Il progetto rilancia il ruolo del Parco Archeologico di Pompei come laboratorio internazionale per l’uso controllato dell’intelligenza artificiale nelle discipline umanistiche
L’impiego dell’intelligenza artificiale nello studio del patrimonio archeologico apre nuove prospettive operative e metodologiche per la ricerca e la comunicazione dei beni culturali. A Pompei, dove è in programma un nuovo appuntamento dedicato al rapporto tra tecnologia e umanesimo, il tema diventa centrale nel dibattito scientifico e istituzionale. Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha indicato il sito come possibile modello di sviluppo per applicazioni avanzate dell’IA nel settore.
Pompei come laboratorio per l’intelligenza artificiale applicata ai beni culturali
Il Parco Archeologico di Pompei si conferma uno dei principali centri internazionali di sperimentazione tra archeologia e innovazione digitale. L’idea di sviluppare qui un modello di utilizzo dell’intelligenza artificiale nasce dall’esigenza di integrare strumenti tecnologici avanzati con le pratiche tradizionali della ricerca storica e archeologica. Il progetto, presentato nel contesto di un più ampio dibattito sul futuro delle discipline umanistiche, mira a migliorare le capacità di analisi dei dati, la ricostruzione dei contesti e la diffusione delle conoscenze al pubblico. L’uso dell’IA viene descritto come un supporto alla lettura dei reperti e alla costruzione di modelli interpretativi più complessi, senza sostituire il lavoro degli specialisti.
Il ruolo dell’intelligenza artificiale secondo gli archeologi
Sul piano scientifico, il tema è stato approfondito da Jacopo Bonetto, professore dell’Università di Padova, che ha sottolineato come l’intelligenza artificiale possa incidere in modo significativo sui metodi di ricerca archeologica, ma solo se utilizzata all’interno di un quadro rigoroso e controllato. Secondo Bonetto, si tratta di una tecnologia capace di contribuire alla costruzione di nuovi modelli interpretativi e al miglioramento degli strumenti di comunicazione del patrimonio. Tuttavia, ha precisato che l’IA richiede un impiego metodologicamente fondato e sempre integrato con il lavoro degli specialisti del settore. In questa prospettiva, la tecnologia non sostituisce le competenze umane, ma le affianca, ampliandone il campo d’azione. Il riferimento è a un equilibrio necessario tra innovazione e rigore scientifico, in cui l’interpretazione dei dati resta saldamente ancorata al metodo archeologico.

Etica e filosofia al centro del dibattito tecnologico a Pompei
Il confronto sul ruolo dell’intelligenza artificiale non si limita agli aspetti tecnici, ma coinvolge anche questioni etiche e filosofiche. A luglio, proprio all’interno del Parco Archeologico di Pompei, è in programma l’edizione 2026 di “Orbits – Dialogues with Intelligence. Habitat – Disegnare la società post-AI”, un evento dedicato al rapporto tra tecnologia e società. L’iniziativa punta a riportare al centro del dibattito la riflessione sull’impatto dell’IA nei diversi ambiti della conoscenza, promuovendo un approccio critico e consapevole all’uso del digitale.
Tra i protagonisti attesi c’è Luciano Floridi, docente e fondatore del Digital Ethics Center dell’Università di Yale. Il filosofo ha evidenziato come l’intelligenza artificiale rappresenti uno strumento capace di ampliare le possibilità della ricerca, ma ha ribadito che “l’IA non sostituisce l’archeologo”. Secondo Floridi, la tecnologia accelera i processi di ricostruzione del passato, ma la responsabilità scientifica resta interamente umana.
Ricerca, responsabilità e limiti dell’IA nella ricostruzione del passato
Il dibattito evidenzia anche i limiti intrinseci dei sistemi di intelligenza artificiale, che producono ipotesi e non verità definitive. La loro efficacia dipende dalla capacità degli studiosi di interpretare, verificare e integrare i risultati generati dagli algoritmi. In questa prospettiva, Pompei viene indicata come un vero e proprio laboratorio permanente, in cui la collaborazione tra archeologia, informatica e filosofia può contribuire a ridefinire i metodi di studio del passato. La sfida, secondo gli esperti, non riguarda solo l’innovazione tecnologica, ma anche la capacità di mantenere saldo il controllo critico umano sui processi di conoscenza.


