Carcere di Santa Maria Capua Vetere
Carcere di Santa Maria Capua Vetere
📍 Santa Maria Capua Vetere

6 Luglio 2026

Martina Sarracino

Violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere: prosegue il maxi processo. Il pm Alessandra Pinto: “Percosse e umiliazioni ai detenuti”

La requisitoria della Procura ripercorre le violenze del 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, con i video al centro delle accuse di tortura

Prosegue il maxi processo sulle violenze avvenute il 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta. Nel corso della requisitoria, il pubblico ministero Alessandra Pinto ha ricostruito quanto accaduto durante la perquisizione straordinaria nel reparto Nilo, definendo l’intervento una “violenza di massa”, “volta all’annichilimento e alla deumanizzazione dei detenuti, fatta di percosse, colpi, derisioni e umiliazioni”. Parole che descrivono, secondo l’accusa, un’azione sistematica e organizzata che avrebbe coinvolto centinaia di persone.

I fatti contestati

Secondo la ricostruzione dell’accusa, circa 300 agenti della polizia penitenziaria avrebbero preso parte al pestaggio di altrettanti detenuti. Il procedimento, in corso nell’aula bunker annessa allo stesso istituto penitenziario, vede complessivamente 105 imputati. Tra questi ci sono agenti penitenziari, funzionari del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, operatori e medici del carcere. Al centro del processo ci sono diverse contestazioni, tra cui quella di tortura, formulata nei confronti di una cinquantina di imputati.

Carcere di Santa Maria Capua Vetere.

Il ruolo decisivo dei video

Durante l’udienza, il pubblico ministero ha proiettato le registrazioni delle telecamere interne del carcere, considerate un elemento centrale dell’impianto accusatorio. Le immagini, secondo la procura, documenterebbero in maniera diretta quanto avvenuto all’interno dell’istituto penitenziario. Contribuirebbero, inoltre, a dimostrare la continuità delle violenze fisiche e psicologiche richiesta per configurare il reato di tortura.

La stessa Alessandra Pinto ha sottolineato il valore probatorio delle registrazioni. Ha spiegato che queste sono state fondamentali per “confermare il narrato delle vittime ea volte a correggerlo. Video che ci consentono di accertare la materialità visiva delle sofferenza, di descrivere la violenza disumana commessa, e che spesso sono gli unici elementi di prova, visto che molte persone offese non sono state sentite”.

Un processo di grande rilevanza

La requisitoria era stata aperta nell’udienza del 29 giugno scorso dall’altro pubblico ministero Alessandro Milita. Rappresenta una fase cruciale di uno dei procedimenti giudiziari più rilevanti degli ultimi anni in materia di diritti dei detenuti. L’accusa punta a dimostrare che quanto avvenuto non fu il risultato di iniziative isolate. Si tratta, infatti, di un intervento caratterizzato da un uso sistematico della forza e da comportamenti ritenuti lesivi della dignità delle persone ristrette. Il processo dovrà ora stabilire le responsabilità individuali dei singoli imputati, valutando il materiale probatorio raccolto nel corso delle indagini e il contenuto delle immagini mostrate in aula.

Il caso di Santa Maria Capua Vetere permette di aprire il dibattito su un tema molto delicato, ossia il rapporto tra sicurezza e tutela dei diritti fondamentali all’interno degli istituti penitenziari. Il carcere è il luogo in cui lo Stato esercita il massimo controllo sulla libertà personale, ma proprio per questo è chiamato a garantire il rispetto della dignità umana e della legalità.

Le immagini e le testimonianze emerse nel processo ricordano quanto sia importante assicurare trasparenza, controlli efficaci e responsabilità individuali. Solo in questo modo ogni eventuale abuso viene accertato dalla magistratura affinché non possa più ripetersi. La fiducia nelle istituzioni passa anche dalla capacità di fare piena luce su episodi come questo, nel rispetto delle vittime, degli imputati e delle garanzie previste dall’ordinamento.

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