Pina Picierno lascia il PD: la rottura con il partito di Schlein e l’annuncio della scelta, maturata tra dubbi e sofferenza
Pina Picierno, di Caserta e in particolare di Santa Maria Capua Vetere, lascia il PD. La vicepresidente del Parlamento europeo ha annunciato la sua decisione di abbandonare il partito nel quale ha militato per anni, spiegando che si tratta di una scelta sofferta e maturata dopo una lunga riflessione. L’esponente politica ha raccontato il percorso che l’ha portata a prendere una decisione tanto importante.
Il PD delle origini e lo “snaturamento” denunciato
“Di dubbi ne ho avuti moltissimi, mi sono più che lacerata, ma credo che per rispetto alla mia dignità politica e personale sia arrivato il momento di lasciare il PD di Elly Schlein che è divenuto un posto diverso da quello che abbiamo fondato e perché ho sempre chiesto alla politica la forza e il coraggio di fare in coscienza le scelte più giuste. Ora tocca a me avere coraggio“, ha subito dichiarato.
Nel motivare il proprio addio, Picierno ha richiamato le ragioni che avevano portato alla nascita del Partito Democratico. Un progetto nato dall’ambizione di unire diverse culture politiche e costruire una forza riformista capace di rappresentare una larga parte dell’elettorato italiano. “Dopo gli anni della Margherita abbiamo provato a unire le migliori tradizioni democratiche del paese, a conciliare la giustizia sociale con la libertà individuale, ad avvicinare e tenere insieme le aspirazioni socialiste e liberali. Questo era e sarebbe dovuto essere il PD. Ma ha subìto uno snaturamento avvenuto per scivolamenti inesorabili, senza nemmeno una reale discussione, senza nemmeno il privilegio di poterne discutere in un congresso, come ho più volte chiesto”. Una trasformazione che, a suo giudizio, ha allontanato il partito dalla sua missione originaria.
Il riferimento al Lingotto e l’identità riformista
Nel suo intervento, Picierno ha ricordato anche il progetto politico nato al Lingotto, luogo simbolo della fondazione del Partito Democratico. Pur prendendo atto della fine di quella esperienza politica, l’eurodeputata ha ribadito di non rinnegare i valori che ne avevano ispirato la nascita. “Il PD che abbiamo voluto al Lingotto non esiste più ed è necessario prenderne atto, ma le ragioni per cui è nato esistono ancora. Resto democratica, non torno indietro”. Una dichiarazione che sottolinea la volontà di mantenere una collocazione politica nell’area riformista e democratica, ma al di fuori dell’attuale struttura del singolo partito.
L’uscita dal PD, però, non rappresenta però un addio alla politica. Al contrario, Picierno guarda alla costruzione di una nuova proposta capace di raccogliere quanti negli ultimi anni si sono allontanati dal centrosinistra tradizionale. “Credo che ci sia bisogno di ridare dignità e prospettiva unitaria a milioni di elettori che in questi anni hanno progressivamente abbandonato il Partito Democratico scegliendo altre proposte a destra o a sinistra o rimanendo a casa“, ha sostenuto.
Poi, ancora ha aggiunto: “Questa Diaspora ricomposta fuori dalle alchimie di coalizione e dalla riduzione in tende e cespugli, di vecchie e nuove formule. Serve un riformismo coerente e popolare, in grado di entusiasmare e di far scattare quella scintilla di costruire con fiducia il cambiamento. Credo che ci possa e ci debba essere un impegno comune per fare nascere, tenendo insieme le differenze e le storie, un nuovo soggetto politico largo, che tenga insieme, che nasca per unire esperienze e personalità politiche diverse. Mi metto al servizio di questa idea e di questo progetto”.
Una nuova fase nel centrosinistra
L’addio di Pina Picierno è certamente uno degli strappi più significativi all’interno del Partito Democratico degli ultimi anni. La sua uscita apre interrogativi sul futuro dell’area riformista e sul rapporto tra le diverse parti del centrosinistra. La sfida, ora, sarà capire se il progetto evocato dall’eurodeputata riuscirà a trasformarsi in una proposta politica concreta capace di attrarre consenso e ricomporre le divisioni che attraversano il campo progressista.
La decisione presa dalla vicepresidente solleva una domanda che riguarda non solo l’attuale PD, ma l’intero sistema politico italiano: si può pensare di costruire ancora una forza riformista che sia capace di tenere insieme culture politiche diverse? Sembrerebbe, del resto, che la crescente polarizzazione rende difficile trovare uno spazio comune tra identità e mediazione.


