Un thriller psicologico debutta presso Sala Assoli Moscato il prossimo 10 luglio per il Campania Teatro Festival
Un appuntamento da non perdere, un debutto molto particolare quello che avverrà a Sala Assoli Moscato il prossimo 10 luglio. “Coralin alla fine muore”, scritto, diretto e interpretato da Rossella Pugliese, in scena con Adriano Falivene, nell’ambito della diciannovesima edizione del Campania Teatro Festival, diretto da Ruggero Cappuccio.
L’evento
Prima assoluta, il 10 luglio presso Sala Assoli Moscato per lo spettacolo di Rossella Pugliese. Uno spettacolo molto particolare, che tra le altre cose vede la voce di Flavio Insinna, prestata al personaggio dell’avvocato Lorenzi. La direzione tecnica e disegno luci sono affidati a Errico Quagliozzi, i costumi sono di Giuseppe Avallone, le musiche originali di Ivo Parlati e la realizzazione scene è di Neo Scenografie di Paolo Iammarrore e Vincenzo Fiorillo. Si aggiungono l’aiuto regia Arina Sazontova e la sarta di scena Francesca Romano. La produzione dello spettacolo è Deneb e ETS.

“In un loft spoglio – recita la trama – durante una notte di tempesta, una donna e un uomo si affrontano in un gioco ambiguo e pericoloso, dove vittima e carnefice sembrano continuamente scambiarsi di ruolo. Coralin è un’avvocata penalista brillante, feroce, abituata a difendere uomini colpevoli e a sopravvivere in un ambiente dominato dal potere e dalla manipolazione. Timoleone Copì è un uomo spezzato, ossessionato da un dolore che non riesce a contenere e da una colpa che lo divora da tempo. Quando Timo rapisce Coralin segregandola in quel loft isolato, prende forma un confronto sempre più serrato. Ciò che inizialmente appare come un sequestro si trasforma progressivamente in qualcosa di molto più complesso: un rituale emotivo in cui entrambi cercano disperatamente di difendere la propria versione del fallimento, della colpa e di ciò che sono diventati”.
L’autrice
“Coraline alla fine muore – dichiara l’autrice Rossella Pugliese – nasce dal desiderio di indagare il lato più ambiguo delle relazioni umane: quel territorio fragile in cui controllo, dipendenza emotiva e violenza psicologica convivono senza più confini netti. Il testo si sviluppa come un thriller psicologico a due personaggi, ma evita volutamente le dinamiche tradizionali del genere. Non esistono eroi né innocenti assoluti. Coralin e Timo combattono continuamente per il controllo della narrazione, cercando di imporre all’altro una versione della realtà che li renda sopportabili ai propri occhi”.
“Lo spazio scenico -continua – è essenziale, quasi astratto: un loft vuoto, una finestra sprangata, tende bianche innaturalmente lunghe, un materasso, pochi oggetti. Tutto è reale e insieme mentale. La scena diventa una trappola emotiva, un luogo sospeso dove il tempo sembra collassare e ripetersi. Anche il linguaggio registico lavora sulla tensione tra verità e rappresentazione: i corpi degli attori oscillano continuamente tra naturalismo e deformazione, tra intimità quotidiana e dimensione rituale. Il temporale, il vento, il suono improvviso dello sparo e il movimento delle tende diventano elementi drammaturgici vivi, quasi presenze”
Uno spettacolo intenso, molto crudo per certi versi e condito da una profonda dose di suspense, che trascina lo spettatore in un torbido confronto con gli attori e ciò che vogliono effettivamente trasmettere e soprattutto, fare, con i propri personaggi.

