendere felice un uomo: una tazzina presa tranquillamente qui fuori… con un simpatico dirimpettaio…”

Caffè e musica: un secolo di canzoni

Il caffè attraversa più di cent’anni di musica napoletana, dalle canzonette di Piedigrotta alla canzone d’autore:

  • ’A cafettera (1892, Bonenzio–Segrè) e ’O cafettiere (1900, Capurro–De Gregorio) raccontano il fascino del banco e della barista che ammalia.
  • ’A tazza ’e cafè (1918, Capaldo–Fassone), resa celebre da Roberto Murolo, paragona l’amore all’amaro-dolce della tazzina (ripresa, tra gli altri, da Claudio Villal’Orchestra ItalianaMilvaGabriella Ferri).
Roberto Murolo
  • ’A figlia d’ ’o cafettiere (1956, De Crescenzo–Rendine) e ’O cafè (1958, Pazzaglia, resa celebre da Modugno) fissano il ritornello divenuto proverbiale: “Ah, che bellu cafè, sulo a Napule ’o sanno fa’…”.
    Quel motivo entrerà anche in Don Raffaè di Fabrizio De André.
Domenico Modugno
Fabrizio De Andrè
  • Con Pino Daniele e ’Na tazzulella ’e cafè (1977, in Terra mia), la tazzina diventa metafora sociale: piacere minimo che non copre fame e ingiustizie (“…invece ’e c’aiutà c’abboffano ’e cafè…”).
Pino Daniele

Letteratura, arte e… il caffè sospeso

Il caffè è scena e personaggio nella narrativa napoletana: bar e tazzine diventano luoghi di dialogo, confessione, corteggiamento. In pittura e fotografia, cuccume e tazzine sono icone identitarie; molti artisti contemporanei dipingono con il caffè, trasformandolo in pigmento.
Simbolo etico della città è il caffè sospeso: si beve un caffè e se ne paga un altro per chi non può permetterselo. Luciano De Crescenzo lo ha raccontato con grazia e ironia: un gesto piccolo che contiene fiducia, generosità, condivisione. Da Napoli, questa pratica ha fatto il giro del mondo, restando però profondamente partenopea.

Il caffè sospeso di Luciano De Crescenzo

Info utili

  • Quando: 1° ottobre, ore 10–13
  • Dove: Gran Caffè Gambrinus, Napoli
  • Come partecipare: accesso libero, senza prenotazione; si attende il proprio turno al banco
  • Cosa si fa: si prepara un espresso su macchina professionale con la guida di esperti
  • Cornice nazionale: iniziativa delle Comunità del Rito del Caffè Espresso d’Italia per la candidatura UNESCO

Napoli, davanti a una tazzina fumante, celebra sempre la vita. Questa volta lo fa insegnando a tutti, in uno dei suoi luoghi-simbolo, che l’espresso è un rito, una cultura, una poesia quotidiana.

📌 Curiosità sul caffè napoletano

  • Cuonzolo: quando c’è un lutto, i familiari ricevono il caffè dagli amici e vicini. La caffeina aiuta a sostenere le veglie notturne.
  • Smorfia napoletana: il numero 42 corrisponde a “’o cafè”.
  • Origini regali: fu la regina Maria Carolina d’Asburgo, moglie di Ferdinando IV di Borbone, a introdurlo come bevanda ufficiale del Regno di Napoli.
  • Caffè sospeso: celebre tradizione narrata anche da Luciano De Crescenzo, consiste nel lasciare un caffè pagato per chi non può permetterselo.
  • Arte e spettacolo: Eduardo De Filippo ne fece un monologo in Questi fantasmi, Totò lo rese protagonista in tanti film e Sofia Loren lo trasformò in pretesto di seduzione in Questi fantasmi.

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