C’è un errore che, ciclicamente, la televisione italiana commette: confonde la voce del popolo con il suo rumore.
Accade ogni volta che un fenomeno mediatico – costruito sui social, gonfiato da like e dirette – viene proposto come simbolo “autentico” del Sud, come se l’urlo bastasse a rappresentare la vita di un intero popolo.
È successo di nuovo, con la puntata di Belve dedicata a Rita De Crescenzo. Una donna diventata celebre per eccessi e contraddizioni, offerta al grande pubblico come volto “vero” di Napoli.
Ma Napoli non è questo. Napoli è un linguaggio, un respiro, una musica.È disordine, sì — ma anche misura, poesia, dolore, ironia, tragedia e intelligenza. E la differenza non è sottile: è sostanziale.
La volgarità che redime e quella che umilia
La Campania conosce bene la volgarità: l’ha trasformata in arte, elevandola a linguaggio. C’è una volgarità che svela e una che svilisce. Una che nasce dal ventre, come bisogno di verità, e un’altra che nasce dal vuoto, come ricerca di attenzione.
Mimmo Borrelli urla, bestemmia, sanguina sul palco — ma la sua è una liturgia. Le sue parole, anche le più dure, sono carne e sacro, disperazione e filosofia. Dietro l’oscenità c’è sempre un pensiero, un dolore antico che cerca riscatto. La sua voce è la stessa che abita le viscere di Eduardo, di Viviani, di Moscato: la voce che chiama per nome le ferite di questa terra.
E poi c’è chi urla solo per essere ascoltato. Chi riduce la lingua napoletana a caricatura, la rabbia a spettacolo, la miseria a contenuto. Non è colpa, è un sintomo: quello di una società che premia l’immediatezza e dimentica la profondità. Ma una televisione pubblica non dovrebbe assecondarlo. Dovrebbe curarlo.
Artisti che hanno gridato senza urlare
Per capire quanto sia sbagliata questa rappresentazione del Sud, basta guardare alla sua storia culturale recente. Federico Salvatore ha portato il dialetto nei teatri di tutta Italia, usando l’ironia come bisturi. Dietro ogni battuta, dietro ogni parolaccia, c’era sempre un’idea: una denuncia, una malinconia, una verità. Nino D’Angelo, partendo dalle periferie, ha raccontato il popolo con una dignità che non ha mai ceduto al grottesco. Da idolo dei quartieri a cantautore maturo, ha saputo trasformare il “popolare” in universale.
E ancora: Peppe Lanzetta, con le sue prose ruvide come i muri di Forcella. Toni Servillo, che ha portato nel mondo la misura del dolore napoletano. Massimiliano Gallo, che tiene in equilibrio il comico e il tragico. Enzo Avitabile, che canta le periferie come preghiere laiche. Sono tutti artisti “sopra le righe”, ma con una linea morale precisa: la consapevolezza. Sanno che rappresentare Napoli significa custodirla, non sfruttarla. Che il dialetto è un patrimonio, non un travestimento. Che la rabbia del popolo, quando diventa arte, è sempre anche un atto d’amore.
L’errore di chi scambia il popolo per il pubblico
La televisione, invece, continua a scambiare la gente per la massa. Cerca “fenomeni”, non persone. Non vuole capire: vuole far parlare. Ma una voce senza visione è solo rumore.
Rita De Crescenzo, nel suo modo disordinato e spesso doloroso, è il prodotto di questa epoca: di un Paese che non ascolta, ma osserva. E il problema non è lei, ma chi le mette un microfono davanti senza darle una direzione, senza un contrappunto, senza contesto. Il servizio pubblico non deve cavalcare i fenomeni: deve spiegarli, filtrarli, farne occasione di riflessione.
Non intrattenimento.
Napoli non è un’eccezione. È una capitale.
Chi conosce davvero la cultura partenopea sa che non si tratta di folklore. Napoli non è un “Sud che si riscatta”: è una capitale culturale che resiste da secoli senza chiedere scuse a nessuno.
È una fucina di intelligenza, ironia, pensiero critico e creatività civile. È una città che non ha bisogno di essere giustificata, ma capita.
Non c’è nulla da riscattare, semmai da proteggere: la sua lingua, la sua umanità, la sua misura. Napoli non è l’eccezione d’Italia, è il suo contrappunto più alto. E la Campania non è fatta di “cafoni televisivi”, ma di insegnanti, attori, musicisti, ricercatori, scrittori, imprenditori, studenti: persone normali, competenti, silenziose, che tengono insieme un territorio con la forza della civiltà quotidiana.
Il silenzio dopo il rumore
Non c’è nessuna rivalsa da raccontare, perché non c’è nessuna inferiorità da colmare. Il Sud non deve riscattarsi: deve essere rispettato per ciò che è. E la televisione, se vuole davvero raccontarlo, deve smettere di inseguire le caricature e cominciare ad ascoltare le voci vere.
La Campania non è un rumore di fondo. È una voce antica e modernissima, che non ha mai smesso di parlare con intelligenza, con arte e con dignità.
Il resto – tutto il resto – è solo una pessima imitazione.


