Il vicepresidente del Consiglio regionale campano: «Chi costruisce consenso sulla discriminazione trasforma le differenze in un bersaglio»
«Il Paese non può permettersi di arretrare ancora: abbiamo bisogno di essere vicini al cambiamento della vita di tutte le persone. Quando si parla di disabili, immigrati, omosessuali, non abbiamo bisogno di personaggi come Vannacci. Non andrebbe invitato in televisione. Io posso confrontarmi con chi ha idee diverse sulla famiglia o sull’adozione, ma chi propone visioni così oscure e radicali non dovrebbe avere spazio». Sceglie parole nette e senza mediazioni Luca Trapanese, vicepresidente del Consiglio regionale della Campania. In una dichiarazione rilasciata a Il Campano, il politico e attivista sposta l’asse del dibattito pubblico sui bisogni concreti dei cittadini. Inoltre, invoca una politica capace di guardare al futuro e censura la spettacolarizzazione mediatica di certe tesi. È l’incipit di una replica durissima, affidata anche ai canali social. Questa replica nasce all’indomani del confronto andato in scena a Otto e Mezzo su La7. In quell’occasione, l’ex generale Roberto Vannacci ha ribadito le sue note posizioni sui diritti civili.
Vannacci: la “normalità” come dato statistico
Durante la puntata, Vannacci ha cercato di giustificare le proprie affermazioni distinguendo tra ciò che è comunemente accettato e ciò che non lo è. Ha sottolineato che tale distinzione non avrebbe valore positivo o negativo. Alla conduttrice Lilli Gruber che lo incalzava sulle minacce implicite verso le minoranze, l’ex generale ha risposto sostenendo di non ritenere la sua definizione offensiva. Inoltre, ha dichiarato di considerare rispettate le minoranze, ma non necessariamente “tutelate” nel senso legale del termine. Il dibattito ha preso una piega più accesa quando si è discusso del diritto alla famiglia per le coppie omosessuali. Vannacci ha infatti sostenuto che i gay godrebbero già di tutti i diritti civili, eccetto il riconoscimento della famiglia. Ha definito una coppia omosessuale “non una famiglia”. Queste parole hanno generato immediata indignazione tra attivisti, politici e cittadini.
Diritti ridotti a prestazioni quotidiane e il nodo del riconoscimento
Nel passaggio più discusso del confronto televisivo, Vannacci ha sintetizzato la sua posizione in una formula che ha immediatamente acceso la polemica. «I gay in Italia hanno tutti i diritti: se vanno all’ospedale li curano, se vanno per strada possono guidare, se vanno a scuola hanno gli insegnanti». Una frase che, nel suo intento, vorrebbe dimostrare l’assenza di discriminazioni. Tuttavia, finisce per ridurre la cittadinanza a un elenco di servizi essenziali. Il punto, infatti, non riguarda l’accesso alle prestazioni pubbliche, garantito dalla Costituzione a ogni individuo. Piuttosto, si parla del riconoscimento giuridico e sociale delle relazioni affettive e familiari. È proprio su questo scarto che si concentra la replica di Trapanese. Nel suo intervento ribadisce come «non si stia parlando di privilegi, ma di dignità e di pari riconoscimento davanti alla legge», sottolineando che confondere i diritti fondamentali con quelli di semplice fruizione dei servizi pubblici significa eludere il cuore del dibattito sulle famiglie omogenitoriali e sul principio di uguaglianza sostanziale.

La replica: «Io sono gay. Sono padre. Ho una famiglia»
«State attenti a chi votate». Cinque parole aprono l’intervento social con cui Trapanese smonta la retorica dell’eurodeputato, trasformando il caso televisivo in un manifesto politico e personale. «Io sono gay. Sono padre. Ho una famiglia», scrive Trapanese, contrapponendo la propria realtà quotidiana alle definizioni teorie dell’ex generale. «Quando sento dire che una persona omosessuale può amare chi vuole ma non può essere considerata una famiglia, non sento un’opinione. Sento un attacco diretto alla mia vita, a mia figlia, alla mia storia e a milioni di cittadini italiani».
Il punto centrale della replica si concentra proprio sullo scarto tra la fruizione dei servizi pubblici e il principio di uguaglianza stabile. Per il vicepresidente della Campania, confondere l’accesso a un ospedale o a una patente con il riconoscimento giuridico significa eludere il cuore del dibattito sulle famiglie omogenitoriali. Come scrive Trapanese: «Qui stiamo parlando di uguaglianza. Di riconoscimento. Di dignità. Ogni voto dato a chi costruisce la propria carriera sull’odio, sulla paura e sulla discriminazione ha conseguenze reali sulla vita delle persone». Così, richiama l’attenzione sulle posizioni espresse da Vannacci.
Il focus sui temi sociali: «Dividere per non rispondere»
«E poi mentre il Paese discute di salari, sanità, scuola, precarietà e disuguaglianze, c’è chi continua a costruire consenso indicando nemici: migranti, donne, persone LGBTQIA+, minoranze – spiega a Il Campano -. Dividere per non rispondere, questa è la linea di Vannacci. Gli italiani se ne accorgeranno presto». L’affondo di Trapanese si sposta così dal piano puramente biografico a quello di una serrata critica alla strategia politica della destra identitaria. Secondo il vicepresidente del Consiglio regionale campano, la polarizzazione sui diritti non sarebbe altro che un paravento. Si tratta di una tattica elettorale mirata a catalizzare il risentimento popolare verso obiettivi precisi (le minoranze, i migranti, le donne). Così, si evitano i nodi strutturali che bloccano l’Italia.
Quello che Trapanese descrive è un vero e proprio “corto circuito” del dibattito pubblico: da un lato le emergenze reali dei cittadini, legate al potere d’acquisto e ai servizi essenziali al collasso, dall’altro la ricerca del consenso attraverso la retorica del nemico interno. Una linea che il politico giudica a corto raggio. Trapanese è convinto che il corpo elettorale saprà presto distinguere la propaganda dalla concretezza delle risposte.
Diritti, dignità e politica della paura
Nel post pubblicato sui social, Trapanese infine invita gli elettori a riflettere prima di affidare il proprio voto a chi utilizza la discriminazione come strumento politico. Il vicepresidente parla di “professionisti della paura” che trasformano le differenze in bersagli e l’intolleranza in programma politico. «Mentre il mondo discute di innovazione, cambiamenti climatici, welfare e nuove forme di famiglia, noi dovremmo perdere tempo ad ascoltare chi vuole riportare l’Italia indietro di cinquant’anni? No, grazie», scrive Trapanese, sottolineando l’urgenza di una politica inclusiva, attenta ai diritti delle minoranze e al rispetto di tutte le famiglie. Trapanese rivolge inoltre un appello ai media, denunciando il rischio di spettacolarizzare l’odio. «Davvero abbiamo ancora bisogno di dare spazio a chi alimenta divisioni e discriminazioni per fare ascolti? Davvero non abbiamo nulla di meglio da raccontare agli italiani?», si chiede.
Concludendo il suo intervento, Trapanese ribadisce un concetto chiaro e diretto: il vero pericolo non sono le persone diverse, ma chi usa l’odio come strategia politica. «Quelli, sinceramente, andrebbero fermati con il voto», scrive.

