Trentadue anni senza Troisi. Trentadue anni a chiedersi come mai non si sia compresa prima la sua immensa grandezza
Un addio silenzioso, quello di Massimo Troisi, in quel 4 giugno del 1994. Stremato dalla fatica del suo ultimo lavoro cinematografico, “Il Postino”, e da quel cuore che non voleva saperne di dargli un’altra possibilità. Le riprese erano finite il giorno prima, Massimo salutò tutti chiedendo di non dimenticarlo mai. Il giorno dopo, fu colto nel sonno dal destino.
Gli inizi
L’infanzia vissuta a San Giorgio a Cremano, lì dove è nato, a pochi chilometri da Napoli. I primi sussulti di un’anima alla quale sta stretta quella condizione e di un cuore che da subito frena in modo decisivo la sua voglia di sognare, di guardare lontano. Il teatro, l’incontro con Lello Arena ed Enzo Decaro, e l’avventura del Centro Teatro Spazio, nella città natale.

Gli spettacoli in giro per la città di Napoli, I Saraceni e poi La Smorfia, con la quale arrivano i primi successi in tv. Troisi, Arena, Decaro, un nuovo modo di fare comicità, un nuovo modo di raccontare Napoli e il Meridione. Una rivoluzione artistica silenziosa, che passo dopo passo, scardinava la costruzione retorica di una terra calpestata dai pregiudizi, dalle etichette e dalla presunzione di chi immaginava di aver compreso tutto.
Il cinema
Nel 1981, l’esordio al cinema, da attore ma anche come regista. “Ricomincio da tre” sembra essere il classico successo annunciato. Lello Arena al suo fianco, musiche di Pino Daniele, incontro fondamentale nella vita di Troisi, e una trama che racchiude una meravigliosa sintesi di parte di quel pensiero critico e travolgente che ne aveva segnato gli esori, proiettandolo dalla dimensione cittadina a quella nazionale.
Seguono “Scusate il Ritardo”, in cui “l’amore secondo Troisi” è assoluto protagonista, “Non ci resta che piangere“, folle esperienza cinematografica insieme all’amico Roberto Benigni e dopo una fuga dall’Italia, recitando in “Hotel Colonial”, di Cinzia TH Torrini. Poi ancora dietro la macchina da presa con “Le vie del Signore sono finite”, ancora amore, ancora la poetica del vero, qualche sfumatura politica e via con l’ennesimo successo.
Verso la fine degli anni ottanta, l’incontro con Ettore Scola e Marcello Mastroianni. “Splendor”, “Che ora è” e “Il Viaggio di Capitan Fracassa”. Un Troisi diverso in questa nuova avventura, fuori dagli schemi abituali del suo cinema ma sempre colmo di quell’espressività e naturalezza che lo rendeva capace di entrare ed uscire dai vari personaggi, restando ancorato a sua quella umanità squisitamente unica.
Gli ultimi anni
“Pensavo fosse amore invece era un calesse“, è il film della maturità artistica. Probabilmente tra i più apprezzati in assoluto dal pubblico per la qualità stessa del lavoro e per come, tutto, in quella specifica pellicola sia in grado di lasciare il segno. Trama, dialoghi, musiche, location, ogni cosa con la propria distinta e profonda dose di quella poetica innata che sapeva renderlo unico.

Qualche anno dopo, Troisi resta affascinato da un libro, letto da poco, “Il Postino di Neruda”, di Antonio Skarneta. Chiama l’amico e regista britannico Michael Radford, la sua idea è fare di quel romanzo un film. Intanto le sue condizioni di salute si aggravano. Vola negli Stati Uniti per un consulto cardiaco, la situazione non è delle migliori, subisce un intervento al cuore, che non riesce. Massimo ha bisogno di un trapianto, il prima possibile. La sua testa, la sua anima, è tutta però rivolta al nuovo progetto cinematografico.
“Girerò questo film con il mio cuore”, dichiarerà Troisi. Cosi sarà. Sul set ha bisogno di una controfigura, per le scene più faticose, Massimo è stanco, tanto, troppo, i dialoghi con Philippe Noiret e tutti gli altri attori, restano impressi negli occhi e nel cuore di chiunque abbia guardato, almeno una volta, quel film. Troisi decide poi di modificare l’epilogo del romanzo, dove alla fine, “il postino”, non muore, come invece decide di far succedere nel film. Forse, sapeva davvero ogni cosa.
La morte
Il 4 giugno del 1994 Massimo Troisi si addormenta per sempre, stremato dalle fatiche di un progetto cinematografico che con ogni probabilità gli è valso la vita. “Il Postino” sarà un successo, tanto da vincere un Oscar, per la migliore colonna sonora. Un successo, la definitiva consacrazione, e un addio, silenzioso, quasi senza voler dar fastidio, un po’ come nei suoi personaggi. In un angolo, con fare incerto, apparentemente senza nulla da dire, ma con tante, troppe cose da poter insegnare. Ciao Massimo, ancora e per sempre.


