Pomigliano D’Arco prova a scrollarsi di dosso anni di violenza e controllo camorristico
Le condanne inflitte a 22 presunti esponenti dei clan “Ferretti” e “Cipolletta” segnano uno dei più significativi interventi giudiziari recenti nel napoletano. In totale, il gip di Napoli Michaela Sapio ha comminato pene per oltre 200 anni di carcere al termine di un processo con rito abbreviato, riducendo rispetto alle richieste della Procura che aveva chiesto 306 anni di reclusione. La sentenza non è solo un numero: racconta decenni di potere malavitoso radicato in un territorio e le difficoltà di una comunità nel liberarsene.
Clan e territorio: il controllo delle vite quotidiane
Pomigliano D’Arco, comune alle porte di Napoli, è da anni teatro di conflitti tra il gruppo Ferretti e il gruppo Cipolletta. Secondo gli inquirenti, le due organizzazioni non si limitavano a gestire traffico di droga e usura, ma esercitavano un vero e proprio controllo sociale, imponendo estorsioni a negozi, piccole imprese e cittadini. Ogni attività economica della città poteva essere sottoposta a pressioni, con intimidazioni spesso accompagnate da armi, incendi e minacce di violenza.
Il processo
Gli arresti risalgono al 25 febbraio 2025, quando i carabinieri del Nucleo Investigativo del Gruppo Castello di Cisterna hanno notificato 23 ordinanze di custodia cautelare in carcere e quattro ai domiciliari. Gli imputati erano accusati di una lunga serie di reati aggravati dal metodo mafioso. Il processo con rito abbreviato ha portato a condanne pesanti, comprese 11 anni e mezzo per il collaboratore di giustizia Salvatore Ferretti, mentre cinque imputati sono stati assolti da alcuni capi d’accusa. Oltre alla reclusione, il giudice ha inflitto multe per complessivi 104mila euro.

Le accuse
Secondo quanto riporta la Repubblica, la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli ha contestato agli imputati una lunga serie di reati, tutti aggravati dal metodo mafioso. Tra le accuse principali ci sono l’associazione di tipo mafioso e varie forme di estorsione, compresa la tentata estorsione ai danni di imprese e cittadini. Gli imputati sono anche accusati di detenzione e porto di armi, con episodi di intimidazione pubblica attraverso l’uso di pistole e fucili, oltre a incendi e tentativi di omicidio. Il quadro delle accuse comprende inoltre ricettazione e associazione finalizzata al traffico illecito di stupefacenti, con detenzione di droga a fini di spaccio.
Tra i capi d’accusa ci sono anche accessi indebiti a dispositivi di comunicazione da parte di soggetti detenuti, rapine, usura e sequestro di persona. Nel complesso, le imputazioni delineano un’attività criminale articolata, capace di esercitare controllo sul territorio e sulle attività economiche locali. La presenza di reati così diversificati riflette la capacità dei presunti affiliati ai clan Ferretti e Cipolletta di combinare violenza diretta, pressione economica e traffici illeciti, consolidando un sistema di potere che ha pesato per anni sulla vita quotidiana di Pomigliano D’Arco e delle comunità limitrofe.
Conseguenze per la comunità e il significato della sentenza
L’angolo di questa vicenda non è solo la cronaca delle condanne, ma il modo in cui queste pene colpiscono il tessuto criminale e la vita quotidiana dei cittadini. Per anni, a Pomigliano D’Arco la presenza dei clan ha determinato una condizione di costante paura, limitando opportunità economiche e sociali. La sentenza rappresenta un tentativo concreto di ridurre il potere dei gruppi criminali e di ridare centralità alla legge e alla sicurezza pubblica. Nonostante le condanne, gli esperti ricordano che il fenomeno camorristico non si esaurisce con i singoli arresti: serve un lavoro continuativo di prevenzione, controllo e sostegno alla cittadinanza per evitare che nuovi gruppi prendano il posto dei clan tradizionali.


