Sandro Ruotolo
Sandro Ruotolo

7 Aprile 2026

Cristina Siciliano

Napoli, l’eclissi dello Stato e la ferocia dei giovanissimi, Sandro Ruotolo: “Se non previeni, non curi la malattia. L’indifferenza è complicità oggi”

Dall’inefficacia del decreto Caivano alla rigenerazione infinita dei clan, l’eurodeputato PD traccia la rotta per sottrarre la città all’assedio della criminalità



Napoli attraversa una fase di profonda tensione sociale e criminale, segnata da un’escalation di violenza che vede protagonisti ragazzi sempre più giovani. Gli ultimi episodi di sangue, culminati con l’omicidio di un ventenne a Ponticelli e sparatorie in pieno giorno, riaccendono il dibattito sulla tenuta democratica del territorio e sull’efficacia delle risposte istituzionali messe in campo finora. Sandro Ruotolo, una vita passata a guardare in faccia il mostro della camorra, non usa mezzi termini per descrivere questo corto circuito democratico: La camorra non è che è più forte di ieri ma è la politica più debole”.

Oltre la logica delle manette: il fallimento del modello repressivo

La cronaca recente racconta di una città dove il confine tra vita quotidiana e teatro di guerra si fa sempre più sottile. Secondo l’europarlamentare del Partito Democratico, Sandro Ruotolo, l’errore storico è pensare che la magistratura possa, da sola, estirpare un fenomeno che ha radici secolari e ramificazioni profonde nei centri di potere economico. “La questione è un po’ più complessa, diciamo che c’è il tema della camorra che nasce ai tempi dei Borboni, quindi pensare di risolverla con più carcere è una cosa impossibile. La camorra non è che è più forte di ieri, intanto è la politica più debole, ma fino a quando avrà rapporti con una parte della politica, dell’economia e della finanza, è una battaglia inutile già persa in partenza”.

Il dito è puntato contro la gestione del governo nazionale. L’illusione che un inasprimento normativo possa spaventare chi è cresciuto nel culto della violenza si scontra con una realtà dove il carcere è spesso una tappa prevista, se non addirittura un rito di passaggio, piuttosto che un deterrente. “Il governo Meloni, in base a quell’episodio di cronaca di violenza sessuale avvenuto a Caivano, ha pensato di affrontare il tema della devianza minorile con il Decreto Caivano: cioè più carceri per i minori. Ma se pensi di risolvere con più manette, hai perso in partenza. Ci vogliono, perché quando si commette un crimine va perseguito, ma lo Stato deve prevenire: se non previeni, non curi la malattia”.

La rigenerazione dei clan e la “povertà culturale” ereditaria

I dati emersi dall’ultima inaugurazione dell’anno giudiziario sono spaventosi: i tentati omicidi commessi da minori nel distretto di Napoli sono aumentati notevolmente. Si tratta di un sistema criminale che si alimenta della fragilità delle periferie e di una povertà culturale che si tramanda come un’eredità biologica.

Oggi si riduce l’età, sempre più minori entrano nel sistema criminale. Solo nel 2025 i tentati omicidi a opera di minori sono aumentati del 200%, ci sono stati 40 minori per associazione camorristica. Abbiamo clan che oramai stanno alla quinta, alla sesta generazione. Lo Stato ha mandato in galera, ma per un’associazione a delinquere non è che puoi chiudere a chiave per sempre: sconti 5-6 anni e poi riesci fuori. Il tema è come interrompi questo ricircolo”. La soluzione prospettata non passa per i blindati, ma per un esercito di figure educative. Ruotolo insiste sulla necessità di supportare le famiglie che non hanno più gli strumenti per esercitare un ruolo genitoriale, lasciando i figli in balia della strada fino all’alba.

Hai bisogno di assumere gli assistenti sociali, di aiutare i genitori a fare i genitori, perché non lo sanno fare. Quante storie abbiamo visto di ragazzini di 15 anni alle 3 di notte, alle 4 di mattina. A quell’età si dorme, i minori devono dormire, non possono stare per strada. C’è bisogno di psicoterapeuti, di maestri. È più complicato, non hai soluzioni immediate, ma è l’unica strada, se no ti ritroverai tra dieci giorni di nuovo a Piazza Carolina, a Ponticelli, alla Riviera di Chiaia”.

carabinieri
Carabinieri – Immagine di repertorio

Il diritto a restare: la fuga dei giovani

Mentre le cronache si concentrano sulla violenza dei “figli del sistema”, esiste una tragedia silenziosa che colpisce l’altra metà della gioventù napoletana: quella che si laurea, che studia e che non trova spazio in una città occupata militarmente dalla criminalità o paralizzata dal clientelismo. Per l’eurodeputato la vera sconfitta dello Stato è l’esilio forzato delle sue migliori energie. “Napoli senza i suoi giovani non ha futuro. Dobbiamo portarli a non abbandonare la città e a non morire o essere uccisi. Perché quando entri in quelle dinamiche della violenza, una volta uccidi, ma un’altra volta vieni ucciso: comunque finisci in galera o finisci al cimitero. Gran parte di quelli che si laureano ce li perdiamo, vanno all’estero perché sono costretti, non per scelta. E così perdiamo il futuro”. Questa “emorragia di competenze” è il rovescio della medaglia della criminalità minorile. Da una parte i ragazzi che imbracciano le armi a quindici anni, dall’altra quelli che mettono i sogni in valigia per scappare da un territorio che sentono a “sovranità limitata”.

L’indifferenza come complicità e la sfida della “buona politica”

L’analisi si sposta poi sulla responsabilità della cosiddetta “città bene”. L’indignazione per i fatti di sangue, se non accompagnata da una netta separazione dagli interessi economici che alimentano i clan, rischia di essere pura ipocrisia. Il controllo del territorio si perde quando il confine tra lecito e illecito diventa poroso.

A me piace sempre citare il Presidente della Repubblica: ‘O stai contro la mafia oppure se taci stai con la mafia’. Per l’amore del cielo è sempre importante l’indignazione, ma poi quella borghesia… se tu sei commercialista, ragioniere, imprenditore e favorisci l’investimento dell’economia illegale nell’economia legale, sei complice. L’indifferenza è complicità oggi”. Infine, l’appello per un ripristino della legalità che parta dalla dignità degli spazi urbani e dalla trasparenza delle istituzioni, troppo spesso inquinate da un civismo di facciata che nasconde vecchie logiche clientelari.

L’arredo urbano è lotta alla criminalità: un ambiente cupo la favorisce. Se hai strade illuminate, la criminalità ha paura, perché ha bisogno del buio. Significa manutenzione dell’edilizia popolare: quanti ascensori funzionano? E poi i partiti devono cambiare, smetterla con la logica dell’appartenenza e confrontarsi con la gente che vive nei territori. La buona politica ha bisogno dei cittadini e i cittadini hanno bisogno della buona politica. Aiutateci a cambiare la politica”.

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