Domenico Caliendo e Guido Oppido
Domenico Caliendo e Guido Oppido
📍 Napoli

8 Giugno 2026

Martina Sarracino

Caso Domenico Caliendo al Monaldi di Napoli, l’atto d’accusa dei consulenti: “Condotta dolosa, non fu un errore clinico”

Continuano le indagini sulla morte del piccolo Domenico Caliendo dopo un trapianto di cuore a Napoli: nuovi pareri medico-legali

Il caso del piccolo Domenico Caliendo, morto il 21 febbraio dopo un lungo ricovero presso l’Ospedale Monaldi di Napoli torna al centro dell’inchiesta con nuovi pareri medico-legali depositati dai consulenti della famiglia. Il bambino, di due anni e mezzo, era stato sottoposto a trapianto di cuore il 23 dicembre. Secondo le conclusioni dei periti, non si tratterebbe di un evento riconducibile alla sola sfera dell’errore clinico. Nel documento si afferma: “Non fu un semplice errore clinico, condotta dolosa”. Poi si ribadisce in più passaggi il concetto di “condotta dolosa”, intesa proprio come consapevolezza delle omissioni.

Il ruolo del primario e l’inchiesta

Al centro delle contestazioni c’è la gestione del caso da parte del primario Guido Oppido, responsabile del centro trapianti pediatrici. I consulenti evidenziano presunte omissioni decisionali e mancanze nella pianificazione terapeutica post-trapianto. I due pareri, acquisiti nell’incidente probatorio coordinato dal GIP Mariano Sorrentino a Napoli, contestano la ricostruzione clinica fornita dalla struttura sanitaria e pongono dubbi sulla tracciabilità delle scelte effettuate.

Uno degli aspetti centrali riguarda l’uso dell’Ecmo (ExtraCorporeal Membrane Oxygenation), che ha mantenuto in vita il bambino per circa due mesi. Secondo la letteratura scientifica internazionale, il limite di utilizzo pediatrico è compreso tra 7 e 14 giorni, oltre i quali aumentano drasticamente le complicanze. Nel caso di Domenico, il supporto è stato prolungato ben oltre questa finestra, incidendo in modo determinante sull’evoluzione clinica complessiva.

Domenico Caliendo
Domenico Caliendo

Il mancato impianto del Berlin Heart

I consulenti sottolineano anche il mancato ricorso al Berlin Heart, dispositivo di assistenza ventricolare pediatrica. Nel testo viene definito come soluzione ponte verso un eventuale ritrapianto, indicato con il termine “bridge-to-retransplantation”. Secondo la perizia, tra dicembre e gennaio non sarebbero stati effettuati gli accertamenti necessari per valutarne l’impianto. Inoltre si afferma che “non si ritiene possibile ascrivere all’interno della colpa, neppure di quella grave” la gestione complessiva del caso.

Le omissioni e la gestione clinica

Le relazioni contestano anche l’assenza di una strategia terapeutica alternativa nel periodo successivo al fallimento del trapianto. Secondo i consulenti, il percorso clinico evidenzierebbe una “rilevante e qualificata deviazione dai criteri di prudenza, completezza valutativa e tracciabilità del processo decisionale”, accompagnata da scelte non coerenti con le linee guida internazionali. In questo quadro viene richiamata anche la nozione di “consapevolezza e volontarietà” delle decisioni adottate.

Un ulteriore passaggio riguarda la possibilità di un secondo trapianto. Secondo i periti della famiglia, le condizioni cliniche del piccolo tra l’11 e il 16 febbraio non avrebbero reso percorribile questa opzione. Nel documento si parla esplicitamente di “controindicazione assoluta al ritrapianto cardiaco“, smentendo la valutazione di idoneità espressa in ambito ospedaliero nelle settimane precedenti. L’inchiesta prosegue sotto la supervisione del GIP di Napoli, che ha disposto ulteriori verifiche documentali e radiologiche.

I consulenti del tribunale stanno analizzando TAC, radiografie del torace e immagini digitali successive al trapianto per ricostruire con precisione le condizioni cliniche del bambino e verificare la correttezza delle decisioni terapeutiche adottate. La vicenda solleva interrogativi profondi sulla gestione dei casi pediatrici ad altissima complessità. Quando si interviene al confine tra possibilità tecnologiche e limiti biologici, la qualità della documentazione clinica e l’aderenza ai protocolli diventano fondamentali non solo per la responsabilità medica, ma anche per la fiducia collettiva nella medicina.

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