Con le elezioni regionali del 23 e 24 novembre 2025 si chiude la stagione deluchiana a Palazzo Santa Lucia. Un bilancio che passa anche – e soprattutto – dal linguaggio con cui il governatore ha riscritto il codice della politica campana.
La fine di un ciclo
Per dieci anni, dal 2015 al 2025, Vincenzo De Luca ha incarnato in modo quasi totalizzante l’istituzione Regione Campania. Eletto per la prima volta presidente nel 2015 e riconfermato nel 2020 con un consenso plebiscitario, ha governato due mandati consecutivi, prima che la Corte costituzionale bocciasse la norma regionale sul terzo mandato, costringendolo a rinunciare a una nuova candidatura.
Il voto del 23 e 24 novembre 2025 segna dunque non solo l’elezione di un nuovo governatore, ma la chiusura di una stagione politica che ha polarizzato giudizi, costruito fedeltà militanti e generato un vero e proprio “lessico De Luca”, entrato nell’immaginario collettivo nazionale. Ridurre questi dieci anni al solo fenomeno comunicativo, però, sarebbe comodo ma fuorviante: il bilancio dell’era deluchiana tiene insieme risultati amministrativi, criticità irrisolte, una fortissima personalizzazione del potere e un uso del linguaggio che ha cambiato il modo di fare politica in Campania – nel bene e nel male.

Dal sindaco al governatore: la costruzione di un personaggio politico totale
Per capire l’ultimo decennio regionale bisogna partire da prima. De Luca arriva a Palazzo Santa Lucia dopo essere stato uno dei sindaci più longevi e riconoscibili d’Italia: oltre 17 anni alla guida di Salerno, un profilo di amministratore “decisionista” e un radicamento nella sinistra post-comunista che si intreccia con una gestione fortemente personalizzata del potere locale.
Il soprannome “sceriffo”, nato già negli anni salernitani, non è solo un vezzo mediatico: descrive uno stile di comando verticalissimo, centrato sulla figura del leader, poco incline alla mediazione e spesso ruvido nei confronti di alleati e avversari. Wikipedia stessa – non proprio un giornale militante – registra come la sua comunicazione sia stata spesso definita “eccessiva” e “controversa”, segnalando anche il dibattito sulla neutralità della voce relativa all’attività di presidente.
Con le regionali del 2015 e, soprattutto, con la riconferma del 2020, questo modello viene “esportato” su scala campana, trasformando il governatore in un personaggio nazionale.
Lo “sceriffo pop”: il laboratorio comunicativo De Luca
La peculiarità deluchiana non è solo ciò che dice, ma come lo dice. Studi accademici sul suo stile durante la pandemia hanno ricostruito il mix di registri che utilizza: italiano ricercato alternato a espressioni dialettali, invettive teatrali, metafore iperboliche, ritmo da monologo comico, costruzione di nemici simbolici (“imbecilli”, “portaseccia”) e un uso sistematico del sarcasmo come arma politica.
Nel corso del 2020, le sue dirette del venerdì diventano un format fisso: sfondo istituzionale, monologo senza contraddittorio, dati e ordinanze mescolati a battute destinate a diventare meme. Analisi sui social hanno mostrato come in piena emergenza Covid De Luca sia diventato uno dei leader regionali più citati online, fino a essere trasformato in videogiochi, oggetto di gruppi di fan (“bimbe di De Luca”) e icona pop anche fuori dai confini campani.
Non è solo colore: è un modo di comunicare che si pone consapevolmente “contro” il politicamente corretto, come rileva un’analisi pubblicata su Il Riformista, che parla di “deluchismo” e di un meridionalismo identitario di sinistra costruito anche attraverso questo linguaggio.
Qui sta il primo punto critico: il confine tra efficacia comunicativa e sdoganamento di un linguaggio aggressivo nella sfera pubblica. I sostenitori leggono in quelle uscite il tentativo di parlare “come la gente”, di rompere la liturgia paludata della politica e di rendere comprensibili norme e dati; i detrattori vedono invece una banalizzazione del dibattito e una conferma di stereotipi sul Mezzogiorno che, fuori regione, rischiano di cristallizzarsi.

La pandemia: quando il linguaggio diventa consenso (e potere)
La gestione del Covid è il momento in cui linguaggio e potere si saldano definitivamente. Le ricerche sul caso De Luca mostrano come il suo “stile sceriffo” – minacce di usare il “lanciafiamme” contro chi viola le regole, ironie sui “cinghialoni” che fanno footing, attacchi a chi organizza feste di laurea – abbiano funzionato da deterrente simbolico in un contesto di paura diffusa, contribuendo a un forte aumento del consenso percepito.
Sondaggi citati negli studi indicano che, nella prima fase dell’emergenza, De Luca è tra i governatori più apprezzati dagli italiani per la gestione della crisi, collocandosi ai primi posti anche a livello nazionale.
Ma il prezzo di questa centralità è una ulteriore personalizzazione: la narrazione dell’emergenza diventa la narrazione del leader che “combatte su due fronti, il virus e i portaseccia”, mentre l’investimento comunicativo (anche economico) si concentra soprattutto sulla sua pagina personale più che sui canali istituzionali della Regione.
È qui che si vede con chiarezza l’effetto di lungo periodo sul sistema politico campano: si consolida l’idea di un governatore-monologo che parla direttamente ai cittadini, sopra partiti, corpi intermedi e persino sopra i media, spesso relegati a ruolo di spettatori o bersagli.

Politiche e risultati: sanità, trasporti, ambiente, grandi opere
Se ci si sposta dal piano del linguaggio a quello delle politiche, il quadro che emerge è tutt’altro che lineare.
Sul fronte sanitario, una delle eredità più citate è l’uscita della Campania dal lungo commissariamento e il ritorno ai Livelli essenziali di assistenza (LEA), accompagnati da programmi di investimenti e dal progetto di dieci nuovi ospedali distribuiti in regione.
Tuttavia, la recente decisione del governo nazionale di non concedere la piena uscita dai vincoli del piano di rientro dal debito sanitario ha mostrato i limiti strutturali del sistema campano. Le liste d’attesa restano molto lunghe, gli screening oncologici non raggiungono ancora livelli considerati soddisfacenti e la carenza di personale sanitario mette a dura prova ospedali e distretti. Una parte di queste criticità è legata a scelte nazionali di programmazione, ma il risultato percepito dai cittadini è un servizio che migliora in alcuni indicatori e resta in affanno in altri.

Sul trasporto pubblico, la giunta De Luca rivendica la ristrutturazione del gruppo EAV, passato da una situazione di forte indebitamento a bilanci in attivo, l’introduzione del trasporto gratuito per studenti fino a 26 anni e la riattivazione di infrastrutture come la funivia del Faito e la funicolare di Montevergine.
Eppure la Circumvesuviana continua a essere, ancora oggi, il tallone d’Achille del sistema: convogli obsoleti, guasti frequenti, corse soppresse e ritardi nella consegna dei nuovi treni restituiscono l’immagine di un servizio strutturalmente fragile, nonostante le risorse investite.
La questione ambientale
Sul ciclo dei rifiuti e l’ambiente, la rimozione graduale delle cosiddette “ecoballe” – i cumuli di rifiuti compressi eredità delle emergenze del passato – viene spesso indicata come simbolo della volontà di chiudere la stagione delle discariche a cielo aperto. Ma la lentezza delle operazioni e il mancato completamento di tutti gli impianti per il trattamento dell’organico mostrano che il passaggio a un modello pienamente sostenibile è rimasto incompiuto.
Allo stesso tempo, l’era De Luca ha visto un uso intenso dei fondi europei e nazionali per grandi opere e riqualificazioni: dall’Universiade 2019, che ha portato alla ristrutturazione di decine di impianti sportivi in tutta la regione, al rilancio urbano di aree strategiche di Napoli (dalla zona di Piazza Garibaldi al nuovo polo pediatrico nel quadrante Est), fino ai progetti per la nuova sede della Regione.
Qui la lettura si sdoppia: i sostenitori parlano di un “salto di scala” nella visibilità e nella dotazione infrastrutturale della Regione; i critici contestano la concentrazione di risorse in pochi dossier bandiera, la lentezza di molte cantierizzazioni e il rischio che le opere vengano ricordate più come monumenti del leader che come frutti di una pianificazione collettiva.

Ombre e controversie: centralizzazione, conflitti e limiti strutturali
L’altro lato dell’era De Luca è fatto di conflitti politici e interrogativi sulla qualità della democrazia regionale.
Il governatore ha spesso ingaggiato scontri frontali sia con il governo nazionale (su autonomia differenziata, fondi sanitari, gestione dei flussi Nord-Sud) sia con i sindaci campani, in particolare con quelli di Napoli – prima Luigi de Magistris, poi Gaetano Manfredi – accusati pubblicamente di inefficienze su vari dossier.
Il risultato è stato un conflitto permanente tra livelli istituzionali, con il rischio che temi strutturali (come il risanamento finanziario dei Comuni, la qualità dei servizi urbani, la lotta alle diseguaglianze territoriali) venissero letti solo attraverso la lente delle polemiche personali.
Sul piano interno al centrosinistra, infine, la lunga battaglia per il terzo mandato, la legge regionale poi bocciata dalla Consulta e lo scontro con la dirigenza nazionale del PD hanno mostrato quanto l’intero campo progressista in Campania si fosse “deluchizzato”: per anni, la discussione sulla successione è stata rinviata o compressa, fino all’attuale candidatura di Roberto Fico, accettata dopo un braccio di ferro complesso e bilanciata dall’assegnazione di ruoli chiave ai fedelissimi del presidente uscente (come il figlio Piero alla segreteria regionale del PD).
Questo porta a una domanda scomoda ma inevitabile: quanto del consenso costruito in questi dieci anni è istituzionale e quanto è personale? E quanto la personalizzazione ha frenato la costruzione di una nuova classe dirigente autonoma?

Il “deluchismo” come stile politico: un’eredità che va oltre i numeri
L’idea che il linguaggio di De Luca abbia “cambiato la politica campana” non è solo una suggestione giornalistica: studiosi e analisti hanno mostrato come il suo modo di parlare – diretto, teatrale, spesso aggressivo, intriso di meridionalismo identitario – abbia contribuito a spostare il baricentro della comunicazione politica regionale.
Oggi è più frequente, anche tra avversari e alleati, l’uso di espressioni forti, di immagini colorite, di una narrazione in cui il presidente (o il candidato) si pone come “padre severo” chiamato a rimettere ordine in una terra rappresentata come caotica, imbelle, circondata da poteri ostili. In questo quadro, l’“anti-politicamente corretto” deluchiano ha fatto scuola: ha reso accettabile, nel discorso pubblico, un livello di conflittualità verbale che prima sarebbe apparso marginale.
È qui che si misura la parte più duratura della sua eredità: al di là di chi vincerà le elezioni, è difficile immaginare una politica campana che torni, da un giorno all’altro, a un linguaggio ovattato, neutro, privo di quella componente di spettacolarizzazione che De Luca ha consolidato.
Ma non è scontato che ciò sia solo un guadagno in termini di “autenticità”. Il rischio — che molti osservatori sottolineano — è che la semplificazione polemica prenda il posto della discussione approfondita su sanità, istruzione, lavoro giovanile, transizione ecologica, trasformando ogni tema in un ring tra personaggi più che in un confronto tra progetti.
Il dopo-De Luca: continuità, orfani e dissidenze
Le analisi sulla vigilia del voto raccontano una transizione meno netta di quanto sembri. Liste collegate o “ispirate” al governatore uscente, come A Testa Alta, ospitano candidati deluchiani in più schieramenti e potrebbero risultare decisive negli equilibri del prossimo Consiglio regionale.
È probabile che, qualunque sia l’esito del voto, una parte del ceto politico cresciuto all’ombra del presidente continui a pesare nelle dinamiche regionali, quantomeno nella fase iniziale della nuova legislatura. Ma senza la figura di De Luca alla guida dell’ente, la lealtà di molti potrebbe progressivamente allentarsi, dando vita a nuove alleanze e a contropoteri finora impossibili.
Sul piano personale, lo stesso De Luca lascia intendere la possibilità di un ritorno a Salerno da protagonista della politica cittadina. Se accadrà, il baricentro del “deluchismo” potrebbe spostarsi dal livello regionale a quello locale, mantenendo viva la sua capacità di condizionamento ma su un perimetro diverso.

La chiusura di un’epoca, non di un capitolo
La giornata elettorale del 23-24 novembre chiude formalmente i dieci anni di De Luca a Palazzo Santa Lucia, ma non ne chiude automaticamente l’influenza. Politicamente, lascia una regione con alcuni risultati importanti (uscita dal commissariamento sanitario, utilizzo di fondi europei per infrastrutture, tentativi di riequilibrio nel trasporto pubblico) e altrettante zone d’ombra (liste d’attesa ancora pesanti, trasporti fragili, ritardi nella gestione dei rifiuti, conflitti istituzionali permanenti).
Sul piano simbolico, consegna alla Campania e al Paese un modello comunicativo che ha reso inevitabile parlare di politica regionale con categorie come “sceriffo pop”, “deluchismo”, “meridionalismo identitario”, allargando la cassa di risonanza del governatore oltre i confini della sua stessa coalizione.
Il punto forse non è stabilire se De Luca “abbia fatto bene” o “abbia fatto male”, ma riconoscere che in questi dieci anni ha occupato lo spazio pubblico campano come pochi altri leader regionali in Italia. Il compito di chi verrà dopo non sarà solo governare politiche complesse, ma anche decidere se continuare a muoversi dentro il frame comunicativo che lui ha imposto, o se provare a riscrivere – davvero – il linguaggio della politica campana.


