L'intervista ad Antonietta Grandinetti
L'intervista ad Antonietta Grandinetti

2 Giugno 2026

Cristina Siciliano

La generazione fragile tra isolamento, social e paura del futuro. L’allarme dell’Ordine degli Psicologi, la vicepresidente Grandinetti: «I giovani si sentono invisibili, serve un posto sicuro per contenere il loro dolore»

Antonietta Grandinetti analizza l’aumento di ansia, isolamento e autolesionismo tra i giovani sul territorio regionale



Mi sento sfigato”. Nelle stanze d’analisi dei terapeuti campani, questa parola ritorna come un mantra, un verdetto autoinflitto che definisce il perimetro dell’esclusione. Oggi i sedicenni non hanno paura del buio, hanno paura del giudizio. Crescono in famiglie sempre più atomizzate, passano ore in una gestione autonoma del proprio dolore e si misurano ogni giorno con lo standard irraggiungibile di un filtro di TikTok. La pandemia ha lasciato un “long Covid” dell’anima che ha congelato le relazioni e il diritto di sbagliare. Antonietta Grandinetti, vicepresidente dell’Ordine degli Psicologi della Campania, dà voce a questa “generazione fragile che chiede solo di essere vista, riconosciuta e contenuta prima che la rabbia diventi un vicolo cieco. Un grido d’allarme che è anche un atto d’accusa contro l’indifferenza del mondo adulto, incapace di sintonizzarsi sui tempi di una sofferenza profonda, silenziosa e pervasiva.

Il “long Covid” psicologico e la pressione dei modelli virtuali

La crisi della salute mentale che colpisce i giovani campani affonda le sue radici in una serie di traumi e pressioni strutturali. Le limitazioni imposte durante la fase pandemica hanno lasciato strascichi profondi sulle capacità relazionali degli adolescenti, privandoli di tappe evolutive fondamentali per la socializzazione.

Esiste un long Covid psicologico con degli esiti – ha sottolineato la vicepresidente -. Quelle skills che vanno sviluppate intorno ai 12-13 anni anche di relazioni sociali e confronto, in quella fase le diciottenni di oggi, 5-6 anni fa avevano 10-12 anni o 13-14 anni e hanno vissuto un momento molto particolare di ritiro sociale, di scarso confronto relazionale, di poca misurazione anche con la performance. Immaginiamo la scolarità che era fatta tutto quanto online, quindi anche il compito, l’interrogazione orale davanti al gruppo classe era tutto mediato da quello che era una funzione virtuale. Sicuramente delle ansie legate alle prestazioni e all’esibizione in pubblico potrebbero anche essere legate a quell’aspetto”.

A questo quadro si aggiunge l’impatto dei nuovi canali di comunicazione digitale, che impongono standard di perfezione estetica e sociale difficilmente raggiungibili, alimentando stati d’ansia cronici legati al giudizio altrui. “Non ci dimentichiamo che è una società richiedente, altamente performante, dove l’immagine è l’immagine della perfezione, della bellezza da raggiungere, se immaginiamo TikTok e tutte queste piattaforme vicine al mondo degli adolescenti che presentano anche dei modelli di un certo tipo difficili da raggiungere e quindi potenziano quello che può essere un discorso ansiogeno da prestazione proprio”, ha continuato.

Antonietta Grandinetti
Antonietta Grandinetti

L’adultizzazione precoce e il passaggio all’atto del malessere

Il malessere giovanile si manifesta oggi in età sempre più anticipata. La discrepanza tra i tempi rapidi dell’esposizione sociale e i tempi lenti della maturazione psichica genera un sovraccarico emotivo che i ragazzi non riescono a metabolizzare, sfociando in condotte a rischio, disturbi del comportamento ed episodi di autolesionismo.

C’è un’adultizzazione precoce dei ragazzi e dei giovani, per cui il bambino viene già in qualche maniera instradato verso livelli più adulti, anche mediante modelli social, per cui è come se si anticipasse tutto. Ma il tempo psichico è un tempo lento che richiede non solo lo sviluppo fisico, ma anche lo sviluppo emotivo e le funzioni cognitive superiori”.

Anticipare molto senza avere queste funzioni potenziate diventa emotivamente troppo impattante per i ragazzi. “Essere sottoposti a scene violente o a giochi di ruolo abbastanza competitivi e duri, in cui viene meno un tempo dedicato a questo divertimento, è emotivamente impattante per i giovani. Sicuramente non si consente il modo di metabolizzare quello che è l’emozione che arriva dall’esterno, perché non è ancora presente una funzione cognitiva forte“, ha detto.

adolescente con il cellulare - immagine di repertorio
adolescente con il cellulare – immagine di repertorio

La paura dell’esclusione sociale

Questo isolamento è esacerbato dalla trasformazione dei nuclei familiari e dalla mancanza di una rete comunitaria di supporto, che fa sentire i giovani privi di tappe di riferimento sicure e costantemente esposti alla paura dell’esclusione sociale. “Sentirsi invisibili è anche un fatto legato a non sentire che gli altri si prendano cura di noi, in un tempo in cui è così veloce, in cui anche le famiglie sono famiglie più ristrette. C’è un solo genitore o due genitori e solo un figlio, non c’è una rete più familiare attorno, tipo il nonno, lo zio, i cugini; un po’ tutto questo sistema è cambiato”.

Il ragazzo passa delle ore anche lunghe da solo, in una gestione anche autonoma – ha continuato -. Non sentirsi visti e riconosciuti è anche il fatto che manca un contesto in cui si sente parte di una rete, perché l’appartenenza è sicuramente qualcosa di estremamente tutelante per le persone. Quello che si teme di più in quella fase evolutiva è l’essere esclusi, l’essere fuori, l’essere out”.

La sinergia tra sicurezza e sanità e le strategie d’intervento sul territorio

Di fronte alla crescita degli episodi di devianza e disagio, le istituzioni locali stanno tentando di integrare le politiche di sicurezza con quelle di tutela della salute pubblica. La cooperazione tra prefetture, procure e aziende sanitarie rappresenta lo snodo centrale per affrontare le cause profonde della vulnerabilità giovanile.

Le due cose vanno insieme, non possono essere separate, tant’è che ci sono anche delle misure che hanno adottato le prefetture, sicuramente la prefettura di Salerno e di Napoli, perché io sto a entrambi i tavoli. Ci sono sia dei sanitari come me, sia le forze dell’ordine. La prefettura ha immaginato di convocare anche i servizi sanitari, le Asl, le persone competenti, i servizi sociali, l’università, perché ci si rende conto che non è solo un problema di sicurezza, ma è un problema sanitario.

Cosa bisogna fare per superare lo stigma

Per superare lo stigma legato alle cure psicologiche, l’Ordine evidenzia la necessità di strutturare presidi territoriali di prossimità e sportelli di ascolto accessibili, capaci di intercettare il bisogno direttamente nei luoghi di aggregazione dei ragazzi.

Credo che non abbia senso mettere un colpevole sul banco degli imputati, quello che ha senso è di tenerci tutti quanti parte di un processo. Siamo tutti pezzi di un puzzle, sia nel bene che nel male, sia nelle responsabilità, sia nelle possibilità. Come Ordine, come Regione Campania e come aziende sanitarie abbiamo messo in campo una serie di azioni, come per esempio il servizio di psicologia di base dove possono accedere anche minori a costo zero, senza neanche il ticket, proprio per cercare di rendere quanto più accessibile la cura e far capire che lo stigma non esiste. Non esiste una salute senza la salute mentale”.

Oltre la precarietà emotiva: le tre mosse sul territorio per intercettare il disagio giovanile

Se domani la Regione Campania mi affidasse risorse e strumenti, quello che immagino io è aprire tanti punti di contatto a cui i giovani possono rivolgersi direttamente nelle zone interne, per esempio le botteghe di comunità, aprire tanti sportelli e anche ad orari un po’ diversi da quelli consueti, anche nei punti ricreativi – ha aggiunto -. Punti di contatto con i giovani per i giovani a cui si può accedere in maniera diretta, dove ci può essere poi un invio a un livello sanitario vero e proprio, ma potrebbe essere un punto proprio di strada per intercettare il bisogno. I giovani anche mediante i social sono diventati veloci e noi dovremmo essere capaci di essere dentro questo sistema. Dobbiamo esserci nel momento in cui si può intercettare il disagio e poi col tempo necessario per fronteggiarlo”.

Il rischio di un mancato intervento immediato si riflette sulle prospettive di sviluppo dell’intera comunità regionali, delineando uno scenario di precarietà esistenziale e relazionale per gli adulti di domani.

Se non si interviene ora, avremo dei giovani che vivono con un senso di precarietà, non so come potrà evolvere il loro mondo in cui le basi sicure sono sempre più ridotte. Il gioco verte sulla fiducia, riuscire a dare un minimo di fiducia a questi giovani dagli adulti di riferimento di essere un posto sicuro, altrimenti avremo delle persone con magari disturbi ansiosi, difficoltà relazionali. Ci troveremo delle persone che si sentono mutevoli, invisibili e sole. La prima cosa che è il riconoscimento e l’accettazione delle emozioni che loro provano, per fargli sentire che c’è qualcuno che è in grado di contenerle”.

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