L’ex segretaria della Cisl Campania scuote la città metropolitana: dietro la scia di sangue dei minori c’è un vuoto di valori, la latitanza delle famiglie e il grande inganno della politica dello spettacolo
C’è un momento preciso in cui il dolore si trasforma in un fallimento collettivo, e quel momento a Napoli è già superato. I numeri del sistema penale campano descrivono una frattura sociale insanabile, con oltre 6mila minori risucchiati nel circuito della giustizia e 27 omicidi registrati nei primi sei mesi del 2025. Davanti a questo crollo di un intero modello civile, l’ex segretaria generale della Cisl Campania, Lina Lucci, traccia un’analisi durissima che scardina la retorica securitaria: la violenza giovanile non abita più solo nei ghetti, ma attraversa le famiglie benestanti e interroga la coscienza dell’intera comunità.
La rottura del sistema educativo e la solitudine dei minori
Lina Lucci esordisce contestando radicalmente la narrazione dominante che riduce il dramma dei giovani criminali ad una semplice questione di ordine pubblico, evidenziando come la politica preferisca la ribalta mediatica all’analisi strutturale. «Siamo di fronte a un fenomeno urbano complesso. L’approccio della politica è eccessivamente repressivo da un lato e di grande retorica dall’altro. Ogni volta che si verifica un episodio, i talk show inondano le emittenti e i politici si agitano nella retorica dei numeri, del pericolo, del “più carcere“. Cercano sempre nuovi strumenti, ma senza mai fermarsi a capire che tipo di violenza abbiamo davanti e perché siamo arrivati a questo punto».
La radice del male, secondo Lucci, risiede in un cortocircuito generazionale profondo, dove i ragazzi si ritrovano privi di bussole etiche e di argini normativi coerenti. «Si è rotto il mondo degli adulti. Significa che a cominciare dalla famiglia, per poi passare alla scuola e alle istituzioni, la comunità arriva per ultima, ovvero quando il fenomeno è già esploso. I ragazzi hanno smarrito le figure di riferimento. Mancano gli adulti capaci di essere autorevoli come guida, ma anche autoritari quando serve a spiegare che esistono i doveri e il rispetto delle regole».
Nel riflettere sulle dinamiche formative, l’analisi si concentra sulla crisi delle agenzie educative tradizionali, gravate da aspettative sproporzionate e deleghe improprie. «Il vuoto educativo che stiamo vivendo riguarda le istituzioni, la politica in quanto prima agenzia formativa, e la famiglia. Alla scuola si attribuisce un potere eccessivo in termini di educazione, e questo è un errore gravissimo, perché se prima della scuola non c’è la famiglia, l’istituto da solo non ce la può fare».

La politica dello spettacolo e la mancanza di monitoraggio pubblico
Lucci passa poi ad esaminare l’azione della macchina statale, criticando duramente gli interventi tardivi, pensati più per placare l’opinione pubblica che per produrre mutamenti strutturali e duraturi nei territori. «L’approccio della politica negli ultimi anni è soprattutto spettacolare: mostrarsi all’elettorato come colui che chiama il Prefetto e mobilita le forze dell’ordine. L’intervento è di facciata, non risolutivo. E come lo si affronta? Mettendoci dei soldi e facendo partire progetti. Poi, però, nessuno controlla dove vanno a finire quelle risorse e cosa producano nei fatti, mentre contiamo 27 omicidi per mano di minori nei primi sei mesi del 2025».
Il fulcro della denuncia si sposta sull’assenza di trasparenza e rendicontazione dei grandi piani economici stanziati negli anni, come i milioni giunti a Napoli per contrastare l’abbandono scolastico. «Tutto si è trasformato in una grandissima bolla mediatica e sociale, alla ricerca del primo tweet o del titolo di giornale. Abbiamo smarrito la direzione, dobbiamo recuperare ascolto e monitoraggio. Se in Campania arrivano oltre 79 milioni di euro, di cui 15 milioni solo al comune di Napoli per contrastare la dispersione scolastica, a distanza di anni nessuno dice alla collettività cosa abbiano prodotto concretamente quelle risorse».
La mancanza di un controllo centrale sull’efficacia reale della spesa pubblica rischia così di vanificare lo sforzo corale profuso dalle scuole e dal terzo settore. «Il territorio e le scuole hanno risposto, ma il livello istituzionale ha fallito nel dovere di seguire l’impatto di quelle risorse. Se manca la capacità pubblica di verificare la trasformazione di un intervento sperimentale in un processo reale, puoi stanziare quanti soldi vuoi, ma ognuno andrà per la sua strada. Le risorse pubbliche sono un bene della collettività e non possono essere utilizzate senza impattare sulla vita delle persone».

Le proposte per lo sport, la cultura e il riscatto dei territori
Nel contestare l’approccio puramente propagandistico dei patti educativi rimasti sulla carta, Lucci esorta a trasformare i tavoli di ascolto in azioni concrete e verificabili, scongiurando il rischio del fallimento istituzionale. «Il patto educativo evocato dall’arcivescovo Battaglia era basato sull’ascolto di municipalità e scuole per capire come affrontare la povertà educativa. Ma quell’attività di rete rischia di essere fine a se stessa, molta propaganda e poca sostanza. Dove sono i verbali e chi si è occupato di tradurre quelle discussioni in interventi? Se la politica continua a dare spettacolo senza fare prevenzione, siamo di fronte a un fallimento totale».
Allo stesso tempo, l’ex sindacalista evidenzia la carenza cronica e l’inefficacia gestionale delle infrastrutture sportive scolastiche, che restano sbarrate proprio nelle ore in cui i giovani avrebbero più bisogno di alternative alla strada. «Nel 2024 Legambiente denunciava che su 341 istituti scolastici campani esaminati, solo il 28% ha un impianto sportivo funzionante, e comunque non resta aperto dopo l’orario scolastico. Questa è la politica spettacolo. Lo sport può fare la differenza se diventa una disciplina: penso a tornei tra quartieri nelle aree più complesse per tenere i ragazzi agganciati a un circuito positivo, sottraendoli alla strada e alla criminalità organizzata».
La responsabilità della famiglia e la crisi della borghesia
L’affondo finale investe il nucleo familiare e le distorsioni culturali introdotte da un modello di sviluppo basato sull’effimero e sul disprezzo dei lavori manuali, scardinando il sistema dei valori tradizionali. «La famiglia ha il ruolo principale e rappresenta il più grande vuoto educativo. Abbiamo coltivato l’idea di un ascensore sociale basato solo su ricchezza e velocità, dividendo il lavoro in serie A e serie B. Siamo cresciuti pensando che fare l’idraulico, il commesso o l’artigiano fossero professioni di seconda categoria, crescendo i figli con l’illusione che dovessero fare tutti i manager dietro una scrivania. Così abbiamo rotto un sistema valoriale, creando una segregazione occupazionale e culturale».
In conclusione, Lucci richiama la borghesia e le famiglie contemporanee alle proprie responsabilità primarie, evidenziando il danno derivante da un’educazione sbilanciata sui diritti a scapito dei doveri e dalla delega totale della cura filiale. «Oggi in molte famiglie entrambi i genitori lavorano e l’educazione dei figli viene delegata a terzi, senza sapere quali valori vengano trasmessi. Bisogna avere l’onestà di ripartire da qui, restituendo radici profonde a un sistema di regole e tornando a essere punti di riferimento stabili».


