Ospedale Monaldi di Napoli
Ospedale Monaldi di Napoli
📍 Napoli

6 Marzo 2026

Redazione Il Campano

Monaldi, il caso Domenico travolge l’ospedale: calano le prenotazioni e manca il personale nella cardiochirurgia pediatrica

Dopo la morte del piccolo Caliendo calano le prenotazioni e si fermano gli interventi. La direzione cerca specialisti anche fuori dall’Italia per riavviare il reparto

Il caso Domenico Caliendo non pesa soltanto sul piano giudiziario e mediatico. A distanza di giorni dalla morte del bambino, l’onda d’urto investe ora direttamente l’assetto organizzativo del Monaldi, con effetti che si riflettono sull’attività clinica e sul rapporto di fiducia con i pazienti.

La struttura si trova infatti a fronteggiare una doppia emergenza: da un lato la crescita delle rinunce a visite, ricoveri e interventi già programmati; dall’altro la difficoltà di ricostruire l’organico della cardiochirurgia pediatrica, rimasta senza guida pienamente operativa dopo la sospensione dei medici coinvolti nell’inchiesta.

Il risultato è una ripartenza in salita per uno dei presidi cardiologici più importanti del Mezzogiorno, in un contesto già fortemente compromesso dalla vicenda che ha scosso l’opinione pubblica nazionale.

Ospedale Monaldi
Ospedale Monaldi

La sfiducia dei pazienti e il nodo delle disdette

Il primo segnale di questa crisi è il comportamento dei pazienti. Negli uffici dell’ospedale, secondo quanto emerge, si registra un aumento delle disdette e un rallentamento delle nuove prenotazioni, soprattutto nelle aree maggiormente esposte dal punto di vista reputazionale, come cardiologia e cardiochirurgia.

Non si tratta solo di un effetto psicologico momentaneo. Il timore generato dall’inchiesta e dall’enorme esposizione mediatica del caso avrebbe già prodotto conseguenze concrete su prestazioni che fino a pochi giorni prima risultavano fissate da tempo.

Uno degli episodi che più fotografa il clima attuale riguarda una giovane paziente, poco più che maggiorenne, richiamata per un ricovero finalizzato a un intervento di cardiochirurgia programmato da mesi e poi deciso di non sottoporsi più alla procedura. Una scelta che, pur restando individuale, viene letta all’interno dell’ospedale come un campanello d’allarme significativo.

Segnali analoghi arriverebbero anche da altri ambulatori e reparti non direttamente coinvolti nell’inchiesta. In alcuni casi sarebbero stati cancellati perfino interventi di routine, come quelli per la cataratta, a conferma di un effetto domino che supera il perimetro del solo reparto finito sotto i riflettori.

Patrizia Mercolino mamma di Domenico
Patrizia Mercolino, mamma di Domenico Caliendo

Il reparto più colpito: cardiochirurgia pediatrica quasi fermo

Il punto più delicato resta però la cardiochirurgia pediatrica. È qui che l’impatto del caso Domenico si manifesta in modo più pesante. Dopo la sospensione del primario Guido Oppido e della sua assistente Gabriella Farina, il reparto si è ritrovato senza i suoi riferimenti principali, con inevitabili ricadute sulla continuità dell’attività.

In un settore altamente specialistico, dove competenze, casistica ed esperienza sono elementi decisivi, la perdita improvvisa di figure apicali non è facilmente assorbibile. E infatti il reparto, secondo quanto emerge, si troverebbe oggi in una condizione di sostanziale stallo chirurgico.

Questo significa non solo rallentamento delle attività, ma anche necessità di ripensare rapidamente l’intera organizzazione della struttura. Per il Monaldi il problema non è soltanto tamponare l’emergenza, ma capire come riattivare in tempi brevi una branca ad altissima complessità che non può permettersi vuoti prolungati.

La corsa ai nuovi specialisti

Per tentare di rimettere in piedi l’unità operativa, la direzione dell’ospedale si starebbe muovendo su più fronti. Tra questi c’è il tentativo di recuperare professionalità che in passato hanno lavorato nella struttura e che oggi operano fuori Napoli o all’estero.

In questo quadro si inserisce il contatto avviato con Mario Fittipaldi, cardiochirurgo salernitano che aveva già prestato servizio al Monaldi per alcuni mesi. Con una Pec firmata dalla direttrice generale Anna Iervolino, l’azienda gli ha chiesto il curriculum aggiornato, comprensivo di attività svolta come primo operatore, tipologia di interventi e risultati clinici, nell’eventualità di un suo rientro nell’unità di cardiochirurgia pediatrica e cardiopatie congenite.

Attualmente Fittipaldi lavora a Londra, dopo una lunga esperienza internazionale maturata tra Regno Unito, Spagna e Nuova Zelanda. Il fatto stesso che il Monaldi guardi oltre confine per rafforzare il reparto dà la misura della difficoltà del momento.

Il precedente interno che pesa sulla ripartenza

Ma la vicenda si complica ulteriormente se si guarda al passato recente. Lo stesso Fittipaldi, rispondendo alla richiesta dell’azienda, avrebbe ricordato alcune scelte organizzative che in passato lo avevano spinto ad allontanarsi dalla struttura.

Nella sua comunicazione il medico avrebbe fatto riferimento al fatto che, dopo la mobilità e la cessazione dal servizio di alcuni dirigenti della stessa unità operativa, fu bandito un nuovo concorso per la cardiochirurgia pediatrica senza che venisse effettuato un interpello interno nei suoi confronti, nonostante fosse già dipendente a tempo indeterminato.

Successivamente, con la riorganizzazione della struttura, il chirurgo sarebbe stato assegnato alla cardiochirurgia degli adulti, scelta che lo avrebbe portato a chiedere l’aspettativa per poter continuare a esercitare la disciplina pediatrica in altri contesti.

È un passaggio che, al di là del singolo caso, apre una domanda più ampia sulla gestione delle competenze interne e sulle scelte organizzative che hanno preceduto la crisi attuale.

Un ospedale che deve recuperare credibilità

Il punto vero, adesso, è che il Monaldi non deve soltanto riempire caselle vuote in organico. Deve recuperare credibilità. Deve convincere i pazienti a tornare, rassicurare le famiglie, ricostruire il funzionamento di un reparto strategico e farlo mentre l’inchiesta è ancora aperta e il dibattito pubblico resta accesissimo.

La direzione sta provando a intervenire con bandi, mobilità e contatti mirati, ma il problema non appare risolvibile solo sul piano amministrativo. Perché quando in un grande ospedale si incrina il rapporto di fiducia tra struttura e cittadini, gli effetti si allargano ben oltre il singolo caso giudiziario.

Il rischio, per ora, è che il caso Domenico non resti confinato alla tragedia di una famiglia, ma lasci una ferita profonda anche nella tenuta operativa di uno dei principali ospedali del Sud.

Lascia un commento