Il sequestro della spiaggia di Cetara solleva dubbi su un intervento di ripascimento ritenuto potenzialmente dannoso per l’ambiente costiero
A Cetara, piccolo centro della Costiera Amalfitana, la spiaggia di Largo Marina è al centro di una complessa vicenda giudiziaria e ambientale. Il sequestro del materiale destinato al ripascimento dell’arenile, convalidato dal GIP del Tribunale di Salerno, riguarda interventi di riqualificazione dell’area portuale e l’ampliamento della spiaggia tramite l’utilizzo di sedimenti provenienti da cave terrestri. L’operazione, secondo gli inquirenti, avrebbe potuto modificare in modo significativo l’equilibrio naturale del litorale.
Le indagini della Capitaneria e i controlli tecnici
L’inchiesta nasce dagli accertamenti della Capitaneria di Porto-Guardia Costiera di Salerno, che hanno segnalato possibili irregolarità nei materiali utilizzati per il ripascimento. Le analisi successive, condotte anche con il supporto tecnico di ARPAC, hanno evidenziato differenze sostanziali tra la sabbia naturale e quella di cava già stoccata sull’arenile. In particolare, sono emerse difformità cromatiche e granulometriche che renderebbero il materiale non compatibile con le caratteristiche ambientali della spiaggia.
Le ipotesi di reato e la decisione del GIP
Il provvedimento di sequestro preventivo d’urgenza, emesso dalla Procura di Salerno il 10 giugno, è stato successivamente convalidato dal GIP, che ha ritenuto sussistenti ipotesi di reato quali distruzione e deturpamento di bellezze naturali e interventi eseguiti senza adeguata autorizzazione paesaggistica. L’indagine, coordinata dal procuratore Raffaele Cantone, ha messo in luce possibili violazioni delle normative di tutela paesaggistico-ambientale. Secondo quanto emerso, il materiale utilizzato non rispetterebbe le prescrizioni tecniche necessarie a garantire la compatibilità con l’ecosistema costiero.

Impatti ambientali e rischi per l’ecosistema costiero
Le verifiche tecniche hanno evidenziato fenomeni preoccupanti, come compattazione e cementificazione del materiale versato, oltre a una possibile alterazione permanente della struttura dell’arenile. Questi effetti potrebbero compromettere non solo la fruibilità della spiaggia da parte dei cittadini e dei turisti, ma anche la stabilità dell’ecosistema marino-costiero della Costiera Amalfitana, area riconosciuta per il suo elevato valore paesaggistico e naturalistico. Gli inquirenti sottolineano il rischio di trasformazioni irreversibili se l’intervento fosse stato completato.
Una vicenda che solleva un’ampia questione sul rapporto tra sviluppo infrastrutturale e tutela dell’ambiente. Gli interventi di riqualificazione delle coste sono spesso necessari per contrastare l’erosione e migliorare l’accessibilità, ma devono essere realizzati nel rispetto rigoroso degli equilibri naturali. Il caso mette in evidenza come anche materiali apparentemente idonei possano invece produrre effetti imprevisti sull’ecosistema se non selezionati accuratamente e al contempo ben controllati. In territori fragili come la Costiera Amalfitana, ogni intervento è una scelta delicata tra valorizzazione e conservazione. La vera sfida per le istituzioni è trovare un equilibrio che si muova bene tra esigenze economiche, turistiche e ambientali. Bisognerebbe però evitare che opere di miglioramento si trasformino, anche involontariamente, in fattori di degrado irreversibile del patrimonio naturale collettivo.
Il caso assume così una rilevanza che va oltre il singolo caso locale, diventando un esempio delle difficoltà nel conciliare opere di sviluppo e tutela del territorio. Da un lato, infatti, gli interventi di riqualificazione costiera sono spesso necessari per contrastare l’erosione e migliorare l’accessibilità delle spiagge. Dall’altro, però, richiedono un’attenzione rigorosa nella scelta dei materiali e nelle modalità di esecuzione, per evitare effetti collaterali dannosi e potenzialmente irreversibili.

