Il cantiere che si apre lunedì non nasce dal nulla. Nasce da una storia lunga, da una responsabilità istituzionale mai assunta fino in fondo e da una pressione civica che non ha smesso di chiedere.
Lunedì 4 maggio 2026, la struttura commissariale guidata dal Generale Giuseppe Vadalà avvierà le operazioni di rimozione dei rifiuti pericolosi abbandonati lungo la strada che collega il Borgo di Casacelle di Giugliano al comune di Parete, in provincia di Caserta. La comunicazione è arrivata giovedì 30 aprile: un fatto concreto, atteso, ma ridurlo a una notizia di cronaca sarebbe un errore. L’intervento è il frutto di una storia più lunga, che attraversa decenni di abbandono istituzionale, criminalità organizzata e resistenza civica.
La Terra dei Fuochi: un nome che non è una metafora
La Terra dei Fuochi è il nome di una realtà geografica e criminale precisa, che si estende tra le province di Napoli e Caserta e che per decenni ha ospitato uno dei più estesi sistemi di smaltimento illegale di rifiuti tossici, industriali e speciali del Paese. Interrati nei campi, abbandonati lungo le strade di campagna, bruciati di notte nei fossi. Un sistema che ha operato con metodo, con coperture, con l’indifferenza di chi avrebbe dovuto intervenire.
Parete e il Borgo di Casacelle si trovano dentro quel sistema, la strada che collega i due luoghi attraversa una fascia di territorio agricolo che per anni è stata zona franca per gli sversamenti, abbastanza lontana dai centri abitati da non creare allarme immediato ma abbastanza vicina agli snodi stradali da essere comoda per chi scaricava di notte e spariva. L’intervento del 4 maggio non riguarda quindi una discarica abusiva qualunque, ma una ferita territoriale con radici profonde.

Il fallimento ordinario che ha reso necessario il commissario
La struttura commissariale esiste perché il sistema ordinario ha fallito. Enti locali, strutture regionali, enti preposti al controllo ambientale non hanno prodotto risultati adeguati nel tempo necessario: anni di segnalazioni inevase, di sopralluoghi senza seguito, di atti formali che non si traducevano in interventi concreti.
In questo vuoto si è infilata la criminalità, ma non solo. Si sono infilate l’indifferenza burocratica, la frammentazione delle responsabilità e quella zona grigia in cui nessuno si sente formalmente obbligato ad agire per primo. I cittadini che vivono vicino Casacelle lo sanno. Lo sanno perché hanno presentato esposti, scritto lettere, partecipato ad incontri pubblici e atteso risposte che arrivavano tardi, o non arrivavano. Ogni volta che un commissario diventa necessario, è anche la prova che qualcosa nel meccanismo normale si è rotto.
La pressione civica che ha prodotto il risultato
L’avvio dei lavori del 4 maggio ha una causa molto profonda: la mobilitazione costante di chi ha vissuto su quel territorio e non ha smesso di chiedere attraverso segnalazioni formali, solleciti reiterati, incontri pubblici, iniziative di comunicazione che hanno tenuto viva l’attenzione su un’area che altrimenti sarebbe rimasta nell’ombra. Una pressione civica che ha avuto un ruolo determinante.
La bonifica di Casacelle non era nelle prime priorità operative di nessuno, è diventata tale anche perché qualcuno ha continuato a documentare e a non arrendersi. Questo elemento deve restare agli atti, come parte integrante della ricostruzione di ciò che è accaduto. Non per retorica, ma perché racconta qualcosa di preciso su come funziona o dovrebbe funzionare il rapporto tra istituzioni e territorio.
Cosa significa bonificare davvero e cosa succede dopo
L’intervento del 4 maggio è reale e va accolto come tale. Ma la bonifica della Terra dei Fuochi non è un’operazione che si misura in settimane o in singoli cantieri. È un processo lungo, costoso, tecnicamente complesso. I siti da bonificare sono decine, i materiali interrati sono spesso di natura pericolosa e richiedono analisi accurate prima di poter essere rimossi.
Le falde acquifere, in alcune zone, hanno già subìto compromissioni che richiedono interventi ancora più complessi della rimozione in superficie. C’è poi la questione della salute pubblica, che non può essere messa in secondo piano. I rifiuti pericolosi non sono un problema estetico ma un rischio sanitario. L’esposizione prolungata a sostanze tossiche produce effetti che si misurano nel tempo, spesso in modo silenzioso.
Le comunità della Terra dei Fuochi lo sanno, lo hanno vissuto. Ed è anche per questo che la bonifica non è solo una questione ambientale: è una questione di giustizia.
L’apertura del cantiere lunedì chiude una fase e ne apre un’altra, che è quella del monitoraggio. I cittadini e i comitati che hanno contribuito a portare questa bonifica all’attenzione della struttura commissariale hanno ora il compito di verificare che l’intervento venga portato a termine con rigore, che i materiali rimossi vengano smaltiti correttamente,che la caratterizzazione del sito venga completata, che non rimangano residui sotto la superficie.
La comunicazione ufficiale della struttura commissariale è un impegno formale. Deve essere onorato con la stessa formalità con cui è stato assunto. Il cantiere apre lunedì. La responsabilità di chi interviene e di chi guarda non chiude mai.


