Gian Maria Cervo
Gian Maria Cervo - Fonte foto: Outis.it
📍 Napoli

22 Novembre 2025

Angela Capasso

“La Tavola Strozzi” diventa teatro: viaggio nella Napoli aragonese con la voce di Gian Maria Cervo

Intervista al drammaturgo Gian Maria Cervo, che racconta la trasformazione della celebre veduta aragonese in uno spettacolo contemporaneo fatto di lingua, visioni e memoria.

C’è qualcosa di magnetico nel trasformare un dipinto del Quattrocento in uno spettacolo teatrale. Non una semplice trasposizione, ma un attraversamento: un’opera che prende vita, si scompone, si reinventa, e attraverso la lingua — la vera protagonista di questo lavoro — diventa un corpo nuovo, contemporaneo, capace di dialogare con chi guarda.

Per capire come nasce un progetto così complesso e affascinante, abbiamo conversato con Gian Maria Cervo, una delle voci più autorevoli della drammaturgia italiana e tra i principali artefici dell’elaborazione del testo collettivo che sta alla base dello spettacolo La Tavola Strozzi.

Quello che segue è un viaggio nella Napoli aragonese, nella lingua che trascina i personaggi, nella generosità del lavoro creativo condiviso.
Un’intervista che non spiega soltanto uno spettacolo: racconta un modo di pensare il teatro.

La Tavola Strozzi
La Tavola Strozzi

L’intervista a Gian Maria Cervo

Per chi non conosce la Tavola Strozzi, può raccontare cosa rappresenta e perché è così importante nella storia di Napoli?

“Direi che, molto semplicemente, è l’unica veduta pittorica di Napoli nel periodo aragonese e, una volta (ri)scoperta, ha scatenato un dibattito interpretativo che ha coinvolto gli intellettuali più lucidi e brillanti della Napoli del XX secolo, primo fra tutti Benedetto Croce.”

Qual è stato il punto di partenza per trasformare questa veduta del Quattrocento in un’opera teatrale contemporanea?

“Il punto di partenza è stato l’osservazione del pullulare di attività che sono descritte nella tavola; penso che perfino il sontuoso corteo navale trionfale che vi è incluso possa dirsi quasi solo una sorta di “primus inter pares”, immerso com’è in questa diversità di azioni e nelle rappresentazioni delle architetture dell’epoca che potrebbero essere state rese realisticamente o reinventate dal pittore (un vero enigma per l’osservatore contemporaneo).”

Il testo è il risultato di un lavoro drammaturgico collettivo. Come si costruisce un processo creativo a nove autori senza perdere coerenza?

“E’ una domanda molto complessa, non esiste un unico approccio. Per sintetizzare potrei dirle che esistono vari livelli e vari tipi di coerenza e che qualcuna di queste si nutre, piuttosto paradossalmente di clash di prospettive culturali diverse e di trame e personaggi equivoci.”

La Tavola Strozzi
Il cast de La Tavola Strozzi

C’è un dettaglio del dipinto che l’ha colpita personalmente e che ha voluto portare in scena in modo particolare?

“Le torri color oro. Perché non so se all’epoca esistessero davvero o se siano un abbellimento dell’ignoto pittore che ha dipinto la tavola per trovare un equilibrio nella sua opera. E’ un dettaglio che ha generato una delle battute ricorrenti del testo, una di quelle che fa da collante alla drammaturgia.”

Nel comunicato si parla di “testo trasformativo”. Cosa significa concretamente e come si riflette nello spettacolo?

“Ci sono testi in cui i la lingua obbedisce strettamente al personaggio e quelli sono i testi di impronta psicologica o psicologistica. Il personaggio ha una coerenza di eloquio. Poi ci sono testi, come questo nostro, in cui occasionalmente la lingua si prende una sua rivincita sul personaggio, diventa quasi una forza soprannaturale e trascina il personaggio in punti oscuri, nascosti, rimossi e misteriosi della sua vita e della sua esperienza. Questo intendiamo per testo trasformativo.”

Raccontare la Napoli aragonese con i linguaggi di oggi può sembrare un’operazione complessa: quali difficoltà avete incontrato e come le avete superate?

“Ah, Napoli è una città verticale. Le epoche coesistono. Spesso sono affastellate e in questa collisione di prospettive che si è creata l’epoca aragonese ha convissuto agevolmente con il XX e XXI secolo.”

Il lavoro finale contiene apparizioni, trasformazioni e ritorni, quasi come una farsa popolare. Perché pensa che questo immaginario sia riemerso spontaneamente?

“Sì, per certi versi, c’è qualcosa dell’ “Imagico” di Pietro Antonio Caracciolo, ovviamente quel qualcosa è filtrato dai saperi drammaturgici contemporanei. Penso che grazie a ciò che è stato scritto e detto i vivi e i morti si passino certi messaggi e spesso ci si scopre nello stesso luogo visitato da morti che abbiamo letto e conosciuto attraverso la lettura senza che possiamo rendercene conto.”

Locandina de La Tavola Strozzi
Locandina de La Tavola Strozzi

Secondo lei, quale emozione o scoperta nuova potrà portare il pubblico a casa dopo aver visto lo spettacolo?

“Una fiducia nel potere della lingua, nella grande lucidità e allo stesso tempo nel grande senso di consolazione che porta con sé.”

C’è un momento della creazione collettiva che ricorda come particolarmente sorprendente, divertente o rivelatore?

“Mi hanno sorpreso tutte le prospettive adottate dai colleghi, scelte estreme creative, idiosincratiche che denotano un impegno enorme e dunque, per quanto strano possa sembrare, un atto di grande generosità. Perché solo quando un collega ti “sfida” con una prospettiva sua unica, tu dai il meglio. E’ la stessa cosa quando traduci un collega straniero. Più la lingua è complessa e articolata più ti spinge a dare il meglio di te.”

Se dovesse descrivere lo spettacolo “La Tavola Strozzi” a chi non frequenta spesso il teatro, quali sarebbero tre motivi semplici e diretti per non perderlo?

“Questa commedia è un luogo dove si incontrano linguaggi nuovi (serie tv ecc.) e linguaggi antichi, è divertente e vi offre le performance di un cast appartenente a tante generazioni, ognuna portatrice a suo modo, di linfa vitale allo spettacolo.”

Proprio come Napoli

L’immagine che resta, dopo questa conversazione, è quella di un teatro che non ha paura di attraversare i secoli e di lasciarsi attraversare.
Un teatro che cerca i dettagli dorati per capire l’insieme, che accoglie il caos e lo trasforma in struttura, che lascia alla lingua il potere di sorprendere — e di consolare.

La Tavola Strozzi non è soltanto un omaggio alla Napoli aragonese. E’ un atto d’amore verso ciò che la città è sempre stata, e verso ciò che il teatro può ancora essere. Un lavoro che riesce a essere colto e popolare, strutturato e libero, antico e contemporaneo.
Proprio come Napoli.

(La fonte dell’immagine in evidenza è: Outis.it)

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