Resta tensione tra la famiglia Caliendo e l’ospedale partenopeo che ha ignorato la richiesta dei genitori di Domenico di risarcimento. Il silenzio fa riemergere il nodo della comunicazione.
La vicenda del piccolo Domenico Caliendo esce dalle aule di giustizia per diventare un caso politico e istituzionale. Attraverso una durissima lettera aperta, il legale della famiglia, l’avvocato Petruzzi, denuncia quello che definisce un “pattern comunicativo privo di umanità” da parte dell’Azienda Ospedaliera dei Colli – Presidio Monaldi di Napoli. Al centro della contestazione non c’è solo il presunto errore medico, ma il comportamento della dirigenza verso i genitori dopo la tragedia: un silenzio ostinato interrotto solo da proposte giudicate “di facciata” e la mancata risposta alla richiesta di risarcimento.
Il silenzio sulla transazione e il diritto al risarcimento
L’avvocato Petruzzi chiarisce immediatamente che la famiglia ha tentato una via di dialogo per evitare anni di battaglie legali. La difesa ha trasmesso al Monaldi una proposta di componimento bonario stragiudiziale tramite PEC, cercando un punto d’incontro sulla componente risarcitoria.
Tuttavia, l’Azienda Ospedaliera non ha fornito alcuna risposta: né un diniego, né una controproposta.
Il legale sottolinea che la famiglia non ha motivo di vergognarsi nel rivendicare il risarcimento economico, poiché si tratta di un diritto sancito dalla legge Gelli-Bianco per compensare il danno biologico e la perdita del rapporto parentale. Ignorare questa richiesta, secondo la difesa, equivale a elidere l’esistenza stessa della famiglia e il peso istituzionale della morte di un bambino.
“Una proposta di dialogo, non una dichiarazione di guerra. Un invito a sedersi attorno a un tavolo, nel rispetto della dignità delle parti, per trovare una soluzione che consentisse alla famiglia di voltare pagina senza dover affrontare anni di contenzioso civile.Il Monaldi non ha risposto. Non ha risposto con un diniego motivato. Con una controproposta. Con un semplice atto di accuse ricevute. Ha semplicemente eliso la comunicazione, come se quella PEC non fosse mai stata trasmessa, come se la famiglia Caliendo Mercolino non esistesse, come se la morte di Domenico fosse un fatto del quale l’Azienda non avvertisse il peso di una risposta istituzionale minima.”

La solidità delle responsabilità civili e la Legge Gelli-Bianco
L’articolo evidenzia come la posizione giuridica della famiglia sia considerata “cristallizzata” dalla difesa. Indipendentemente dalle responsabilità penali dei singoli medici che la Procura sta accertando, l’avvocato Petruzzi richiama l’articolo 7 della Legge 24/2017, che stabilisce la responsabilità contrattuale della struttura sanitaria. La difesa afferma che la responsabilità civile del Monaldi nel decesso di Domenico è solida e incontrovertibile. Viene inoltre lanciato un monito: se il silenzio dell’Azienda costringerà a un lungo giudizio civile che porterà a un risarcimento superiore a quello proposto inizialmente, il legale segnalerà la vicenda alla Corte dei Conti per danno erariale, a causa dell’ingiustificato aggravio di spesa pubblica.
Le ombre sulla “Partecipazione alla Cura” (PCC)
Un altro punto critico riguarda la gestione clinica e relazionale durante il ricovero. Il legale denuncia gravi carenze nella conduzione della riunione di partecipazione alla cura (PCC), svoltasi nelle fasi più drammatiche della malattia di Domenico. Secondo la ricostruzione, l’azienda avrebbe omesso di convocare figure chiave previste dalla normativa, come il bioeticista e il supporto psicologico per i genitori. Solo la fermezza della madre e del consulente di parte avrebbe permesso di completare l’incontro. Questo episodio viene citato come prova di una gestione strutturalmente inadeguata e priva della necessaria sensibilità umana verso chi stava vivendo uno strazio assoluto.
“Una dirigenza che ha dimostrato, in successione e senza soluzione di continuità: di non aver saputo prevenire le condizioni che hanno condotto alla morte di Domenico; di non aver saputo comunicare con la sua famiglia nei momenti di maggiore necessità; di non aver saputo garantire lo svolgimento di una PCC conforme alla legge; di non saper oggi gestire le conseguenze istituzionali di quanto accaduto, riducendosi a non rispondere alle interlocuzioni formali dei propri interlocutori giuridici e a proporre iniziative simboliche del tutto inadeguate alla gravità della situazione.”, scrive il legale Petruzzi.

L’appello a Roberto Fico e la richiesta di dimissioni
La lettera si trasforma in un appello politico diretto al Presidente della Regione Campania, Roberto Fico. L’avvocato chiede al Governatore di esercitare i poteri di vigilanza e di valutare con urgenza la posizione della Direzione Generale dell’Azienda dei Colli. La difesa punta il dito contro una dirigenza che non avrebbe saputo prevenire il decesso, non avrebbe saputo comunicare con i congiunti e, oggi, non saprebbe gestire le conseguenze legali. Per queste ragioni, il legale chiede formalmente e pubblicamente le dimissioni dei vertici del Monaldi, ritenendo la loro permanenza un rischio per l’intera comunità e per il prestigio di un presidio che dovrebbe essere un’eccellenza.
“Chiediamo formalmente e pubblicamente le dimissioni della dirigenza del Monaldi. Non per spirito di rivalsa, ma perché la continuità di una gestione dimostratasi strutturalmente inadeguata tanto nella fase della crisi quanto nella fase degli strascichi costituisce, a nostro avviso, un elemento di rischio istituzionale per i pazienti, le famiglie e gli operatori sanitari onesti che operano quotidianamente in quella struttura. Il Monaldi è un presidio di eccellenza della sanità campana: non merita una dirigenza che lo ha portato in queste condizioni.”, continua Francesco Petruzzi.

L’indignazione per la proposta dell’albero commemorativo
Mentre la richiesta formale di risarcimento rimaneva inevasa nei cassetti della dirigenza, il Monaldi ha contattato i genitori di Domenico per un’iniziativa di tutt’altro genere: piantare un albero in memoria del figlio all’interno dell’ospedale. Il legale descrive lo sgomento e l’indignazione della famiglia di fronte a quello che definisce un “maquillage istituzionale”. Per la difesa, si tratta di un gesto simbolico vuoto, un tentativo di riabilitare l’immagine pubblica della struttura senza però assumersi la responsabilità concreta del danno causato. L’avvocato ribadisce che la famiglia non chiede simboli di facciata, ma rispetto dei diritti e assunzione di responsabilità.
Giustizia contro simbolismi
In conclusione, l’intervento dell’avvocato Petruzzi ribadisce che nessun risarcimento potrà mai restituire Domenico ai suoi genitori o lenire il dolore di un Natale trascorso nell’assenza. Tuttavia, la battaglia per il risarcimento e per l’accertamento delle colpe è una questione di dignità. La famiglia rifiuta la narrazione del silenzio istituzionale e chiede che lo Stato, attraverso i suoi organi regionali, dia un segnale forte. La richiesta finale è netta: non serve un albero per ricordare Domenico, serve che le istituzioni riconoscano l’errore e garantiscano quella giustizia minima che spetta a ogni vittima di malasanità, restituendo trasparenza a un sistema che, in questo caso, sembra aver alzato un muro.
“La famiglia Caliendo Mercolino non merita questo silenzio. Domenico Caliendo Mercolino meritava di vivere. Meritava di essere curato con perizia, con rispetto dei protocolli e con l’attenzione dovuta a un bambino. La sua famiglia merita giustizia, risarcimento e il rispetto istituzionale minimo che ogni vittima ha diritto di ricevere. Non un albero. Giustizia”, conclude il legale della famiglia di Domenico.
La difesa, dunque, esige risposte concrete e non accetterà ulteriori silenzi istituzionali. L’avvocato Petruzzi diffida la dirigenza dal proseguire con sterili gesti simbolici, rivendicando il diritto della famiglia alla verità e al risarcimento. Il legale sollecita il Presidente Fico a intervenire immediatamente, poiché solo un’assunzione di responsabilità restituirà dignità alla memoria del piccolo Domenico.



Senza entrare nel merito della vicenda che avrà i suoi risvolti giudiziari necessari, penso che l’avvocato dovrebbe fare l’avvocato.
Dovrebbe utilizzare il diritto e non i mezzucci mediatici per “impietosire minacciando”. Poco professionale per quanto mi riguarda