La vicenda dell’omicidio di Fabio Ascione continua con l’arresto del cugino che avrebbe consegnato l’arma al killer
A Napoli la vicenda dell’omicidio di Fabio Ascione si inserisce in un contesto già segnato da tensioni criminali e dinamiche familiari spezzate. La notte del 7 aprile 2026, nel quartiere di Ponticelli, un diciannovenne perde la vita in circostanze che, secondo le indagini, intrecciano errore umano, armi illegali e legami di sangue. L’ordinanza del GIP Giovanni de Angelis ha portato all’arresto del cugino della vittima, Eugenio Ascione, ricostruendo una catena di eventi che ha trasformato una serata qualunque in tragedia.
Le indagini e l’arresto del cugino
L’inchiesta condotta dalla Direzione Distrettuale Antimafia e dai Carabinieri della Compagnia di Napoli Poggioreale ha portato all’emissione di una misura cautelare in carcere. Eugenio Ascione, 24 anni, residente a San Giorgio a Cremano, è accusato di aver avuto un ruolo decisivo nella disponibilità dell’arma utilizzata nell’omicidio del cugino. Secondo gli inquirenti, il suo comportamento avrebbe favorito il passaggio della pistola al presunto killer, contribuendo indirettamente alla morte del giovane.
Le immagini di videosorveglianza del Bar Lively di via Carlo Miranda rappresentano uno dei punti centrali dell’indagine. È qui che Fabio Ascione incontra il cugino poche ore prima della sua morte. Nella ricostruzione giudiziaria si legge che Eugenio Ascione “con le mani in tasca, apre il giubbotto, mostrando il fianco a quest’ultimo”. Un gesto che, secondo gli investigatori, avrebbe consentito di occultare il passaggio dell’arma a Francescopio Autiero, già arrestato per omicidio volontario.
La dinamica dello sparo e la fuga
Dopo il passaggio dell’arma, la situazione precipita rapidamente. In un contesto concitato, il presunto killer si allontana in scooter insieme a un complice. Le immagini mostrano il momento in cui l’arma viene resa operativa con il classico “scarrellamento”. Segue un conflitto a fuoco tra gruppi rivali provenienti da Volla e le aree limitrofe, in una spirale di violenza che culmina poi nello spostamento del killer verso via Rossi Doria, dove avverrà lo sparo fatale.
Il contesto criminale e le accuse
Secondo gli inquirenti, la vicenda si inserisce in tensioni legate alla gestione del territorio e ad attività illecite. Una nota investigativa parla di “spartizione del territorio in riferimento ai furti di autovetture”. La DDA contesta inoltre l’aggravante del metodo mafioso, collegando l’azione a contesti riconducibili al presunto gruppo criminale dei clan De Micco, che eserciterebbe influenza su alcune zone della città.
La fase finale dell’episodio è segnata da testimonianze drammatiche. Pochi istanti prima di morire, la vittima pronuncia la frase: “Ua, mi ha colpito”. In precedenza, una testimone aveva riferito ai Carabinieri: “Gli amici non stanno raccontando la verità per timore, a sparare è stato Francesco Pio”. Il giovane viene trasportato d’urgenza in ospedale, ma muore poco dopo.
Una vicenda che lascia emergere una domanda profonda: cosa accade quando i legami familiari vengono attraversati dalla violenza e dalla cultura delle armi? L’omicidio di Fabio Ascione non è solo un fatto di cronaca nera, ma il simbolo di un contesto in cui fiducia, relazioni e appartenenza si trasformano in casi di estrema vulnerabilità.

