basket Marano Napoli
Da Instagram: @lagiornatatipo
📍 Marano

3 Giugno 2026

Fabio Iuorio

Senza canestro ma con la palla in mano: il campetto rotto di piazza Libera racconta il degrado che i ragazzi dell’area nord di Napoli si portano addosso ogni giorno

Un video pubblicato sui social ha mostrato al resto d’Italia quello che molti qui danno ormai per scontato: per giocare a basket a Marano di Napoli bisogna immaginare persino il ferro del canestro.

Un gruppo di ragazzini gioca a basket in un campetto di periferia. Il cemento è spaccato, l’erba cresce indisturbata tra le crepe, i rifiuti punteggiano i bordi del campo. Al canestro manca il ferro: rimane solo il tabellone, una sagoma senza senso senza la struttura che dovrebbe completarla. Eppure quei ragazzi tirano lo stesso, immaginano l’anello, segnano canestri che esistono solo nella loro testa. Il video di quella partita improvvisata a piazza Libera, a Marano di Napoli, ha fatto il giro dei social nei giorni scorsi, toccando qualcosa di profondo in chi l’ha visto. Ma dietro la commozione c’è una domanda che non si può ignorare: come è possibile che nel 2026 i giovani di quest’area siano costretti ad allenarsi in queste condizioni?

Un video che commuove e indigna allo stesso tempo

A riprenderli è stato Francesco Calabrese, 27 anni, originario di Taranto, appassionato di basket, da poco trasferitosi a Marano di Napoli. Le finestre della sua abitazione si affacciano su piazza Libera, e da quando è arrivato ha preso l’abitudine di osservare quei ragazzi. “Mi rivedo in loro, nella passione per lo sport così forte da superare la realtà che li circonda”, ha raccontato al Corriere della Sera. Il 30 maggio si è fermato, ha tirato fuori il telefono e ha filmato. “Mi sono commosso. Volevo mandare un messaggio positivo, di speranza, non avevo pensato che potesse anche essere una denuncia del degrado”, spiega.

Il video è stato pubblicato sugli account social del blog dedicato al basket “La giornata tipo”, curato da Raffaele Ferraro. Il risultato è stato immediato e duplice: da un lato la commozione, dall’altro l’indignazione. «C’è chi ci ha scritto per denunciare il disagio del posto e le strutture rovinate dall’incuria e dagli atti vandalici. In molti, poi, si sono offerti di dare una mano per sistemarlo”, riferisce Ferraro. Tra questi, secondo quanto riportato da Il Mattino, ci sarebbero anche personalità come l’ex cestista Andrea Bargnani e la conduttrice Geppi Cucciari. Segnali di interesse sarebbero arrivati anche dagli enti locali, che avrebbero promesso lo sblocco dei fondi necessari alla sistemazione.

basket a Marano
Da Instagram: @lagiornatatipo

Cemento rotto, rifiuti e un ferro che non c’è: la fotografia di un abbandono strutturale

Quello che il video documenta non è un episodio isolato, ma la fotografia ordinaria di un territorio che da decenni fatica a garantire ai propri giovani spazi dignitosi dove incontrarsi, crescere, praticare sport. Il campetto di piazza Libera a Marano di Napoli sintetizza in pochi metri quadrati un problema che attraversa l’intera area nord della città metropolitana: la sistematica assenza di manutenzione degli spazi pubblici destinati alla socialità giovanile.

Il cemento che si sgretola non è solo un problema estetico, è una superficie su cui cadere, dove farsi male, dove giocare a rischio. I rifiuti abbandonati non sono solo incuria, sono il segnale di un disinteresse collettivo che si scarica, ancora una volta, su chi ha meno voce. Il canestro senza ferro non è solo una struttura da sostituire, è il simbolo di quanto poco venga investito in quegli spazi che per un adolescente di periferia rappresentano spesso l’unica alternativa alla strada.

Non nel senso romantico del termine, ma in quello concreto e preoccupante: senza campetti funzionanti, senza palestre accessibili, senza centri di aggregazione, la strada, quella vera della malavita, rimane l’unica opzione disponibile. Ferraro lo sintetizza con precisione: “Di video vandalici ne riceviamo molti. Ma questo è diverso, perché indigna e commuove allo stesso tempo. E spinge la comunità a muoversi”.

La differenza è sottile ma cruciale: non è un video di giovani che distruggono, ma di giovani che costruiscono qualcosa nonostante la distruzione che li circonda. È questa inversione a renderlo potente. Ed è questa stessa inversione a rendere ancora più insopportabile lo stato in cui versano le strutture.

Il costo di un ferro e il costo dell’abbandono

Ferraro lo mette in chiaro con numeri precisi: “Un ferro si può comprare per 20-30 euro. Per un canestro nuovo, invece, serve un investimento più consistente: si va dai mille euro in su”. Venti euro, Trenta euro. Meno del costo di una cena fuori, meno di un pieno di benzina, meno di qualsiasi voce di spesa che un ente locale inserisce in bilancio senza battere ciglio.

Eppure quel ferro non c’è. Non c’era ieri, non c’è oggi, e nessuno sa con certezza quando ci sarà. Questa è la misura reale dell’abbandono: non la mancanza di grandi investimenti, non l’assenza di progetti ambiziosi, ma l’incapacità o la mancanza di volontà di spendere venti euro per rimettere in funzione un canestro che dei ragazzini usano ogni giorno. È una negligenza che non ha giustificazioni tecniche né economiche. Ha una spiegazione soltanto: quei ragazzi in quella piazza non sono stati considerati una priorità da chi avrebbe dovuto farlo.

La risposta spontanea della comunità (le squadre amatoriali che si offrono di intervenire, le persone che scrivono per segnalare, i privati che chiedono come dare una mano) dice qualcosa di importante: la sensibilità sociale esiste, la volontà collettiva c’è. Quello che manca è l’istituzione che la intercetta e la trasforma in azione concreta prima che un video diventi virale e la vergogna pubblica faccia da acceleratore a ciò che avrebbe dovuto essere già fatto da tempo.

Ragazzi che giocano nell’invisibilità, finché qualcuno non guarda

I protagonisti del video, i ragazzi che tirano verso un canestro inesistente, non si sono fatti vivi. Calabrese lo conferma: “Nessuno di loro mi ha cercato”. Non lo hanno cercato perché probabilmente non sapevano che il loro campetto stava facendo il giro d’Italia. Ma soprattutto perché per loro quella condizione non è una notizia: è la normalità.

È quello che conoscono, quello con cui hanno sempre convissuto. Il degrado, quando è permanente, smette di essere percepito come tale da chi lo abita. Diventa paesaggio, diventa sfondo, diventa la cornice dentro cui si impara a costruire comunque qualcosa. Ed è forse questo l’aspetto più inquietante di questa storia: non la struttura rotta, non i rifiuti, non il ferro mancante. Ma il fatto che quei ragazzi ci giochino lo stesso, senza aspettarsi niente di diverso. Senza reclamare, senza protestare. Perché nessuno gli ha mai insegnato che hanno diritto a qualcosa di meglio.

Calabrese guarda dalla finestra e sorride: “Da quando mi sono trasferito non ho ancora avuto modo di giocare a basket e mi piacerebbe ricominciare a farlo lì”. Spera che il campo venga presto rimesso in sesto. Ma la vera speranza è che la prossima volta non ci voglia un video virale per ricordare a chi amministra che i ragazzi di Marano di Napoli, come quelli di qualsiasi altra città, hanno diritto a uno spazio dove crescere. Con un canestro, con la dignità minima che uno spazio pubblico dovrebbe garantire sempre, non solo quando qualcuno punta una telecamera.

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