Un’importante innovazione nel campo dell’oculistica arriva a Napoli, dove per la prima volta in Campania è stato impiantato un dispositivo capace di rilasciare farmaci direttamente nell’occhio di una paziente affetta da maculopatia
Una donna di circa 70 anni affetta da maculopatia oggi può guardare al futuro con nuove prospettive grazie a una tecnologia innovativa introdotta per la prima volta in Campania. All’Ospedale dei Colli di Napoli è stato infatti eseguito l’impianto di un Port Delivery System (PDS). Si tratta di un piccolo dispositivo inserito nell’occhio capace di rilasciare in modo continuo il farmaco necessario per contrastare la progressione della malattia.
L’intervento realizzato dall’équipe dell’Ospedale dei Colli
La paziente, indicata con il nome di fantasia Rosa per tutelarne la privacy, soffriva di maculopatia legata all’età. Fino a oggi era costretta a sottoporsi periodicamente alle iniezioni intravitreali. Grazie al nuovo sistema potrà ridurre gli appuntamenti terapeutici e affrontare la cura in maniera più stabile e programmata. L’operazione è stata effettuata dall’équipe guidata dal dottor Francesco Calabrò, direttore dell’U.O.C. di Oculistica dell’Azienda Ospedaliera dei Colli. Al suo fianco hanno lavorato gli infermieri Angela Cennamo e Francesco Spera, l’ortottista Gaetano Fioretto e la dottoressa Flavia Chiosi.
“È la prima volta in Campania”, precisa il primario. Con queste parole, ha sottolineato il valore di un intervento che rappresenta un importante passo avanti per la cura delle patologie retiniche nella regione. Il Port Delivery System permette infatti di superare, almeno in parte, il limite delle terapie tradizionali, basate su frequenti somministrazioni attraverso siringhe intravitreali. Per molti pazienti affetti da degenerazione maculare senile neovascolare, conosciuta anche come maculopatia umida, la continuità della terapia è fondamentale per preservare la vista.

Come funziona il Port Delivery System
Il nuovo dispositivo è un piccolo serbatoio che viene impiantato chirurgicamente nella parete dell’occhio e che rilascia gradualmente il medicinale necessario. Il principio alla base è quello di mantenere una presenza costante del farmaco, evitando continue procedure ambulatoriali. Il dottor Calabrò spiega: “Si tratta di un piccolissimo serbatoio impiantato chirurgicamente nella parete dell’occhio. Rilascia in modo continuo un farmaco anti-VEGF usato per patologie come la degenerazione maculare senile neovascolare, detta anche umida”. Una tecnologia che può rappresentare un cambiamento significativo nella vita quotidiana dei pazienti. Ci sono vantaggi netti soprattutto per coloro che devono affrontare terapie lunghe e ripetute. Il dispositivo, infatti, può richiedere ricariche molto più distanziate nel tempo, anche ogni 24 settimane.
L’Ospedale dei Colli centro di riferimento per l’innovazione
L’intervento conferma il ruolo dell’Azienda Ospedaliera dei Colli come struttura di riferimento nazionale per le cure oculistiche ad alta specializzazione. La paziente è stata selezionata nell’ambito di uno studio clinico multicentrico internazionale di fase III. Si tratta di un percorso che consente di sperimentare nuove soluzioni terapeutiche prima della loro diffusione più ampia.
La direttrice generale dell’Azienda Ospedaliera dei Colli, Anna Iervolino, ha evidenziato l’importanza del risultato raggiunto: “Questo risultato conferma la capacità dei nostri professionisti di portare ai pazienti innovazione, competenze e terapie all’avanguardia. È un intervento che conferma ulteriormente il ruolo dell’Azienda dei Colli come centro di riferimento per percorsi di cura ad alta specializzazione, nei quali la ricerca clinica si traduce concretamente in nuove opportunità per i cittadini”.
Una tecnologia che cambia il rapporto tra paziente e malattia
Per chi convive con la maculopatia, una delle difficoltà maggiori è rappresentata dalla necessità di seguire con precisione un percorso terapeutico fatto di controlli e iniezioni frequenti. La nuova tecnologia punta a rendere la gestione della malattia meno pesante, riducendo il numero di interventi e migliorando la continuità della cura. Il caso di Rosa non riguarda soltanto una singola paziente, ma apre una strada per molte altre persone che in futuro potrebbero accedere a trattamenti più comodi e avanzati. L’innovazione medica, infatti, non significa soltanto trovare nuove cure, ma anche migliorare la qualità della vita di chi deve affrontare una patologia cronica.


