Dal 20 al 22 febbraio a Napoli, alla Galleria Toledo, lo spettacolo che conclude la trilogia sulla condizione umana
Dal 20 al 22 febbraio 2026, il palcoscenico della Galleria Toledo accoglie per la prima volta a Napoli “Charta”, lo spettacolo di e con Bernardo Casertano che conclude una trilogia dedicata alla condizione umana.
Al centro del lavoro non c’è però una semplice rilettura teatrale, ma un rovesciamento simbolico che interroga il presente: il Pinocchio immaginato da Carlo Collodi non desidera più diventare bambino, ma padre. Il figlio per eccellenza si misura con la paternità, assumendo su di sé la fragilità, l’irregolarità e persino lo “sbilenco” di un ruolo che oggi appare sempre più attraversato da aspettative, strumenti e sovrastrutture.
In scena, un solo attore e sagome di carta. Un linguaggio essenziale che diventa scelta poetica e politica insieme: sottrarsi all’eccesso, rallentare, riportare il teatro a un confronto diretto tra corpo e parola.
Abbiamo intervistato Casertano per approfondire questa riscrittura che, partendo da un mito fondativo della letteratura italiana, arriva a toccare il nostro tempo.
In “Charta” Pinocchio non desidera diventare bambino ma padre. Cosa cambia quando si sposta il desiderio?
«Mi interessava cambiare prospettiva su Pinocchio, tradizionalmente considerato il figlio per eccellenza. La mia sfida era farlo diventare simbolo del lavoro e immaginarlo come un potenziale padre. Pinocchio è interessante finché non diventa bambino: è in quella fase che conserva spontaneità e sconsideratezza. Quando viene indottrinato e arriva persino a “educare” il padre, si omologa, perde la sua forza anarchica e la vitalità irregolare che invece mi interessa esplorare nella figura di un padre sbilenco e non conforme».
Oggi diventare adulti significa perdere qualcosa?
«Alcune doti — spontaneità, pulizia emotiva, gentilezza — esistono già in noi. Sta a noi proteggerle. La gentilezza resta un’arma potentissima, anche se sembra fuori moda. Crescendo veniamo plasmati dal contesto in cui viviamo, e il contesto attuale è profondamente violento: per la velocità, per le modalità della comunicazione, per l’eccesso di immagini e stimoli che ci bombardano continuamente. Questa esposizione costante è, a mio avviso, una forma di violenza».
La genitorialità che mette in scena è fragile, quasi sbilenca. È una riflessione personale?
«Nasce da una riflessione personale e dal desiderio di spezzare una lancia a favore di chi, come me, si sente un po’ “sbilenco” rispetto a certe situazioni. Oggi siamo estremamente preparati ad affrontare tutto. Anche ciò che un tempo appariva naturale viene trattato in modo meticoloso: abbiamo strumenti, percorsi strutturati, assistenza. Esiste un apparato completo che ci sostiene».

Questa preparazione continua rischia di anestetizzarci?
«Sì. Oggi siamo messi nelle condizioni di affrontare tutto, ma questa continua preparazione rischia di farci perdere il senso della paura. Io considero il timore e la vulnerabilità elementi fondamentali. Non sono debolezze, ma constatazioni vitali».
Perché scegliere la carta come materiale centrale dello spettacolo?
«La scelta nasce da un’immagine concreta: un cartellone pubblicitario con un angolo scollato che svolazzava. Mi sembrava volesse vivere di vita propria, staccarsi dalla superficie a cui era fissato. È un’immagine potente: qualcosa che tenta di sottrarsi agli schemi. Inoltre, in un’epoca dominata dal digitale, sento che alcuni materiali conservano una poesia che altri strumenti non possiedono. La carta, per me, raccoglie e restituisce quella dimensione poetica».
Le sagome sono frutto del lavoro di Benedetta Cosmano.
“Charta” conclude una trilogia ma ne apre un’altra?
«Sì. È la chiusura di una riflessione sulle fasi della vita dell’uomo e allo stesso tempo apre una nuova trilogia sui personaggi del romanzo di Collodi».
Portare questo lavoro a Napoli cosa rappresenta?
«È emozionante. Napoli è la città che ho vissuto da adolescente e poi da universitario. Mi ricorda i miei genitori, la mia famiglia».


