Antonio Caliendo. Papà di Domenico
Antonio Caliendo. Papà di Domenico
📍 Napoli

26 Febbraio 2026

Chiara Imbimbo

“Il cuore per mio figlio in un frigo da pic-nic”: l’amarezza di Antonio Caliendo sul trasporto che ha segnato il destino di Domenico

Dalla speranza al silenzio dell’ospedale: il padre di Domenico denuncia l’uso di un contenitore inadatto e la mancanza di trasparenza dei medici

Antonio Caliendo, trentanovenne padre del piccolo Domenico, rompe il silenzio in un’intervista al Corriere. L’uomo ripercorre la tragica scomparsa del figlio dopo il trapianto fallito al Monaldi, spiegando perché finora avesse delegato ogni comunicazione alla moglie. Egli definisce la compagna un gigante, ammettendo che senza il suo sostegno non sopravvivrebbe e che il dolore gli impedisce persino di tornare al lavoro come muratore. Dalle parole di Antonio emerge anche il dolore per la foto virale del box “da pic-nic” utilizzato per il trasporto del cuore.

“Mia moglie, un gigante”

Il papà di Domenico spiega di aver scelto il silenzio mediatico per timore di cedere alla rabbia, lasciando che fosse la moglie a esporsi pubblicamente. L’uomo descrive la compagna come un vero gigante, ammettendo con estrema fragilità che la sua presenza è stata l’unica ragione di sopravvivenza dopo la tragedia. Il dolore devastante ha paralizzato la sua vita quotidiana, rendendogli impossibile persino tornare a svolgere il proprio mestiere di muratore. Questa confessione mette a nudo l’impatto distruttivo del lutto, che ha logorato non solo l’equilibrio psicologico del padre, ma anche la sua capacità di sostentamento lavorativo.

“Preferisce che io stia fuori, per evitare che possa esplodere. Il gigante è lei. Senza di lei oggi sarei già morto. Non riesco più neppure a fare il muratore, il mio mestiere”, dice Caliendo.

Domenico, un bambino vivace nonostante la cardiomiopatia dilatativa

Antonio Caliendo descrive il piccolo Domenico come un bambino estremamente vivace e intelligente, colpito precocemente da una grave cardiomiopatia dilatativa. Il padre confessa di aver nutrito profonde speranze per un futuro in salute, affidando con fiducia il figlio alle cure specialistiche dell’ospedale Monaldi. Nonostante il tragico esito, l’uomo tiene a precisare che non intende condannare l’intera struttura sanitaria.

“Domenico era un bambino sveglissimo, molto vivace, intelligente. Speravo che lui avesse una vita serena, in salute, senza problemi e invece. Ci affidammo completamente ai medici del Monaldi. Attenzione, però: non sono tutti cattivi, in quell’ospedale, c’è anche tanta gente brava, tanti dottori in gamba che sono venuti poi ad abbracciarci, anche le infermiere sono state sempre vicine a Domenico, non l’hanno mai abbandonato”, afferma Antonio.

Egli riconosce esplicitamente l’umanità e la competenza di numerosi professionisti incontrati durante il lungo percorso clinico. Antonio sottolinea come molti medici e infermiere abbiano dimostrato una vicinanza costante, sostenendo il bambino senza mai abbandonarlo. Il padre ricorda con commozione gli abbracci ricevuti dal personale dopo la perdita, distinguendo chiaramente tra le eventuali responsabilità individuali e la dedizione dei tanti dottori che hanno assistito la famiglia con estrema sensibilità. Tale testimonianza evidenzia il legame indissolubile e profondo che si era creato tra i curanti e il piccolo paziente.

Antonio Caliendo con la moglie e il figlio Domenico.
Antonio Caliendo con la moglie e il figlio Domenico.

Un frigo da pic-nic per trasportare il cuore

Antonio Caliendo contesta duramente la gestione del trasporto d’organo, puntando il dito contro l’impiego di un contenitore simile a un frigo da pic-nic per trasferire il cuore da Bolzano a Napoli. Egli descrive con amarezza la mancanza di trasparenza da parte della struttura sanitaria, denunciando come, dopo il periodo di Capodanno, i medici fossero improvvisamente spariti senza fornire aggiornamenti sulle condizioni del figlio.

“Dopo Capodanno i medici sparirono tutti, nessuno ci venne a dire più niente, era finita ma noi ancora non lo sapevamo. Così, poi quando è venuto fuori tutto, ero molto nervoso e tre giorni prima che Domenico morisse ebbi un brutto litigio con le guardie giurate. Le stesse che poi mi sono venute ad abbracciare con sincerità sabato scorso, in ospedale, quando è morto. Erano fuori di testa quelli che partirono da Napoli per andare a Bolzano a prendere il cuore con quel frigo da pic-nic”.

Il silenzio dell’ospedale

L’uomo ammette che il silenzio dell’ospedale abbia alimentato un profondo nervosismo, culminato in un acceso scontro con le guardie giurate pochi giorni prima del decesso di Domenico. Tuttavia, Antonio sottolinea il valore umano di quegli stessi addetti alla sicurezza che, nonostante il precedente litigio, lo hanno stretto in un abbraccio sincero nel momento della tragedia. Il padre definisce inaccettabile la scelta tecnica compiuta dall’equipe partita per il prelievo, ribadendo che l’inadeguatezza della strumentazione utilizzata rappresenti una grave mancanza di professionalità in un contesto così critico.

“Così, poi quando è venuto fuori tutto, ero molto nervoso e tre giorni prima che Domenico morisse ebbi un brutto litigio con le guardie giurate. Le stesse che poi mi sono venute ad abbracciare con sincerità sabato scorso, in ospedale, quando è morto. Erano fuori di testa quelli che partirono da Napoli per andare a Bolzano a prendere il cuore con quel frigo da pic-nic”.

La testimonianza di Antonio Caliendo cristallizza il dolore di una famiglia nel dettaglio agghiacciante del frigo da pic-nic, utilizzato per un trasporto vitale tra Bolzano e Napoli. Il padre denuncia con forza l’inadeguatezza di questo strumento, trasformando il nodo del trasporto dell’organo nel simbolo di una presunta negligenza che ha spezzato ogni speranza di salvezza per il piccolo Domenico.

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