In “Cuore senza culla” l’attrice e scrittrice romana, oggi casertana d’adozione, affronta con dolcezza e verità uno dei tabù più silenziosi del nostro tempo: la perdita di un figlio mai nato.
Ci sono dolori che non hanno voce, lacrime che nessuno vede, amori che non fanno rumore.
Eppure esistono, e spesso abitano i cuori delle donne con la discrezione di un battito spezzato.
È da quel battito che nasce Cuore senza culla, l’ultimo libro di Federica Santuccio, attrice e scrittrice che oggi vive a Caserta, dopo una vita trascorsa tra Roma e i set cinematografici.
Un titolo che è già una ferita, ma anche una promessa: quella che dal dolore possa nascere una luce, capace di attraversare il buio.
Una ferita che diventa parola
“La mia prima gravidanza si è interrotta, lasciando dietro di sé un silenzio profondo, un vuoto che pesa più delle parole.”
Così scrive Federica, introducendo un racconto che non è soltanto personale, ma universale.
Perché Cuore senza culla parla di una perdita che tante donne conoscono, ma di cui quasi nessuno parla.
La scrittrice non offre risposte né consolazioni preconfezionate: sceglie la via più onesta, quella della testimonianza, del dolore condiviso e della resilienza.
Ogni pagina è una confessione e insieme un atto d’amore: l’amore verso quel figlio mai nato, ma anche verso se stessa e verso tutte le donne che hanno dovuto ricominciare senza poter chiudere davvero un capitolo.
“Questo libro è per tutte le donne che hanno conosciuto una perdita,” spiega Federica.
“Perché il lutto possa trovare voce, il silenzio possa incontrare compagnia, e l’amore, pur senza culla, possa fiorire.”
La solitudine di un dolore invisibile
La morte perinatale è una ferita che spesso resta ai margini della narrazione pubblica.
È un dolore che si consuma in silenzio, in un tempo sospeso dove la società tende a spostare lo sguardo, come se la perdita di un bambino “non nato” fosse meno reale di qualsiasi altra.
Federica Santuccio infrange questo muro di silenzio.
Racconta l’assenza, la paura, la rabbia, la vergogna, la solitudine. Ma lo fa con una grazia che commuove, perché trasforma ogni parola in un gesto di cura collettiva.
Nel suo racconto non c’è mai autocommiserazione, ma la volontà di rendere visibile l’invisibile, di restituire dignità a un lutto che troppe volte viene liquidato con un “succede”.
Cuore senza culla diventa così un atto di ribellione dolce, una presa di posizione culturale e umana contro la rimozione del dolore femminile.
L’arte come forma di sopravvivenza
L’arte, per Federica Santuccio, è sempre stata una casa.
Una casa fatta di parole, suoni, volti e immagini.
Fin da giovanissima, ha cercato nella creatività una forma di espressione vitale, un modo per comunicare ciò che le parole, da sole, non bastavano a dire.
A soli quindici anni si esibisce su Rai Uno, realizzando un sogno coltivato sin da bambina.
Poi arriva la scrittura, e nel 2017 pubblica il suo primo romanzo, La chiave blu, un racconto autobiografico che le apre le porte del successo letterario.
Ma Federica non si ferma: si diploma come attrice all’Accademia Artisti nel 2019 e da lì inizia un percorso nel mondo del cinema, alternando set, sceneggiature e libri.
Nel 2021 pubblica 100 stanze mai aperte, da cui nasce un cortometraggio arrivato in finale al Festival del Cinema di Spello.
Nel 2023 firma, insieme a Francesco Marchina, la sceneggiatura del film La mia luce, e nel 2024 conquista il Premio Vincenzo Crocitti con il romanzo Tu, Artista.
Oggi, oltre a lavorare a nuovi progetti cinematografici, è protagonista di Pompei – La serie, giunta alla seconda stagione.
Il suo percorso artistico è la dimostrazione che la creazione è un modo per restare vivi.
Ogni storia, ogni personaggio, ogni libro è una parte del suo modo di affrontare la vita: con sensibilità, disciplina e il coraggio di guardare le proprie fragilità.
Dal dolore alla speranza
Nel cuore del libro, la parola chiave è una: speranza.
Non quella ingenua o consolatoria, ma quella che nasce dalla consapevolezza.
Federica scrive per sé, ma soprattutto per le altre.
Per tutte quelle donne che hanno ricevuto diagnosi crude, per chi ha visto un sogno interrompersi troppo presto, per chi non ha trovato parole per spiegare un’assenza che pesa più di mille presenze.
Ogni capitolo è un piccolo rito di guarigione.
La scrittura si fa strumento di catarsi collettiva, di liberazione.
Federica riesce a trasformare la vulnerabilità in forza, la perdita in linguaggio, la ferita in testimonianza.
Nel suo racconto, il dolore non è negato né romanticizzato: è riconosciuto, nominato, attraversato.
Ed è proprio in questa sincerità che risiede la potenza di Cuore senza culla: nell’assenza di retorica e nella presenza piena della verità.
Un messaggio che riguarda tutti
La forza del libro sta anche nella sua capacità di parlare a chi non ha vissuto direttamente quella esperienza.
Perché la perdita di un bambino mai nato non è solo una tragedia privata: è una realtà che tocca famiglie, compagni, medici, amici.
Federica invita il lettore a guardare con empatia il dolore altrui, a non voltarsi, a non minimizzare.
“L’invisibilità di questo tipo di lutto è uno degli aspetti più difficili da affrontare”, scrive.
“Spero che attraverso queste pagine più donne possano trovare il coraggio di parlare e condividere la loro esperienza.”
Il libro diventa così anche un atto politico e sociale: un modo per scardinare i tabù e promuovere una cultura dell’ascolto.
In un’epoca in cui tutto viene spettacolarizzato, Cuore senza culla restituisce spazio e dignità alla delicatezza, ricordando che non tutto deve urlare per essere sentito.
L’amore che resta
Il titolo non lascia spazio a equivoci: Cuore senza culla è la storia di un amore che non ha avuto il tempo di nascere, ma che non per questo smette di esistere.
È un amore che resiste nella memoria, nei gesti quotidiani, nei sogni che non svaniscono.
È la prova che anche ciò che non ha avuto corpo può lasciare un’impronta indelebile.
Federica parla a nome di chi non ha potuto salutare, di chi non ha ricevuto fiori, di chi non ha avuto un addio.
Il suo messaggio è chiaro: ogni vita, anche la più breve, merita di essere ricordata.
E ogni madre ha diritto di vivere il proprio lutto, di nominarlo, di dargli forma.
Un inno alla resilienza femminile
Nel finale, il libro si apre a un orizzonte più grande: quello della solidarietà tra donne.
Federica racconta la propria rinascita come un processo condiviso, fatto di ascolto e sostegno reciproco.
La sua scrittura diventa un ponte tra storie diverse, un luogo dove la sofferenza trova casa e la forza si moltiplica.
In questo senso, Cuore senza culla non è soltanto un memoir, ma un manifesto di sorellanza.
È un libro che parla al cuore delle donne, ma anche a quello degli uomini che vogliono capire, accogliere, stare accanto senza giudicare.
Federica Santuccio: tra cinema e letteratura, una voce autentica del Sud
Da Roma a Caserta, il percorso di Federica è anche un viaggio geografico e simbolico.
Ha scelto il Sud come nuova casa, un luogo che le ha restituito lentezza, radici, autenticità.
Qui scrive, lavora, sogna.
E da qui continua a portare nel mondo le sue storie, convinta che l’arte non sia un privilegio, ma una responsabilità verso la verità.
Il Campano, che della cultura e delle storie del territorio fa il proprio cuore pulsante, non poteva non raccontare questa voce femminile che unisce dolore, bellezza e consapevolezza.
Federica Santuccio rappresenta quella Campania viva, sensibile, capace di farsi portavoce di battaglie intime e universali.
Informazioni sul libro
📘 Titolo: Cuore senza culla
✍️ Autrice: Federica Santuccio
🏠 Luogo di pubblicazione: Caserta – 2025
🎭 Temi: maternità, perdita, resilienza, amore invisibile, solidarietà femminile
🎬 Linguaggio: poetico, autobiografico, introspettivo

L’eredità di un amore invisibile
Ci sono libri che si leggono e si dimenticano, e libri che si leggono e restano.
Cuore senza culla appartiene alla seconda categoria.
Perché è impossibile non sentire, tra le righe, la verità di una donna che ha avuto il coraggio di raccontarsi.
E che, nel farlo, ha donato una voce a tutte le altre.
Federica Santuccio ci ricorda che l’amore non ha bisogno di culla per esistere, e che anche nel dolore più profondo può nascondersi la più pura forma di luce.


