Il compositore racconta ai ragazzi la malattia, il dolore e la pressione di una società dominata dal confronto: «La sofferenza è la nuvola, ma io sono il cielo»
Non è stato soltanto il racconto di una malattia. Davanti ai ragazzi del Giffoni Film Festival, Giovanni Allevi ha trasformato la propria esperienza personale in una riflessione sulla fragilità, sull’ansia del confronto e sulla possibilità di continuare a immaginare anche quando il dolore sembra occupare ogni spazio.
Il compositore ha ripercorso i momenti più difficili trascorsi in ospedale, quando si è sentito sospeso tra la vita e la morte e ha iniziato a concepire un adagio. Una composizione nata mentre il corpo era attraversato da un dolore che ha definito sfiancante, quasi insopportabile.
È proprio in quel momento che Allevi racconta di essersi posto una domanda radicale: “Sono questi dolori? Sono questa malattia? Sono questa sofferenza?”. Da quella domanda sarebbe nata la ricerca di una dimensione interiore che la malattia non riuscisse a raggiungere completamente.
«Anche oggi, quando mi trovo ad affrontare momenti di difficoltà, mi ripeto che la sofferenza è la nuvola. Ma io sono il cielo», ha spiegato.
Dalla parola “mieloma” nasce una melodia
Allevi è tornato anche all’istante della diagnosi e alla disperazione iniziale, quando persino le parole di conforto delle persone vicine non riuscivano ad alleggerire ciò che stava vivendo.
Superata quella prima fase, il musicista ha provato a tradurre la propria malattia nel linguaggio che conosce meglio. Servendosi di un procedimento matematico legato alla tradizione musicale di Bach, ha cercato le note corrispondenti alle sette lettere della parola “mieloma”.
Il risultato è diventato uno dei passaggi più emozionanti dell’incontro:
«Ho scoperto che dalla parola mieloma, che è la mia malattia, scaturisce una melodia bellissima».
Non la cancellazione del dolore, dunque, ma il tentativo di attribuirgli una forma e di trasformarlo attraverso la creatività. La musica, ha raccontato Allevi, gli ha restituito l’illusione che persino quella sofferenza potesse avere un significato.

«Non dobbiamo confrontarci con gli altri»
Il confronto con i ragazzi si è poi spostato sulla difficoltà di accettare le proprie imperfezioni in una società che chiede continuamente di essere belli, forti, sicuri e vincenti.
Numeri, risultati e approvazione esterna finiscono per far sentire gli individui inevitabilmente inadeguati. La risposta di Allevi parte da una considerazione filosofica: ogni persona è una, ma contiene dentro di sé qualcosa di infinito.
«Non dobbiamo confrontarci con gli altri, non dobbiamo farci condizionare dal giudizio esterno», ha detto, ricordando che sotto le convenzioni sociali e i condizionamenti ricevuti esiste una dimensione personale che non può essere misurata attraverso classifiche, risultati o numeri.
Allevi ha parlato di un mondo che tiene le persone in uno stato permanente di ansia, alimentando l’urgenza di raggiungere traguardi che non sembrano mai sufficienti e mostrando continuamente il successo degli altri.
«Quando ci sentiamo fragili o non ci sentiamo mai abbastanza, non è colpa nostra. La fragilità è il cuore dell’essere umano».

L’arte come riparo dall’ansia
A proteggere da questa pressione possono essere la cultura e l’arte. La poesia, la letteratura, la musica e la danza non nascondono la fragilità, ma le permettono di cercare una luce e un abbraccio.
Allevi ha raccontato che proprio l’immaginazione lo ha sostenuto durante il ricovero. Disteso nel letto d’ospedale, ancora provato dalle cure, immaginava di dirigere il concerto che stava componendo. Ha cominciato a muovere lentamente le mani, poi sempre più ampiamente, fino ad alzarsi portando con sé il sostegno della flebo e dirigendo un’orchestra che in quel momento esisteva soltanto nella sua mente.
Un’immagine capace di riassumere il senso dell’intero incontro: non fingere che il dolore non esista, ma continuare a creare uno spazio interiore nel quale non sia il dolore a decidere chi siamo.

